Il sapere fluido

Se “l’accenno eracliteo” avesse potuto svilupparsi, scriveva il Gadda filosofo della Meditazione milanese (1927), “si sarebbe risparmiato pena e cammino e l’idea di sostanza, disseccando sé e inaridendo più liete fontane, non avrebbe di sé coperto ogni cosa, così come la sabbia coprì le città cirenaiche”. Anche il pensiero forma pieghe nel corso della sua storia, pieghe che tracciano i cammini entro cui scorrono le idee: così, condannata la suggestione cara al “convoluto Eraclito di via san Simpliciano”, quella per cui “la realtà si presenta come il fiume eracliteo pieno di gorghi e di forze aggrovigliate e intersecantisi”, l’Occidente ha tematizzato il primato ontologico della solidità. Il Platone erede di Parmenide invita a rivolgere gli occhi alla stabilità del mondo ideale, alla statica perfezione delle Forme, prendendo distanza dal fuggevole palcoscenico delle parvenze del mondo sensibile; i corpi che abitano quest’ultimo sono sedi di flussi continui, cavità condannate alla sterile riproduzione dello sforzo per appagare senza fine i bisogni carnali. Nelle metafore abituali del conoscere, ha osservato Michel Serres, le distinzioni solido-fluido, separato-mescolato, seppur nascoste e quindi più efficaci, funzionano come quelle fra la luce e l’ombra, o il puro e l’impuro, nell’immaginario religioso o morale. 

 

La scienza moderna, che pure ha preteso di relegare in soffitta la metafisica greca, non ne ha scalfito l’apparato metaforico. L’episteme, suggerisce l’etimo, è “quel che si sostiene da sé”, il sapere ben fondato, poggiato su di una roccia solida come quella che Cartesio aveva creduto di trovare nel Cogito. Per caratterizzare il regime positivo del sapere, Comte utilizza spesso il termine “consistenza”, ad indicare la solidità, in contrapposizione alla vaghezza degli stadi precedenti del conoscere, teologico e metafisico. La legge dello sviluppo dei saperi segue la legge delle transizioni della materia: dalla nebulosa fluida delle origini si giunge, secondo l’ipotesi Kant-Laplace, all’equilibrio stabile fra i corpi solidi e impenetrabili del sistema planetario. Bachelard è erede di questa tradizione: sul versante epistemologico, invita lo scienziato a conquistare la raideur, il rigore/rigidità di chi ha fatto proprio il “pensiero della pietra”, abbandonando le incerte suggestioni della rêverie. Sul versante dell’immaginario, Bachelard predilige fra gli elementi la solida consistenza della terra; anche nell’azione umana sulla materia vige una gerarchia che vede al vertice la durezza del marmo, per cui più forte è la resistenza più formativo è l’intervento umano. 

  

 

“Il nostro pensiero si è costruito ad immagine dei solidi”, ha scritto Henri Bergson. Anche la nostra estetica ha prediletto come modello di Bellezza la forma definita del corpo maschile, la statica messa in posa del nudo nella scultura classica. Tale predilezione per il solido appare a Bergson come conseguenza delle modalità d’azione dell’homo faber, abituato ad intervenire su oggetti che si possano dividere in parti: l’analisi, procedura propria dell’intelletto e della scienza, riduce il mondo a membra sparse e crede così di dominarlo. Per agire, l’intelligenza ha necessità di stabili punti di appoggio: con i suoi concetti rigidi si rappresenta il reale come se fosse composto di oggetti dai contorni netti, separati spazialmente gli uni dagli altri. L’intelletto è una spada che analizza e seziona, “frammenta e seleziona”, come voleva Merleau-Ponty già a proposito della vista. Ma la realtà, nel suo livello profondo, è per Bergson mobilità, successione indistinta di sfumature qualitative; la coscienza, la vita psichica, come la vita in generale, è continuo fluire, mutamento costante che ignora la quiete. Il suo tempo è durata, si rinnova ad ogni istante portando memoria del passato, un passato che s’infila come un cuneo nel presente: gomitolo che si aggroviglia su se stesso, valanga che raccoglie neve nella caduta, fluire del vento che si disperde tra le vie di una città. Al flusso continuo della durata l’intelletto sostituisce una superficie congelata e dei cristalli ben tagliati; ma la forza intima della realtà, l’élan vital che promuove l’evoluzione creatrice, ha per immagine un’onda che, una volta giunta sulla riva, si fa risacca e ostacola le altre onde in arrivo. La materia inerte è lo slancio che si è esaurito e ha perduto creatività, o l’ostacolo esterno allo slancio, un sasso che frena l’avanzare delle acque. 

