Le lettere di Mario Rigoni Stern

Leggere gli epistolari degli scrittori a volte delude, specie quando dalla corrispondenza con le loro case editrici emergono rancori, piccolezze, avidità, che possono lasciare perplessi gli estimatori dei loro libri.

Questo non avviene con Mario Rigoni Stern: ogni lettera ha la qualità narrativa e la velocità di un piccolo racconto, a volte aspro e sanguigno, altre volte elaborato e ricco di riflessioni.

Le prime lettere di Rigoni che ho letto erano proprio dirette a me, un lettore appassionato che voleva saperne di più delle storie raccontate nei suoi libri e dei luoghi vissuti ed evocati, spesso montagne dell’arco alpino. Tante volte gli ho inviato foto di valli e montagne a lui care, lontane dall’altipiano dei 7 Comuni: le vette della Val Veny e Val Ferret, le cascate di Lillaz e i laghi sopra Champorcher, le nevi della Val Formazza e i prati di maggio della Val Soana. Lui una volta mi rispose: “lei è come se viaggiasse per me”. 

Volevo saperne di più di Mario Rigoni Stern, non avevo ancora in mente di scriverne la biografia – avvenne molti anni dopo – e andai in cerca di scritti rari e dimenticati ma anche dei luoghi della sua giovinezza. Durante le ricerche, un giorno mi fermai a Pallanza, sul lago Maggiore, e individuai la villa dove viveva la zia di sua madre, Maria Vescovi detta Marianna. Rigoni vi era arrivato ai primi di luglio del 1941, dopo il fango e il freddo della guerra d’Albania; in L’ultima partita a carte aveva poi ricordato la bella villa in località Castagnola e l’accoglienza affettuosa dei parenti lontani. La zia Marianna e la figlia Ada. Una breve pausa di pace e libertà in mezzo alla bufera della guerra.

Rintracciai Carla Perin, nipote di Marianna, che mi raccontò le vicende della famiglia durante la guerra e la Resistenza, ricordi del padre Giuseppe e dello zio Arrigo, entrambi citati nell’ultimo libro di Rigoni, Stagioni

Un giorno l’anziana signora mi donò le lettere e le cartoline che Rigoni aveva inviato a sua nonna dal fronte russo. Quelle righe piene di speranze, a volte di timori mascherati, le scriveva un ragazzo che aveva già combattuto sul fronte delle Alpi, nel giugno del ’40, e sul fronte greco-albanese, tra l’autunno del 1940 e la primavera del 1941, che aveva visto morte e sofferenze, ma che conservava intatta la capacità di innamorarsi di una ragazza, l’affetto per gli amici del paese, il desiderio di riabbracciare i propri cari. Era importante per quei giovani avere qualcuno con cui corrispondere, raccontando emozioni ed esperienze, e ricevere notizie dei famigliari. Nella prefazione a un libro sulle lettere di soldati dal fronte, Rigoni ha scritto: “…il momento in cui arrivava in linea il furiere con la posta era il più atteso. Speranze, sogni, delusioni anche. C’era tutto un mondo, un paese, una maniera di vivere in quelle parole tracciate a fatica con penna e inchiostro, e chi non riceveva una cartolina restava in solitudine e tristezza”.

 

Alcune cartoline di Mario Rigoni Stern dal fronte russo.


Un giorno del 2005 portai Carla ad Asiago a conoscere Mario. Mentre li ascoltavo parlare tra loro come vecchi amici, tutto un mondo rinasceva per un momento dall’oblio: affetti, giorni di guerra e di Resistenza, libri, tanti ricordi ancora forti ma destinati a perdersi nel tempo.

Qualche anno dopo, durante una passeggiata con il presidente dell’Einaudi Roberto Cerati, nacque l’idea di raccogliere le interviste più significative di Rigoni e di scriverne la biografia. Il libro di conversazioni andò poi in porto con l’Einaudi, fu uno degli ultimi libri che Cerati vide prima di morire, alla fine del 2013: Mario Rigoni Stern. Il coraggio di dire no. La biografia invece, uscì più tardi con la casa editrice Priuli & Verlucca: Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri. Grazie a Cerati potei leggere il carteggio di Rigoni con l’Einaudi: Daniele Ponchiroli, Italo Calvino, Elio Vittorini, e altri. In quelle lettere lo scrittore non aveva dismesso il piglio entusiasta delle missive giovanili. In molte corrispondenze tra autori e case editrici, è facile trovare questioni di visibilità, di compensi, di manovre su premi letterari, di circumnavigazioni del proprio ego. Rigoni invece parla di boschi e di urogalli, del suo altipiano aggredito dalla speculazione edilizia e dalle esercitazioni militari, di manoscritti ingiustamente respinti dagli editori, come quelli di Tina Merlin e di Dianella Selvatico Estense. 

