Latini, Mangiafoco, il ghiaccio, il teatro

La scena è bianca. La luce opaca. Da una masnada di attori con mascheroni di Mickey Mouse attraverso un sipario a strisce viene introdotto uno scivolo, che lancerà nell’ampia arena gli attori-personaggi, maschere di sé stessi e del loro amore per il teatro. 

C’è il ghiaccio e c’è il fuoco, la confessione, il silenzio, la citazione, l’urlo, la rabbia mitragliata a un microfono ad asta. C’è la passione e il pericolo nell’ultimo spettacolo di Roberto Latini, andato in scena al Piccolo Teatro Studio di Milano fino a poco prima di Natale, una coproduzione Piccolo Teatro, Compagnia Lombardi-Tiezzi, Fondazione Matera 2019, Associazione Basilicata 1799 / Città delle 100 scale Festival in collaborazione con Consorzio Teatri Uniti di Basilicata. 

 

Mangiafoco – come lo chiamava, alla toscana, Collodi, nel suo Pinocchio a puntate, poi riunito in un unico romanzo nel 1883 – è uno spettacolo sul rischio di recitare, di vendersi l’abbecedario per il teatro, sulla possibilità di finire in brace per arrostire un bel montone e saziare una pancia già debordante o sulla liberazione che alla fine di un lungo processo di trasformazione e riconoscimento può arrivare, se si sanno suonare le corde giuste, e commuovere fino al pianto, come avviene al burattino Pinocchio di fronte al terribile, orchesco burattinaio dalla lunga barba, Mangiafoco. È uno spettacolo sul teatro, sul mettersi in scena per seguire una vocazione, e sulla società che vorrebbe trasformare ogni sentimento in una mascherata da Disneyland, ossia è uno spettacolo sulle avventure dell’essere e dell’apparire nella vita. Niente di nuovo: il solito camminare in equilibrio, ridendo, giocando, soffrendo, su un filo sospeso sopra l’abisso.

 

 

Latini da vari anni gira intorno all’attore come presenza, come agente, come propulsore di cambiamento. Come forza che nella sfasatura tra natura e maschera, tra tradizione e invenzione, tra libertà creativa e coercizioni del mondo apre strade psichiche (o se le rinchiude). 

Lo ha fatto raccontando il disagio, lo sfasamento di vivere tra le macerie con Zoosfera Lucignolo, rendendo il Paese dei Balocchi un Belpaese da algido incubo, in una solipsistica lotta contro il vuoto. Ha esplorato lo scollamento tra sé e la propria rappresentazione, fissazione, tra l’attore e il proprio retrobottega di trucchi, con Sei, ispirato al finale di Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello. Quelli erano lavori solistici, con lui stesso in scena nel primo, con PierGiuseppe Di Tanno in bilico su uno sgabello nel secondo.

 

Poi, nella scorsa stagione, nel febbraio del 2018, al Piccolo Teatro di Milano, la compagnia si è rimpolpata con vari attori, in parte già visti con lui in un altro lavoro sulla vita messa in teatro e in grottesco, l’Ubu re di Jarry, in parte provenienti dalla vecchia compagnia di Leo de Berardinis, in parte nuovi: ed era teatro nel teatro o metateatro come metafisica, nel disperato, livido Teatro comico di Goldoni, una compagnia dell’arte sulle acque di un nuovo mondo artistico, su un mare tempestoso con un naviglio instabile come nella Zattera della Medusa di Gericault. Continuare a portare la mezza maschera e il costume a pezzette colorate, o denudarsi, in una realtà sempre più simile a un reality show, con un piede in bilico sull’apocalisse? – questo il problema.

 

 

Ora il gioco è rastremato, portato agli elementi essenziali, nel bianco che allarga i confini, rendendo visibile il nulla, il silenzio, e popolandolo di arcoscenici teatrali fatti con lucine da fiera, di passerelle rosse, di fantasmi. Da quello scivolo, spinto da sorridenti Mickey Mouse, sbucano e vengono precipitati nel palcoscenico-mondo gli attori. A uno a uno si confessano: il nome, il segno zodiacale, la nascita della vocazione teatrale: facendo i burattini in casa, o cantando chiusi da soli in una stanza, o a un laboratorio frequentato nell’adolescenza… Un canto del cigno che somiglia a una Via crucis, il pastore errante dell’Asia di Leopardi, la scimmia intelligente da fiera del Woyzeck come maschera dell’uomo (o viceversa), Eduardo e Totò, Nora che vuole scappare dalla sua casa di bambole, Cobelli e Ronconi, un dialogo col vuoto che sembra preso dal Pinocchio di Carmelo Bene, un buffone ormai vecchio e ubriaco nel camerino, smaglianti frac e cilindri di carta come i poveri abiti del figlio di Mastro Geppetto, lampioni che si spostano insieme con lo spleen notturno imbellettati di pallida luna, il sogno di gloria di Enrico V, la danza dinoccolata, slogata e selvaggia dei ciuchini del Paese dei Balocchi, tutti col naso di Pinocchio, o anche senza… 

