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Le mani e il respiro

“Dice il vero chi parla oscuro”, diceva Paul Celan. È tempo di domande che esplorino l’oscuro, che scrutino l’ombra delle nostre consolidate certezze. Nel divenire cosmopoliti, ci scopriamo rinculati nella solitudine deprivata persino dei contatti più elementari. Mani idealmente protese che non possono toccarsi non fanno una comunità. E l’ossimoro “comunità di solitudini” non tiene, perché non si è comunità senza corpi in interazione che diano vita a una molteplicità condivisa. Segni analizzatori ci vengono oggi proprio dal corpo che siamo, nel tempo in cui l’immune mette in discussione il comune e lo sospende a data da destinarsi. Volevamo una prova della biopolitica, ed eccola qui. Il “governo di tutti e di ciascuno” è in piena azione e il controllo dei corpi e della libertà di movimento è divenuto una questione igienica. Il rapporto tra psicoigiene e istituzione non è mai stato così evidente. Gli ambiti determinano le scelte e ognuno è condizionato dai contesti istituzionali. Non solo la salute dipende da questo, ma anche la libertà di azione e di movimento.

È forse per far fronte alla naturale incompletezza individuale che la mano degli umani si protende, fin dalle origini, verso l’altro, da quella di un neonato che si appoggia al seno da cui succhia il latte, allo stringere un’altra mano come segno di incontro e saluto. Con i gesti della mano fissiamo sensazioni, diamo forma a emozioni, esprimiamo sentimenti.

 

Cosa sono diventate in questi giorni le mani? Cosa è diventato il respiro? Cosa sta accadendo ai nostri contatti essenziali con gli altri e il mondo. Che cosa ci è sfuggito di mano? Ce ne rendiamo conto in questi giorni in cui ciò che è elementare si propone all’attenzione. Stiamo parlando del nostro corpo, che produce la nostra mente, ma quella produzione non è un atto solitario. Solamente nell’intersoggettività diventiamo noi stessi. È un paradosso parlare dell’io senza un noi. Le nostre mani, il loro tendersi e protendersi, per salutarci, per abbracciarci, per toccarci, per sfiorarci, attivano movimenti e azioni da cui dipendono non solo il linguaggio, ma la possibilità di sentire l’altro, e sentirci a nostra volta. In una parola, di sentirci vivi. E il respiro? Inspiriamo aria e ne espiriamo alcune volte al minuto, dopo averne utilizzata una parte vitale, come condizione stessa per rimanere vivi.

Ognuno di noi, oggi, alle prese con una situazione sconcertante, travolti dalla paura, ha paura delle proprie mani e di quelle degli altri e ha paura di respirare e dell’altrui respiro. Abbiamo paura di vivere, in sostanza. Un’esperienza radicale e al limite. Somigliamo molto da vicino, anche perché ne siamo parte, al nostro pianeta, alla casa che ci ospita. Surriscaldato, sperimenta il limite e lo dimostra ammalandosi in molte sue parti, con conseguenze evidenti anche per noi. Per noi che quel limite abbiamo forzato in tutti i modi possibili, non apprendendo dai nostri errori e, anzi, perseverando nelle azioni distruttive. Abbiamo spinto sempre più oltre i nostri modelli di vita, non considerando i rischi e neutralizzando i segnali evidenti che emergevano da ogni lato.

 