Natura, etica e indignazione civile, interesse per scritti altrui: la corrispondenza di un uomo libero e appassionato, con un discreto senso dell’ironia. 

A Daniele Ponchiroli, il 15 ottobre 1967 scrive: “Ora il bosco è troppo bello e le giornate troppo luminose: non è possibile stare in casa nelle poche ore che mi lascia libero l’ufficio; alla sera sono stanco per il camminare e il cacciare.”

Il 7 gennaio 1969 dopo averlo ringraziato per gli auguri natalizi, Rigoni aggiunge: “Io, di auguri, ne avevo bisogno, perché solo da qualche giorno sono tornato a baita dall’ospedale dove mi avevano portato perché il cuore mi si era fermato per sette volte. Ora va, e non perde un colpo, e con pazienza aspetto la primavera per poter riprendere a camminare per i boschi, e leggere, e scrivere.”. Rigoni si riferisce alla grave crisi vagotonica che aveva rischiato di ucciderlo nel dicembre del 1968. 

La scomparsa dell’amico Ponchiroli, dieci anni dopo, fu un grande dolore per Rigoni; scrivendo a Mariella Depaoli dell’Einaudi, il 7 giugno 1979, confida: “… la morte di Daniele mi ha molto colpito: oltre che perdere un prezioso consigliere per il mio lavoro di narratore (per me aveva sostituito, e bene, Vittorini) ho perso un affettuoso amico. E così lasciando tanti compagni lungo la strada della vita mi sembra di continuare la sacca del Don, e di essere tanto vecchio. Ma bisogna arrivare a baita, anche se per uscire da questa sacca oggi si fa tanta fatica. Mi diceva Daniele nella sua ultima lettera ‘… il mondo va male e in questo momento penso che si salveranno solamente le isole lontane dalla cosiddetta civiltà’”.

 

 

Passarono altri anni e lessi le lettere dal fronte conservate dalla famiglia di Rino Rigoni, il suo migliore amico della giovinezza. Mario gli scriveva regolarmente, confidandosi apertamente, come mai con altri in vita sua. Era stato don Pierantonio Gios, storico non di professione, come amava definirsi, a individuarle e a immaginare di raccoglierle in un libro (Lettere dal fronte. La corrispondenza di Mario Rigoni Stern e di altri ragazzi dell’altipiano). Alcune lettere sono fresche di gagliarda esuberanza giovanile, altre di profonda tristezza per la fine di un amore, altre fanno intravedere il futuro scrittore, come il recit d’ascension della scalata alla Grivola con altri alpini. Un testo che a mio avviso è il primo racconto di Mario Rigoni Stern. 

La compagnia camminava sotto la luna in silenzio assoluto. Solo si sentiva il tintinnare degli attrezzi per la scalata. All’alba siamo sul colle delle Rayes Noires. Il sole stava sorgendo dal Monte Rosa: tutte rosse erano le nubi sopra il sole, le nevi e i ghiacciai del Monte Rosa sembravano in fuoco. Giù nelle valli profonde era ancora buio, mentre sopra il cielo era di un turchino intenso. Il gruppo del Gran Paradiso era lì così nitido che sembrava poterne scrutare le profondità dei ghiacciai eterni attorno le Alpi, tutte dal Cervino alle Marittime chiare e solenni come non mai; e giù verso la pianura era tutto coperto di nubi che riflettevano il cielo turchinissimo e i raggi rossi del sole. Sembrava un mare in burrasca. Lì passo un altro colle, un ghiacciaio e alle 6 si era sotto la parete della Grivola. Era lì arcigna, quasi a picco. Sembrava impossibile salire lassù! Le prime cordate incominciano lentamente la salita, si passa un canalone, un passaggio di roccia”. E poi la vetta, con l’ubriacatura di orizzonti, di nuvole, di soddisfazione per la conquista. 

 

Mario Rigoni Stern con Giuseppe Mendicino, 17 maggio 2007, ph Giulio Malfer.