  

Le mappe del Paese d’Enciclopedia oscillano anch’esse tra il solido e il fluido. La cartografia di Comte fa del sapere la terra emersa, suddivisa in continenti e isole, mentre Leibniz utilizza la metafora dell’Oceano: in modo arbitrario ne suddividiamo i mari dando ad essi nomi diversi, quando invece le acque sono luoghi di scambi e circolazioni ininterrotte. “Auguste Comte tronca. Per rompere, tagliare, tomizzare, occorre avere un solido e tenere una spada. Leibniz, enciclopedista liquido, è un irenista. Il mare, la pace. Riconoscerete i positivisti, più in generale i dogmatici, da questo: per essi la conoscenza è separazione, differenza, in breve, un oggetto solido. I continenti all’ombra delle spade. La morte. Il sapere è come l’Oceano” (Michel Serres, Hermès IV). L’epistemologia parla lo stesso linguaggio della scienza che assume a modello: una volta rimossi i saperi fluidi degli oggetti fluidi, mescolanze confuse di elementi dai bordi indefiniti – come accade in meteorologia –, la scienza moderna ha trovato il suo paradigma nella meccanica razionale, scienza “dura” di oggetti solidi, non sfiorati dal degrado del tempo, non scalfiti dall’influsso del calore, obbedienti alle leggi regolari che governano il Sistema del mondo. Il cosmos è in ordine, nulla di nuovo appare sotto il Sole, le traiettorie procedono lineari come palle da biliardo (modello della scepsi humiana a proposito del nesso causale), i pianeti seguono in cielo le loro stanche ellissi. Il futuro non è che replica del passato, quel che avviene nel locale si ritrova nel globale, misurare (métriser) consente di dominare (maitriser): “scienza delle cose morte e strategie della messa a morte”. Scienza di Marte, suggerisce Serres, per la quale la natura è dominata da leggi necessarie che consentono previsioni certe. 

   

 

Ma le civiltà del Mediterraneo erano più attente ai flussi che ai moti dei corpi solidi o alle cadute dei gravi. Agricoltori e marinai si preoccupano dei venti e dei temporali, custodiscono la rarità delle acque, costruiscono acquedotti, si dedicano all’idraulica. “Non è più il cristallo o i cinque solidi poliedrici, i corpi del Timeo, è il flusso. La natura di Marte, la fisica marziale è formata da corpi duri, rigidi, rigorosi, la natura e la fisica di Venere si formano nello scorrimento” (Serres, Lucrezio). La scienza di Venere trova il suo modello nell’incerto formarsi di vortici nei flussi, nell’atomismo liquido di Epicuro. Nella caduta laminare delle gocce di pioggia, una inclinazione infinitesima, un “impercetto clinamen” (Gadda), fa deviare dalla linea di caduta verticale che mantiene gli scorrimenti paralleli; “incerto tempore incertisque locis”, dice Lucrezio, uno scarto all’equilibrio dà origine a una turbolenza, qualcosa di nuovo e imprevisto va a cercare fortuna nel mondo. Si forma un turbine, una sacca di neghentropia che si conserva per qualche istante, secondi o secoli, prima immagine della vita, della complessità organizzata. Non tutto procede con regolarità verso la morte, le acque non scorrono tutte verso il mare seguendo la legge della minima discesa; il ritmo si costituisce nella resi, un vortice si forma nello scorrimento e resiste alla deriva verso l’indifferenziato. I flussi seguono il processo scandito dal passaggio lucreziano da turba a turbo. In greco turbé è la folle danza in onore di Dioniso, la moltitudine e il grande numero, la confusione e il tumulto: è il caos come massa fluttuante, in moto browniano, in cui si produce una spirale, turbo, che gira vorticosamente. Il caotico tumulto su cui si soffermano tante pagine barocche di Gadda è un flusso percorso da turbolenze, agitato da vortici, in cerca delle sue linee di impluvio. Nella “teoretica idea” che si agita nella testa del commissario Ingravallo del Pasticciaccio, “le inopinate catastrofi [...] sono come un vortice”: il confluire di molteplici causali convergenti, come i venti “quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica”, fa assumere all’effetto la forma di un “molinello” e finisce “per strizzare nel vortice del delitto la debilitata ‘ragione del mondo’. Come si storce il collo a un pollo”. Anche il nesso causale si fa fluido, è influsso: scaturire, emanare, derivare, conseguire, verbi tutti che rimandano all’uscita dalla fonte di un liquido che segue poi la pendenza. 

