La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

«Visti da vicino gli scrittori fanno spesso il medesimo effetto degli attori: deludono»: quel che Oriana Fallaci afferma nell’introduzione a un’intervista a Natalia Ginzburg (Gli antipatici, Rizzoli, 1963) è vero quasi sempre, ma viene in realtà smentito dall’amabile conversazione con l’autrice di Lessico famigliare, incontrata nella sua casa romana di Piazza Campo Marzio pochi giorni prima dell’assegnazione del premio Strega al suo romanzo più famoso. E tale affermazione è smentita anche dalla lettura del bel ritratto che dedica a Natalia Ginzburg un’altra scrittrice, Sandra Petrignani, nel suo La corsara (Neri Pozza) da qualche giorno in libreria. La corposa e appassionata ricostruzione biografica, che ripercorre la vita di una delle più grandi scrittrici italiane e rievoca la rete di amici e familiari che hanno accompagnato la sua esistenza, non svela grandi segreti e si avvicina a Nat (così la chiamavano coloro che le sono stati più vicini) con rispetto e discrezione, e forse proprio per questo l’immagine che ne vien fuori non “delude”. Sembra che nel tratteggiarne il profilo Petrignani raccolga la raccomandazione che Ginzburg stessa aveva fatto a Silvio Perrella quando era andato a trovarla intenzionato a scrivere una biografia di Calvino: «sono importanti le biografie, ma bisogna accendere le luci e saperle spegnere al momento giusto» (si tratta di parole ricordate più di una volta in queste pagine).

 

La calcolata drammaturgia di luci e ombre che illuminano il percorso privato e artistico di Natalia Ginzburg lascia emergere con evidenza le affascinanti contraddizioni del suo “carattere”: timida e decisa, domestica e corsara, la sua voce solitaria, perché originale e diversa da quella di tutti gli altri scrittori suoi contemporanei, riecheggia nella sua unicità in dialogo costante con tutte le più importanti personalità della vita culturale italiana del secolo scorso.

Che Sandra Petrignani sappia accendere le luci e spegnerle «al momento giusto», del resto, non stupisce, se si tiene conto della sua provata esperienza di ritrattista di scrittrici (Marguerite, del 2014, è dedicato a Duras, Elsina e il grande segreto, del 2015, all’infanzia di Morante) e di paesaggi letterari (Addio a Roma, del 2013).

 

 

La ricerca delle tracce lasciate da Natalia Ginzburg nelle città e nelle case che ha abitato, negli oggetti che ha maneggiato, nei ricordi di quanti l’hanno conosciuta e amata si avvale poi di un metodo già collaudato almeno in un altro libro precedente (La scrittrice abita qui, 2002, racconto del pellegrinaggio nelle case di Virginia Woolf, Karen Blixen, Marguerite Yourcenar, Colette e di altre Signore della scrittura), in cui ha interrogato gli spazi domestici in cerca delle memorie in essi sedimentate. La narrazione procede infatti alternando il ricordo delle visite nelle dimore ginzburghiane (dalla casa palermitana di via Libertà 101 a quella romana di Piazza Campo Marzio, passando per le varie abitazioni torinesi, senza rinunciare alla fondamentale parentesi abruzzese), e dei luoghi frequentati da parenti ed amici, con le testimonianze di coloro che hanno conosciuto la scrittrice e con la lettura dei suoi testi.

 

La detection che segue gli snodi fondamentali della “topografia sentimentale” di Natalia Ginzburg appare in profonda sintonia con il radicamento spaziale della sua scrittura e della sua esistenza, con quell’istinto ancestrale a scavare ovunque «una tana» (come ricorda lei stessa in uno dei pezzi raccolti in Mai devi domandarmi, intitolato appunto La casa) e a mettere radici in ogni città in cui l’hanno condotta il destino e le sue scelte. In tutti i suoi racconti e nelle sue commedie, del resto, lo spazio domestico si fa specchio di quello relazionale e familiare, fino a diventare il tema dominate nell’ultimo romanzo (La città e la casa, 1984): «Quella è ancora casa mia e lo sarà sempre. Uno le case può venderle o cederle ad altri finché vuole, ma le conserva ugualmente per sempre dentro di sé». L’affermazione di Giuseppe, uno dei protagonisti di questo desolato requiem dell’appartenenza delle persone ai luoghi, sembra implicare la reversibile capacità degli spazi di raccontare le vite che in essi si sono fermate. 