 

 

I monologhi iniziano come confessioni personali e diventano ricordi, incroci di esperienze, si accendono in sarabande collettive, come in un circo, in un alternarsi di squarci interiori che trascolorano in rappresentazioni, con Mangiafoco che urla, chiede da bruciare il legno di Pinocchio, che ha interrotto la recita facendo accorrere intorno a sé gli altri fratelli burattini; con Totò e Ninetto che, dalla discarica dove sono stati buttati come pupi siciliani di Otello e Iago dagli spettatori inferociti in difesa di Desdemona, scoprono le nuvole, e la meravigliosa, straziante bellezza.

La straziante bellezza non del creato, come nel film Che cosa sono le nuvole di Pasolini, ma del teatro, che è il luogo creaturale per eccellenza, dei mille possibili, dove il ghiaccio è di fuoco, come blocchi di Pinocchio estratti da un grande freezer pronti a sciogliersi, lentamente, e a rivelare qualcosa, non sappiamo cosa, in una delle immagini più belle. Ma il burattinaio, Mangiafoco-Latini, grida al microfono, fuori dai tondi di luce bianca da circo o da varietà circonfusi di azzurri o di rossi nelle luci d’anima di Max Mugnai, grida nell’ombra che lo vuole bruciare il burattino, che non vuole fare il buffone alla catena, che ha chiuso la compagnia perché il Ministero non finanzia l’artisticità ma la capacità di presentare bilanci in passivo. Non c’è niente da guardare, rampogna.

 

Il teatro, proprio come ogni altra forma di esistenza, è passione, è anima, slancio, concentrazione, e intorno a sé ha nani e ballerine, ossia occhiuti ragionieri, grigi burocrati senza aria, come in un’opera sovietica del periodo della disillusione dalla rivoluzione. Il teatro è, e lo sempre stato, metafora di un dibattersi da burattini in cerca di carne e spirito.

Costruire immagini o accendere immaginazioni? Questo, ancora, sussurra Mangiafoco, è un dilemma. Oggi ancor di più, quando tutto è estroflessione, rappresentazione ed esaurimento nell’apparenza. Il finale, con quei blocchi di ghiaccio con lungo naso pinocchiesco che arrivano, a costruire un notturno lunare pupazzo invernale multiforme e affilato, un raggelato monolite di tante anime, con il fuoco che all’improvviso esplode, rimanda al buio, al lucore e all’ombra intorno, in un’atmosfera lunare; riporta alla necessità di ascoltare, decifrare, ascoltarsi nelle algide albe sfinenti, e illuminarsi; al farsi spettatori e tornare attori e farsi spettatori e attori e così via, in ciclo… Perché il teatro è la relazione che ogni giorno viviamo con l’altro, il nostro mentire, accettare la schiavitù, provare a scrollarla di dosso, a cercare, altrove. 

 

 

In scena, magistrali, accompagnano l’autore Marco Sgrosso, Elena Bucci e Marco Manchisi, già nella compagnia di Leo de Berardinis, una traccia di memoria formidabile, presenze carismatiche, scavate, leggere, mobili, danzanti, dense, ironiche, drammatiche. Con loro Savino Paparella, Stella Piccioni, Marco Vergani, tutti efficaci, intimi, capaci di imprimere alla confessione le accelerazioni di ritmi che strappano spesso la risata, conquistando, tra gli umori cupi, come solo il grande teatro sa fare. Gli elementi scenici sono di Marco Rossi, i costumi di Gianluca Sbicca. Mangiafoco ha due altri protagonisti: le luci di Max Mugnai, capaci di creare squarci chiari, ombre, mistero, notti diafane, e slanciare l’immaginazione; le musiche e i suoni di Gianluca Misiti, cullanti, strepitanti, ipnotici.

 

Le fotografie sono di Masiar Pasquali.

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