   

Le scienze dei flussi – meteorologia, biologia, ecologia – sono scienze di scambi, di circolazioni, di cicli e mescolanze. La Biogea, la vita sulla terra, non obbedisce a leggi universali e vincolanti, è un campo di circostanze e contingenze, frutto del gioco fra il caso e la necessità; qui non agisce la logica del locale che si amplifica fino a farsi globale, lo spazio non è cattolico (kath’olou, pervade il tutto), ma pagano (pagus indica il lotto di terreno), disseminato di differenze. Il nostro mondo non si compone di strutture solide e coerenti, distribuite in uno spazio omogeneo, molecole cristalline che si ripropongono monotone dal locale al globale, obbedienti al “suggerimento cristallografico di Dio” (Gadda). Il reale non è razionale, come vorrebbe l’idealismo: il razionale è solo la terra emersa, arcipelago disperso nelle acque, isole sporadiche distribuite a caso. Nello stagno pieno di pesci della Monadologia leibniziana ogni pesce contiene al proprio interno altri stagni ricchi di pesci, ordine nel disordine, disordine nell’ordine. 

  

 

Sulla molteplicità confusa del flusso primitivo, ecco apparire una fluttuazione, si produce la spirale di un vortice, forma d’ordine elementare, circostanza fortuita che vince per qualche istante la deriva verso l’irreversibile. È questa, suggerisce Serres, la catena della genesi, non la catena solida di ragioni, ma una catena liquida, di contingenze e circostanze. Questa catena fragile e molle, facile a rompersi, esce dalla noise acquatica, dalla zuppa prebiotica, dalla distribuzione molteplice: order from noise, dice la cibernetica di von Foerster. Il molteplice delle origini è un insieme confuso e variabile, flou, indistinto e sfumato, di cui non posso individuare né gli elementi né i bordi, su cui la mia informazione resta necessariamente parziale. “Mare, foresta, fracasso, rumore, società, vita, opere e giorni, tutti molteplici comuni, di cui possiamo a malapena dire che sono oggetti, che richiedono tuttavia una novità di pensiero. Cerco di pensare il molteplice in quanto tale, di lasciarlo fluttuare senza arrestarlo mediante l’unità, di lasciarlo libero, così com’è, dolcemente. Mille alghe molli sul fondo dell’acqua […]. Tento ora di ripensare il tempo come molteplicità pura” (Serres, Genesi). 

  

Il mondo intero è fluttuante, insegna la tradizione orientale. Si narra che Confucio, vedendo un uomo dibattersi nelle acque ribollenti prossime ad una cascata, mandasse un discepolo per tentare di salvare quel che credeva un suicida; ma l’uomo esce tranquillo dall’acqua e si mette a seguire la sponda cantando. Confucio gli chiede allora quale sia il suo tao, l’altro risponde che si limita a seguire il tao dell’acqua: “Scendo con i vortici e risalgo con i gorghi”, si lascia cioè portare dal flusso, senza opporre resistenza. C’è un verbo per indicare al meglio questa capacità di non assumere iniziativa propria, di non puntare ad alcun fine, per lasciare che sia il processo stesso a condurci: “la vita è come fluttuare, la morte come riposare” (Zhuangzi). Eliminando il pensiero della destinazione e del destino, “fluttuare”, ha osservato François Jullien, è il verbo che contraddice l’aspirazione alla felicità che l’Occidente, da Aristotele a Freud, considera il fine a cui l’uomo tende necessariamente. Fluttuare significa non fissarsi alcun porto, non darsi alcuna meta, e nello stesso tempo restare sempre attivi, disponibili a rinnovarsi a seconda dell’incitamento del mondo. Fluttuare non equivale a esitare, a lasciarsi andare alla deriva per darsi all’ebbrezza avventurosa del battello che non ha più chi lo governi, come in Rimbaud; non significa accogliere il senso tragico della traversata, l’istanza epica o titanica dell’affrontare i pericoli pur nella consapevolezza dell’inevitabile naufragio. 

