Il rumore del vuoto

Quale è il rumore del vuoto?

In questi anni sono stato ossessionato dalla dimensione del vuoto, dalla sua importanza e necessità in architettura e negli spazi urbani.

Niente come la sensazione che ho provato camminando per le strade di Milano in questi ultimi dieci giorni ha reso evidente il senso di questo termine. Il silenzio che viviamo è quello del 15 agosto o della mattina del 26 dicembre, sordo, ovattato, pacificato.

Ma la città è fatta di densità di corpi, rumori, odori, colori che s’inseguono e sovrappongono senza sosta. La loro natura è indifferente: umana, meccanica, animale, atmosferica, tutto concorre a dare senso e pasta all’ambiente urbano che abitiamo con tanta naturalezza e che caratterizza l’identità profonda di tutti noi. L’uomo ha sempre cercato la città lungo tutto la sua Storia, anche quando ne era terrorizzato e la demonizzava; si tratta di un’attrazione fatale che ha visto un crescendo vertiginoso in questi ultimi 150 anni.

 

Questa mattina un uomo camminava in mezzo alla strada deserta come a sfidare le macchine che non sarebbero passate. In un piccolo supermercato, nel corridoio che porta alla cassa, un commesso ha incollato a terra strisce di scotch poste regolarmente a un metro di distanza una dall’altra a indicare la misura da tenere in attesa di pagare. 

Le distanze si allargano tra le persone, non solo per ordinanza ministeriale, ma per quella sottile paura che ha scavato un raggio più ampio intorno ai nostri corpi andando a definire una prossemica delle relazioni che avrà lunghi riverberi nelle nostre vite future.

La conta delle piazze deserte non c’impressiona quasi più, ma con il passare dei giorni la sensazione di svuotamento dei luoghi pubblici si fa più palpabile perché la misuriamo direttamente con i nostri movimenti e lo sguardo. Ironizziamo sui parcheggi facili, la circonvallazione fatta in venti minuti, le file assenti (tranne che davanti all’Esselunga!) ma nel profondo vorremmo tutti tornare a vivere queste difficoltà così urbane.

In questi giorni i vuoti urbani a cui assistiamo attoniti sono il prodotto e la rappresentazione delle nostre paure più immediate. 

 

Come in un dagherrotipo incapace di fissare la presenza delle persone a causa di un tempo di esposizione non abbastanza lungo, le nostre città in questi giorni sono immagine dell’impossibilità di essere rappresentazione del corpo sociale che le abita.

Il vuoto oggi è la nostra percezione di una massa (assente) in un tempo (differente). La percezione obbligata di un tempo alterato, forzatamente rallentato rende l’immagine del vuoto che si profila ogni volta che camminiamo per strada l’immagine di una frazione congelata di una paura che si materializza, che si rende visibile agli occhi di tutti.

Gli occhi delle persone sono sfuggenti, le parole ridotte al minimo, i gesti misurati a difendersi da qualcosa d’incombente e invisibile. L’immagine è quella di un veleno impalpabile che c’impregna e che ha immediatamente risvegliato tante citazioni di I Promessi Sposi, riesumati dai volumi del liceo e dell’università. Ma si tratta anche di materia molto più sottile e profonda che è stata ben raccontata da Marco Filoni in Anatomia di un assedio. La paura nella città, il suo recente libro da poco pubblicato per Skira. 

 

 

Perché la città, sia essa immaginaria, antica o moderna, o megalopoli, ha nella paura, nel conflitto, nella stasis e nei modi di affrontare – con l’oblio o la memoria – questi aspetti fondamentali e anche fondanti, un dispositivo del suo funzionamento e della sua realizzazione. La città è sempre un luogo di paura. E questa paura è sempre, inevitabilmente, tanto dentro quanto fuori. Anzi, oggi la città non è più il luogo dove si ha meno paura rispetto a fuori: la città non ha più mura e non ha più limiti, è fascino e terrore insieme, eppure è il luogo dell’uomo. Di più: la città moltiplica la paura e, facendolo, la trasforma. Non resta dunque che fare i conti con questa paura, nella nostra città, perché è la nostra paura.

 

Dove sono le mura che oggi ci difendono dalle nostre paure? La metropoli che sembrava infinita si è improvvisamente ristretta a milioni di abitazioni in cui siamo rinchiusi per evitare il morbo. 

Le mura invalicabili sono le mura di casa nostra, o la stanza che ci separa da un parente infetto. 

Nel 2000, l’architetto romano Franco Purini aveva immaginato per la Biennale di Venezia un progetto intitolato Città uguale, una metropoli infinita realizzata da un milione di case per un milione di abitanti, allora rappresentazione di una città della solitudine digitale, ma oggi quanto mai profetica nel rappresentare le metropoli del Covid19.

Ma fare “i conti con la paura” vuol dire costruire gli anticorpi mentali ed emozionali per trasformare una condizione obbligata in una prospettiva privilegiata. Perché i vuoti che ci opprimono oggi come immagine della nostra clausura forzata sono anche risorse potenziali che possiamo interrogare, approfittando del rallentamento diffuso dettato dalla situazione che noi tutti stiamo vivendo.

Uno dei grandi problemi del nostro tempo presente, appena passato, è quello della rapidità onnivora con cui divoriamo ogni cosa: immagini, tempo, esperienze, sensazioni e intuizioni. Cosa rimane di tutto questo nella nostra vita? Cosa riesce a sedimentarsi veramente perché possa trasformarsi in una narrazione resistente e trasmissibile alle prossime generazioni? 