In altre lettere a Rino si sente l’entusiasmo del giovane alpino che viaggia per valli e monti, assaporando il gusto dell’avventura nonostante la disciplina militare. Poi anche pagine colme di dolore per un sogno d’amore spezzato, raccontato tanti anni dopo in Quota Albania

A fine 2018 Einaudi ha pubblicato, in poche copie e non in vendita, una parte della corrispondenza di Rigoni Stern con l’Einaudi in particolare con Daniele Ponchiroli. Il lavoro, curato da Eraldo Affinati è pregevole, anche per la bella prefazione (Mario Rigoni Stern. Lettere editoriali).

Una curiosità. Il lettore vi trova l’avvio di uno scambio di lettere, datato 1965, volto a pubblicare Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu nella collana per le scuole medie; manca però la conclusione dello scambio epistolare. L’esito è affidato a una nota dove si evidenzia come la prefazione di Rigoni non sarà pubblicata in quella collana, nell’edizione del 1966, bensì in una ristampa del 2000. In realtà si tratta di due scritti diversi: la prima prefazione non piacque a Lussu e rimase un’inedita, la seconda è un testo del tutto differente, di grande respiro umano e letterario, scritto appositamente per l’edizione del 2000: “Nella mia vita ho incontrato qualche grande capitano: sono uomini molto rari, di grande ascendente, rigorosi in primo luogo con se stessi, che comandano senza urlare, che sanno affrontare con la forza della ragione le circostanze più drammatiche e difficili, che non amano le « gesta eroiche », che conoscono il valore di ogni esistenza e che vivono la storia. Tra i veri Capitani, Emilio Lussu è stato il più grande.”

Ci mancano capitani come Emilio Lussu e sergenti maggiori come Mario Rigoni Stern, che seppe guidare verso la salvezza i settanta uomini del suo plotone per gli undici giorni della ritirata di Russia, dichiarando, ormai anziano, che era stato il capolavoro della sua vita. 

Curiosamente, quella non fu la sola prefazione che restò inedita: Rigoni nel 1987, poco dopo la scomparsa di Primo Levi, ne scrisse una anche per un volume che avrebbe contenuto Se questo è un uomo e La tregua

 

Mario Rigoni Stern nel 1941, Archivio famiglia Mario Rigoni Stern.


Non è dato sapere perché non venne pubblicata. A me pare di particolare interesse, contiene passi che dicono molto delle tragedie vissute e superate da questi due uomini: “Quando, nel 1958, finalmente nelle edizioni Einaudi, lessi questi versi (Voi che vivete sicuri nelle vostre case…nda), subito, immediatamente, come fosse allora, ritrovai il rumore degli zoccoli sul terreno gelato, il vento freddo di febbraio, la sera, la fame, la stanchezza mortale, il silenzio dei compagni e al di là, la luce delle finestre delle case polacche che ci faceva vedere le tendine e le tovaglie, i piatti sulla tavola, calore di stufe, bambini, donne. (…) In una lettera del 1962, mentre stava rivedendo la stesura del suo secondo libro, così mi scriveva con estrema semplicità: ‘… Non so se lei conosce il mio nome: sono come lei un non-letterato che ha visto delle cose e le ha scritte…’ (da qui ebbe inizio la nostra fraterna amicizia). L’anno dopo, nel marzo, uscì La tregua che lessi immediatamente con voracità. Poi rilessi, e ancora lessi perché ritrovavo situazioni, luoghi che ben conoscevo; rivivevo con Primo la lunga strada del ritorno. Di tutto quello che allora, primavere 1963, mi accadeva attorno non mi importava niente di niente. Di importante c’era solo questo libro”.

 

Ecco che le lettere, già interessanti per l’espressività di alcuni passaggi, divengono a volte un grimaldello per aprire sentieri inesplorati, scoprire testi inediti, conoscere meglio Mario Rigoni Stern, uno dei migliori narratori del nostro Novecento. E poi ci sono la sua umanità e la sua sobria dignità; sfogliando la cinquantina di lettere che mi ha inviato nel corso degli anni, mi sono soffermato sull’ultima, del dicembre 2007: “Caro Mendicino, grazie di tutto e dell’amicizia. Sono seriamente malato. Non si preoccupi, non manca niente. Mi stia bene, Mario”.

Varrebbe davvero la pena di raccoglierle tutte le sue lettere, e scorrerle poi come fotogrammi: un giovane appassionato di montagne, un uomo che ha visto l’orrore e che ha sentito il dovere di raccontarlo, uno scrittore dalla mano sempre più sicura, un vecchio saggio con le sue malinconie e l’intatta capacità di indignarsi di fronte alle ingiustizie.

Mario Rigoni Stern nel gennaio 1939.

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