Jonathan Safran Foer, essere ebrei nella globalizzazione

6quellagiusta è la password che Isaac Bloch si è scelto per alleggerire il carico delle tensioni provocate dalla rivoluzione digitale.  Se uno trovasse una password altrettanto semplice – e facile da ricordare – per decodificare il sistema-ebraismo sarebbe magnifico, ma nessuno è riuscito né riuscirà a trovarla. Questa è la prima cosa che s’impara leggendo Eccomi (trad. it. I. A. Piccinini, Guanda, 2016, p. 666, € 22), un romanzo-saggio di Jonathan Safran Foer sui modi di essere ebrei nell’epoca della globalizzazione. Nessuna delle possibilità in circolazione (sionismo, ortodossia, riforma, libero pensiero sciolto da dogmi) pare vincente. Non è lecito – ci dice Safran Foer – celebrare il trionfo dell’una o la capitolazione dell’altra. Se Washington piange, Gerusalemme non ride (di Roma e Milano non parliamone, anche se Safran Foer celebra i fasti culinari del Belpaese).  

   

Alla domanda “sei un ebreo religioso?” Jacob non sa rispondere. Non appartiene a una sinagoga, non mostra attenzione alle regole alimentari, non ha mai dato per scontato che avrebbe cresciuto i propri figli con un qualche grado di pratica ebraica, ma al tempo stesso sa benissimo che “una religione non si può reggere sulle doppie negazioni”. Come dice un personaggio del libro: “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare” (la Arendt avrebbe detto one doesn’t escape jewishness), ma questa presa d’atto non esonera dallo sforzo di cercare una via d’uscita.  L’autore non strizza l’occhio a nessuno, di ogni punto di vista mette in evidenza vantaggi e limiti. Come Leopold Bloom rispetto a Joyce, solo fino ad un certo punto Jacob si può dire rispecchi la posizione di Safran Foer. Julia in qualche modo ricorda Molly; certe pennellate irriverenti fanno venire in mente Philip Roth (la metafisica della masturbazione mi sembra un omaggio – tardivo – a Portnoy); la scena esilarante di Steven Spielberg (o un sosia) incontrato nella toilette di un aeroporto sembra venir fuori da una sequenza dei fratelli Cohen, ma sono pure suggestioni in un libro originale innanzitutto per la sua parte teorica, più che per la narrativa (anche nell’esegesi biblica, nella rilettura per esempio dell’episodio di Abramo e Isacco, da cui deriva la scelta del titolo, “Eccomi” Safran si rivela molto acuto e non banale).

  

La semplificazione – questo è sicuro – non si adatta a un romanzo, dove il lettore cercherà invano una bustina di plastica dei ricordi come in Ogni cosa è illuminata. La bustina a un certo punto incidentalmente appare, ma è una dolce autocitazione dell’artista, una specie di autografo.  Tutti hanno egualmente ragione, tutti hanno egualmente torto. Nessun torto sembra avere solo il cane Argo, ennesimo omaggio al mito di Ulisse, di gran lunga il personaggio omerico nel quale gli ebrei del Novecento si sono più volentieri rispecchiati. 

   

Safran ci lascia liberi di esplorare un labirinto, chiedendoci di servirsi della  sua sfrontatezza, qui, più che nei precedenti libri, trasgressiva ai limiti della provocazione. “La sfrontatezza è prova di innocenza”, afferma un personaggio e tu pensi che sia una massima dei Padri o un proverbio chassidico, invece è Sharon Stone in Basic Istinct. Proverbi chassidici abbondano nel libro, uno fra gli altri potrebbe proprio essere adottato come il 6quellagiusta capace di aprire un paio di porte dell’enigma: “Inseguendo la felicità, smarrisci la soddisfazione”, ma  è troppo lungo per diventare una password e del resto la sua efficacia vale solo per Jacob e Julia e non per le tre decine circa di personaggi-protagonisti di un romanzo corale dove un personaggio super partes, se esistesse, metterebbe in crisi la struttura di partenza, riflessiva prima che narrativa. A metà libro il romanzo-saggio ha un colpo di scena e vira in direzione della fantapolitica. Che cosa accadrebbe se il temuto crollo di Israele avvenisse non per un agguato dei  suoi nemici storici, ma per un sisma biblico che riduce a macerie le città e anche le colonie e unisce nella tragedia gli stessi palestinesi? Il colpo di scena non altera le riflessioni teoriche, se mai le ingigantisce spostando il discorso al livello del paradosso, che come è noto aiuta sempre a leggere gli eventi più della lezione delle cose. E d’altronde la felicità non è nemmeno esclusivo appannaggio della coppia: lo è nel primo periodo, quello della felicità e della pienezza di libertà sessuale raggiunta e descritta in pagine davvero memorabili,  le più belle del libro, quelle in cui Safran Foer teorizza, sulla scia direi dei Maestri del misticismo (o, forse, del fortunato volume di David Biale su “eros ed ebraismo”), la religione “dei due”, la religione privata dei sogni di due innamorati che diventano scene di culto e di preghiera, una forma ortodossa di affettività. Tuttavia anche questa delicata definizione dell’amore coniugale come esperienza religiosa (il contrario di Svevo che considerava religioso l’adulterio) evapora lentamente dopo la nascita dei figli. La religione “dei due” non può modificarsi nella religione “dei tre, dei quattro e dei cinque”. “Tutto sembrava tendere a una dimensione rituale...”, ma come ogni religione  anche la religione “dei due” reca inevitabilmente con sé il suo contrario: l’assimilazione. L’assimilazione produce a sua volta secolarizzazione, un terremoto dei sentimenti.

  

Molte sfumature del libro appartengono alla quotidianità americana (cenni a blogger, autori televisivi, videogiochi non possono essere immediatamente compresi dal  lettore italiani), ma i problemi in Europa e anche in Italia non sono diversi. Safran Foer non si identifica nel protagonista Jacob, askenazita agnostico ma non insensibile ai richiami della tradizione. Parteggia per lui, è chiaro, ma non al punto di negare credibilità ai punti di vista di chi gli si oppone rivendicando la ortodossia o il sionismo. Il libro è molto denso, talora i dialoghi troppo minuziosi, di taglio cinematografico, ma di diseguale velocità e spessore, nei meandri della quotidianità qualche volta il lettore si perde. 

  

Nella prima parte del romanzo non accade praticamente nulla: uno dei figli di Jacob e Julia rischia di non poter avere il permesso di fare il suo Bar Mitzwah per una frase irriguardosa che ha scritto contro un  suo compagno di scuola. Il matrimonio dei suoi genitori è in crisi, Argo (che ci ricorda Balac, il protagonista di un famoso romanzo di Agnon) è malato e chi lo assiste si divide sulla liceità dell’eutanasia nell’ebraismo. Un susseguirsi infinito di situazioni dentro un’esistenza normale in cerca di definizione sacralizzante impossibile. Si potrebbe chiudere con una facile battuta. “Eccomi” è la parola pronunciata da Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare il figlio,  buona per un titolo, ma troppo breve per una password. 

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