La sedimentazione delle esperienze e la conseguente costruzione di un sapere individuale e condivisibile è uno dei grandi “temi” con cui ci stiamo confrontando, vivendo un appiattimento nel presente che non concepisce memoria, tradizioni vive, saperi resistenti.

Fissare la nostra attenzione sui “vuoti” che ci circondano vuol dire acuire l’esercizio di percezione di quei dettagli, particolari differenze, sottigliezze che abitualmente ci sfuggono a causa della rapidità con cui consumiamo i luoghi che ci circondano.

 

 

L’obbligo di un punto di vista congelato dagli eventi potrebbe diventare esercizio prezioso per tornare a guardare il Mondo in maniera differente, concedendoci anche quegli inciampi che sembravano ormai esclusi dalla pratica dell’infallibilità nevrotica metropolitana.

Il vuoto è materia viva, ci avvolge, ci accompagna in ogni attimo, è parte necessaria della nostra vita. Nel vuoto ci muoviamo, nel vuoto cadiamo, dal vuoto siamo terrorizzati, con il vuoto progettiamo quello che diventerà corpo abitabile nel prossimo futuro. Nella cultura occidentale il vuoto è da sempre una materia perturbante, non rassicurante e che ci mette in costante discussione, eppure lavorare con il vuoto che ci abbraccia è un gesto primario, necessario, quasi arcaico.

Nella società dell’invisibile, delle connessioni impalpabili, possiamo ormai accettare che il vuoto sia materia prima della nostra vita, una materia da trattare con attenzione e cura perché è uno dei veri beni comuni esistenti nel nostro infinito paesaggio metropolitano.

 

La fisica attuale ci dice che il vuoto, tecnicamente, non esiste. Anche se non lo vediamo c’è sempre qualche cosa di infinitamente più piccolo negli spazi tra le cose. Insieme la Teoria Quantistica ci spiega che il vuoto è pensato come equilibrio dinamico di particelle di materia e antimateria in continua creazione e annullamento tra di loro. La teoria del Bosone di Higgs aggiunge un altro tassello molto interessante relativo alla massa delle particelle elementari, che si genera nella relazione tra particelle e spazio d’interazione. La massa esiste non in sé, ma come conseguenza delle interazioni tra le particelle. Il vuoto, quello che noi abbiamo sempre considerato come assenza, quello spazio che si frappone tra noi e il mondo, esiste in quanto conseguenza delle nostre relazioni.

Ogni spazio è potenzialmente un luogo che attende di vivere, di attivarsi, grazie ai nostri corpi, alle azioni e scambi che gli danno un senso, caricandolo di una frazione di futuro possibile (N. Rovelli).

Leggere le nostre città con questa prospettiva supera definitivamente l’idea che i luoghi che abitiamo sono composti rigidamente di pieni e vuoti, ma la rilegge come una materia instabile, come organismo alveolare, morfico e instabile, come risorsa potenziale che ci circonda e che dobbiamo guardare e attivare con molta cura e cautela.

 

I vuoti formali (piazze e strade) e informali (slarghi, spazi abbandonati e senza destinazione chiara) sono i veri luoghi di relazioni necessarie e possibili. Ogni corpo e vuoto esiste solo se lo sappiamo attivare e leggere, consegnandoli un valore vitale e costruttivo per le nostre vite. Non a caso ogni vuoto in quanto potenziale di relazioni inedite è spesso temuto dai poteri totalitari, perché esprime quella libertà radicale che si apre a ogni possibile forma di sperimentazione sociale, culturale e simbolica.

IL vuoto è insieme assenza cercata e coltivata. È una forma di silenzio consapevole, una distanza critica dalle cose e una difesa per sedimentare con lentezza le memorie preziose della nostra vita.

Il vuoto è lo spazio libero per nuove visioni, è luogo del pensiero libero, radicale e generoso, aperto e senza paura. In un tempo di paure e amnesie, il vuoto diventa una scelta, una risorsa pedagogica e un laboratorio potenziale d’innovazione, in risposta ai troppi muri che si alzano.

In questi giorni vedo persone che usano i balconi per leggere, prendere il sole, sistemare le piante, anche parlare a distanza. C’è chi usa i ballatoi e gli ammezzati per aperitivi a distanza. 

Sono conseguenze di una scelta subita e che tutti vorremmo risentire presto il rumore della città bussare alle nostre porte, ma se questa condizione paradossale e dolorosa avrà il potere d’insegnarci a tornare a guardare con maggiore attenzione i vuoti e gli spazi che ci circondano, sono certo che potremo imparare a prendercene cura quando tutto questo sarà finalmente terminato.

 

PS

Proprio oggi sulla pagina FB di Marta D. leggo:

 

Oggi pomeriggio sono uscita un attimo perché non avevo scelta. Camminavo in una via Pola silenziosissima quando a un certo punto è scoppiato un baccano, un vero frastuono, musica a palla che ha riempito tutta la via, proveniva da un balcone su cui c'erano tre bambini, un paio sui 5 anni e un piccolino di due, che ballavano come matti e ridevano, ballavano e ridevano, mentre la mamma in tuta e con l'aria sfatta li guardava sorridente e un po' imbarazzata. Noi pochi passanti ci siamo guardati, all'inizio allarmati poi divertiti, e ci siamo scambiati un sorriso e qualcuno ha applaudito e insomma è stata una cosa tenerissima.

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