È bene riconoscere che quello che sta accadendo non cala in modo improvviso dal cielo. Viene da lontano. Solo se sappiamo, qui e ora, analizzare le catene causali che collegano la nostra paura e la nostra perdita di libertà attuale; la nostra incapacità nel tempo di pensare se non un pensiero unico basato sul primato di individualismo ed economicismo; il totale affidamento al dio mercato e alla massimizzazione degli utili ad ogni costo; solo allora e non con i buoni propositi che fioccano qua e là, mentre ancora oggi c’è chi fa incetta di mascherine e ne aumenta il prezzo di migliaia di volte, forse riusciremo a svoltare in una direzione altra, basata su una vivibilità sostenibile. Vi sono alcune cause evidenti. Le catene alimentari da un lato e le polveri inquinanti dall’altro hanno determinato, hanno favorito e favoriscono la diffusione del virus e dei virus, creando una inedita problematica epidemiologica a livello non più locale ma planetario, verso cui non siamo in alcun modo attrezzati. Quei modelli di produzione, consumo e vita sono patogeni, di forme patologiche che mostriamo di non controllare. Abbiamo bisogno di politica e di istituzioni all’altezza del tempo. Oggi la politica non esiste se non per eseguire quanto dice la scienza, a sua volta in difficoltà, anche se attendiamo con ansia risultati che possano essere confortanti e auspicabilmente risolutivi. In questo momento certo non c’è altro da fare, ma è importante chiedersi a che cosa si è subordinata la politica e perché un’oligarchia economico-finanziaria di pochi ha surclassato il parlamento e la vita di molti. Il parlamento del resto, nel delirio decisionista e iperliberista era stato da tempo collocato in una dimensione insignificante.

 

Nessuna prevenzione e una pervicace propensione a smontare la medicina preventiva prima e curativa dopo, hanno caratterizzato i tempi recenti. La salute, l’educazione, la cultura, il lavoro, sono divenuti fungibili, come se fossero commodities. Le mani, il respiro, l’incontro, le relazioni, la partecipazione attiva, non sono questioni da “buone maniere”, ma condizioni di una vita, quando riprenderà, che sia sufficientemente buona.

Quello che dovremmo fare in questo momento è riflettere con grande attenzione fra l’immunità che ognuno di noi invoca e auspica e il valore della comunità come spazio di vita. Tra il comune e l’immune si situa una questione cruciale che lo stato di paura non aiuta ad approfondire. Siamo esseri che nell’intersoggettività, nell’incontro, nel dialogo, nel trovarsi, e nel toccarsi divengono ciò che sono. Ora tra intesoggettività e individuazione si è inserito il disagio del rischio contagio. Siamo tutti fuori posto, cioè a disagio, se agium in latino vuol dire posto, luogo. E dire che contagio è anche una delle principali possibilità per il dialogo con l’altro, per il dialogo culturale e persino interreligioso: il luogo dove è possibile riconoscere il comune tra il diverso. Non ci rendiamo ancora conto fino in fondo di quale vincolo sia e di cosa comporti non potersi avvicinare, stringere la mano, toccarsi.

L’immunità immunizza anche dal rischio della creatività e ci imprigiona nella difesa e nella paura. Allo stesso tempo il comune, se troppo esteso ci disperde nell’indeterminato, e ci fa mancare il vincolo in cui la creatività si genera

 

Siamo in un viaggio iniziatico che per la prima volta ci fa sentire, in ragione di emozioni di base come la paura e il dolore, quando non il panico, abbracciati, si fa per dire, in un comune destino planetario. Laddove non siamo stati capaci di riconoscere il comune tra noi umani e con le altre specie viventi, ci pensa il virus ad accomunarci, avvalendosi anche delle nostre inorgoglienti tecnologie della comunicazione. Chi doveva dircelo che saremmo riusciti a sentirci comuni e accomunati da una tragedia immunitaria: un paradosso davvero singolare e persino ironico. Le particelle distribuite nella forma di una sfera ricoperta di punte mostrano un potenziale accomunante e comunicativo più potente dell’appartenenza alla sfera planetaria sulla quale viviamo.