  

Di questo rende conto la pittura di paesaggio della tradizione orientale, quel paesaggio che la lingua cinese definisce con la coppia di opposti “montagna(e)-acqua(e)”, shan-shui: ciò che tende verso l’alto e ciò che scende verso il basso, ciò che è immobile e ciò che non cessa di scorrere, la forma definita e la trasparenza informe. Imbarcazioni fluttuano nella baia dove sono ancorate, dondolando sull’onda, indizio dell’animazione che pervade il paesaggio: lo stile tipico giapponese, quello di Hokusai, di Hiroshige e Utamaro, fa ricorso a una modalità fluida, a un “inchiostro che galleggia”, come se il segno lasciasse le sue tracce sull’acqua. L’età barocca, a partire da Montaigne, ricorre alle “cose che fluttuano”, nuvola, bolla, acqua, per dare figura alla natura, in primis alla natura umana; l’acqua che scorre e fugge è la metamorfosi stessa, Proteo che non si fissa in alcuna forma, variabilità fuggente. 

   

Orfano della stabilità, come lo è rimasto di Dio, l’Occidente interpreta la metafora della “società liquida”, resa famosa da Zigmund Bauman, nei termini di una perdita di cui elaborare il lutto. La liquidità appare come mancanza di ogni punto di riferimento, dissolversi di ogni certezza, nella fragilità evanescente dei legami di un mondo in cui solo il cambiamento è permanente. La tradizione cinese suggerisce come cogliere la fecondità di un pensiero che sia fluttuante al pari della realtà; ricorre all’immagine dell’acqua, flessibile e indifferenziata, per indicare il fondo del processo naturale, ciò che più si avvicina alla via, al tao. “Niente al mondo è più molle e debole dell’acqua; ma nell’avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla” (Laozi). L’acqua non ha forma propria, si con-forma, procede adattandosi; come il vento che tutto pervade restando invisibile, così l’acqua è di per sé neutra, insapore, una categoria quest’ultima in cui François Jullien ha indicato il tratto saliente della forma di vita cinese. L’apprezzamento percettivo è rarefatto, il carattere è dominato da un dimesso ritegno, le relazioni intersoggettive si regolano su riserbo e discrezione, come se tutto procedesse da una dissolvenza del soggetto e dell’oggetto. Anche il Tao è privo di sapore, nello stadio iniziale delle cose nessun tratto specifico si è manifestato; nel luogo della sorgente inesauribile si mantiene l’apertura che è promessa di ogni accadimento a venire. 

  

 

“Le relazioni dell’uomo retto sono insapori come l’acqua, quelle dell’uomo dappoco sono gradevoli al gusto come vino nuovo. L’uomo retto è insapore ma proprio per questo fa sì che le cose avvengano; l’uomo dappoco è gradevole (al gusto) ma proprio per questo non fa che distruggere” (Zhuangzi). I tratti del Saggio confuciano restano indeterminati, egli aspira a fare il vuoto dentro di sé per rendersi disponibile alla ricchezza virtuale dei possibili. Nella “strategia dell’efficacia” promossa dalla tradizione cinese, l’agire è tanto più proficuo quanto più passa inavvertito e silenzioso. La via per vincere non punta direttamente sulla forza, si affida alla “debolezza”, come attesta in modo esemplare lo scorrere dei flussi: l’acqua domina il mondo perché “sta in basso” (Laozi). La sua violenza, se gioca a favore il dislivello, se l’inclinazione è adeguata, può arrivare a trascinare le pietre, dure e pesanti, solo in forza della disposizione. Nell’Arte della guerra (Sunzi) della Cina antica, si raccomanda di sfruttare il potenziale di situazione; il termine nella fisica europea richiama il teorema che ci insegna a calcolare con quale forza scorre l’acqua in funzione della massa accumulata e dell’inclinazione della pendenza. Il buon generale dispone le sue truppe come l’acqua ammassata sopra una pendenza in cui si apre improvvisamente una breccia, così che al suo passaggio l’acqua trascina con sé ogni cosa. La Via suggerita dalla prospettiva taoista ha le modalità di un defluire che procede sponte sua; la perfetta adesione al Tao che il Saggio incarna equivale a lasciarsi portare come pesci nell’acqua. Bisogna entrare nella corrente del Tao come l’abile nuotatore che segue la corrente senza sforzo, senza imporre la propria iniziativa e forzare gli eventi. La spontaneità non coincide con la libertà, da noi tanto esaltata, coincide con il conformarsi all’inevitabile, con il totale accordo con le cose, fino all’annullamento di sé. 