 

La dimensione domestica della figura di Natalia Ginzburg convive con quella “corsara” a cui fa riferimento il titolo. Accanto a quella di Pasolini, la voce pubblica della scrittrice – e Petrignani lo sottolinea giustamente con insistenza – risuona nelle pagine dei quotidiani in tutta la sua perentoria e provocatoria eccentricità, il suo personalissimo stile saggistico, in cui convivono candore e intelligenza, è il segno di una libertà di pensiero rivendicata in ogni momento con decisione e ironia: dalla fine degli anni Sessanta, in cui ha inizio la sua collaborazione con «La Stampa», alla prima metà degli anni Settanta in cui si intensifica maggiormente la sua presenza sui quotidiani e in particolare con «Il Corriere della Sera» e con «Il Mondo», fino alle sporadiche apparizioni di suoi scritti negli anni Ottanta su «L’Unità» e «Repubblica».

 

La voce fuori dal coro, del resto, riguarda i saggi e gli articoli ma anche i romanzi e le commedie, che non possono essere archiviati se non per la loro anomalia sia rispetto al canone sia rispetto alle forme e ai generi chiamati in causa. Stupisce un così eccezionale tasso di originalità in una figura letteraria e intellettuale che ha vissuto non ai margini, ma al contrario sempre nei luoghi centrali dell’elaborazione culturale. Raccontare la vita di Natalia Ginzburg significa, allora, ricostruire anche tutta la straordinaria costellazione di profili umani e intellettuali che l’hanno accompagnata: dai vari membri della famiglia Levi, a Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Elsa Morante, Adriano Olivetti, Italo Calvino, Cesare Garboli e Gabriele Baldini senza dimenticare tutti quelli che hanno frequentato “casa Einaudi” e i tanti amici e le tante amiche che hanno arricchito la sua esistenza. Le pagine autobiografiche, nate da quell’inconfondibile declinazione del dispositivo della scrittura del sé, in cui il sé rimane quasi sempre ai bordi della narrazione, si offrono come un grande affresco di un’epoca e di una eccezionale generazione di intellettuali. Petrignani pare voler scrutare con attenzione la qualità di ciascuno di questi “rapporti umani”. L’indagine sulle tracce di Nat, dei suoi amori, delle sue amicizie, dei suoi legami familiari, può forse apparire all’inizio come la ricerca di una genealogia a cui ancorare le proprie aspirazioni letterarie, ma il profilo di Ginzburg rivela alla fine un residuo inafferrabile; nel suo ritratto rimane dunque spazio soltanto per l’urgenza testimoniale del privilegio di aver conosciuto da vicino e frequentato, anche se per un breve periodo, una delle più grandi scrittrici italiane e tutto il mondo che portava con sé. 

L’immagine dello specchio, che Sandra Petrignani individua come un Leitmotiv dell’intera opera ginzburghiana (da quello sul carretto che la scrittrice non userà mai nei suoi racconti a quello in frantumi evocato nella Città e la casa), funziona come messa in abisso dell’incompiuta aspirazione di rispecchiamento, di riconoscimento, di ricomposizione: «Devo dire che, scrivendo romanzi, ho sempre avuto la sensazione d’avere in mano degli specchi rotti, e tuttavia sempre speravo di poter ricomporre finalmente uno specchio intiero. Ma non mi è mai successo e via via che andavo avanti a scrivere la speranza s’allontanava. Questa volta, però, fin dal principio, non speravo nulla. Lo specchio era rotto e io sapevo che ricomporre i pezzi mi sarebbe stato impossibile. Non avrei avuto mai il bene di avere davanti a me uno specchio intiero» (Natalia Ginzburg, Risvolto di copertina della Città e la casa, 1984).

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