   

Anche il tempo vissuto fluisce, o meglio mescola una molteplicità di flussi. Come in tutti gli organismi viventi, anche negli umani confluisce la sincronia di più tempi: seguiamo la ciclica ripetizione del calendario di lavoro, fiduciosi nel ritmico battere dell’orologio cardiaco, scivoliamo lungo il pendio che deposita sul corpo le tracce dell’invecchiamento, affidiamo i nostri eredi alle imprevedibili ramificazioni dell’evoluzione. Il tempo cronologico è solo un modello ridotto e semplificato del tempo delle meteore, time è una semplificazione strumentale di weather, ha suggerito Serres. Il tempo che fa, mescola in sé più tempi, forma una sirresi, intreccio di più scorrimenti: cumula il tempo reversibile e determinista di Newton con la deriva entropica irreversibile di Boltzmann, con le novità che scoppiano come granate nella durata di Bergson. Sul pagus si intrecciano i flussi, correnti d’aria, luce solare, canali d’irrigazione: sistema instabile o metastabile, il tempo meteorologico mescola il ciclico ritorno delle stagioni alle variabilità improvvise, gelate, temporali o siccità prolungate; la costanza della ripetizione è attraversata da punti irregolari di catastrofe. 

  

Il tempo non segue un corso, è semmai un con-corso di circostanze, confluenza di più flussi variabili lungo molteplici letti. La lingua francese dice che il tempo coule, termine che traduciamo con scorre, perdendo il senso di perdita che è implicito nel nostro “colare”. Ma il latino colare non descrive la lineare discesa dalla sorgente alla foce, secondo la logica monodroma del canale in cui le acque sono imprigionate; l’acqua del fiume non fluisce tutta verso il mare, contro-correnti la risospingono verso la sorgente, vortici la arrestano per girare come trottole sotto i piloni dei ponti, altra acqua evapora per formare nuvole e ricadere altrove sotto forma di pioggia. Il latino colum indicava il filtro di neve da cui si faceva transitare il vino per farlo rinfrescare; colatoio o colino, imbuto chiuso da un tessuto, a indicare il passaggio attraverso un setaccio. I grandi fiumi come lo Yukon o il Gange scorrono su di una piana immensa dove decine di letti separati o legati si incrociano; ogni canale può fare da setaccio e ogni sbarramento da passaggio. L’acqua qui non scorre / cola, ma percola, scivola passando attraverso filtri aleatori, cerca un punto di transito incerto e variabile fra terreni sabbiosi o lastroni di ghiaccio. Lo scorrimento laminare e semplice, il filo a cui affidiamo la possibilità di misurare il tempo cronologico, non è che un caso limite rispetto al tempo delle intemperie temperate, molteplicità di flussi di cui alcuni passano, vengono filtrati, altri si arrestano o tornano indietro. Così fluisce il tempo dell’evoluzione dei viventi come quello delle nostre civiltà. Abbiamo scandito il succedersi della storia umana in riferimento ai metalli – età dell’oro, del ferro o del bronzo – o alla pietra, neolitica o paleolitica. “Ecco le acque, cataratte e flussi, fiumi e turbolenze, della fisica epicurea. Il locale qui fa scorrere la sua debole viscosità, senza intaccare eccessivamente il volume globale. I vincoli svaniscono non lontano dal suo intorno. Vi sono, come si dice, dei gradi di libertà. Il turbine si forma e si disfa, nell’incertezza, ma ovunque, altrove, la pianura è calma, secondo i casi. Spazio seminato di circostanze. 

Inventare la storia liquida e l’età delle acque” (Serres).

 

 

Per saperne di più

 

Henri Bergson, Introduzione alla metafisica, 1903, Orthotes, 2012 

Carlo Emilio Gadda, Meditazione milanese, 1929, Einaudi, 1972

François Jullien, Elogio dell’Insapore, Cortina, 1999         

François Jullien, Nutrirsi la vita, Cortina, 2006

François Jullien, L’invenzione dell’ideale, Medusa, 2011 

Jean Rousset, La letteratura dell’età barocca in Francia, 1981, Il Mulino

Michel Serres, Hermès IV. La distribution, Editions de Minuit, 1977  

Michel Serres, Lucrezio e l’origine della fisica, Sellerio, 1980 

Michel Serres, Genesi, il melangolo, 1988

Michel Serres, “Riscoprire il tempo”, in Conoscenza e complessità, Theoria, 1990

Michel Serres, L’incandescent, Le Pommier, 2003 (si veda un estratto in Riga, n° 35, 2014)

 

Disegni di Anna Enrica Passoni.

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