 

 

Sono spariti i confini e allo stesso tempo vi è la tentazione di chiudersi in nazioni, scomponendo persino quel poco di istituzionale accomunante che abbiamo faticosamente costruito. L’invisibile ci domina e ci inquieta, e il suo confine col visibile si fa labile; la sua consistenza assume dimensioni paurose. Era successo con Chernobyl e poi con la cosiddetta alta finanza, che di alto aveva solo il potenziale distruttivo se non per i pochi che, come accade anche col virus, si arricchiscono. Non si contavano i morti quotidiani e non erano così vicini, in quei casi: la dilazione è per le nostre menti umani curiosamente rassicurante. Quel che è lontano nella mente e nello spazio, anche se distruttivo e pericoloso, ci inquieta meno; un retaggio evolutivo, probabilmente, proveniente dai tempi in cui il pericolo era tangibile, materiale e vicino e abbiamo dovuto attrezzarci per affrontarlo principalmente in quella dimensione. Lo stesso accade per i diffusi conati di pensiero magico circolanti, anche da parte dei garruli esperti e dei non meno garruli giornalisti non esperti, fino a noi che forse capiamo solo ora che quel pensiero magico della tradizione era forse un vaccino per cercare di reggere le avversità del mondo fisico.

Una domanda importante, in questa situazione, riguarda la tenuta psicologica di società che hanno delegato la gestione del rischio a strutture complesse di cui spesso dimenticano il funzionamento, ma anche e soprattutto, la tenuta della nostra convivenza democratica, con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni.

 

Scegliamo oggi fra la capacità di contenere l’esigenza che sentiamo di un controllo totale del comportamento di ognuno, che sarebbe possibile con le tecnologie di controllo disponibili, riducendo le libertà a un livello vicino allo zero, e la disposizione ad affidarci alla responsabilità individuale di produrre comportamenti consoni e socialmente adeguati ad affrontare la situazione.

La scelta è impegnativa, rischiosa e importante. Rispondere alla nostra ansia di immunizzarci totalmente, creando uno stato di eccezione, sarebbe poi del tutto reversibile? O non lascerebbe tracce anche importanti di non ritorno inspessendo i controlli e riducendo le libertà?

Affidarsi alla responsabilità individuale esige un atto di fiducia e una scelta di comune educazione, che è certamente preferibile, ma naturalmente più incerta e rischiosa.

Ne usciremo più liberi o meno a seconda di come sceglieremo.

David Quammen in Spillover, a proposito delle epidemie, aveva scritto:

 

Quel che accadrà dopo dipenderà dalla scienza ma anche dalla politica, dagli usi sociali, dall’opinione pubblica, dalla volontà di agire e da altri aspetti dell’umanità. Dipenderà da tutti noi. Quindi prima di reagire in modo calmo o isterico, con intelligenza o stupidamente, dovremmo conoscere almeno le basi teoriche e le dinamiche di quel che è in gioco. Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e alla diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo”.

 

Quello che stiamo facendo negli ecosistemi e nei paesaggi delle nostre vite rende evidente come la pandemia sia uno degli effetti delle nostre azioni e diventi una caratteristica dell’Antropocene. La distruzione sistematica degli ambienti naturali, l’alterazione della fauna e della flora, la sostituzione degli equilibri precedenti con scelte alteranti, l’allevamento di animali con antibiotici che favoriscono lo sviluppo di ceppi batterici resistenti, evidenziano che siamo nell’Antropocene come un elefante in una cristalliera. Da qui dovremmo partire, da un crudo esame di realtà, per cercare di salvarci e far vivere le incerte e fragili istituzioni democratiche, oggi iper-sollecitate da quanto ci sta accadendo. Possiamo scegliere e siamo in grado di farlo, magari apprendendo un poco meglio e di più da quello che sappiamo su come siamo fatti in quanto esseri umani.

 

Verifichiamo da anni che nel comportamento umano vi sono possibilità e vincoli. Una delle considerazioni più rilevanti consiste nel fatto che ogni libertà richiede un investimento e un costo. Non possiamo contare su categorie come "buon senso" o "buona volontà", se non in parte e in situazioni limitate, in quanto un senso comune di alcuni è diverso dal senso comune di altri e a mano a mano che arretriamo verso il "comune" è necessario regolare le scelte. Tanto più ciò vale in situazioni di eccezione. Le regole rigide e dure non sono un male in sé: se si decide per il bene pubblico e quella decisione è democraticamente revocabile, è forse necessaria. Non avremmo smesso di fumare negli ambienti, se avessimo solo fatto appello alla buona volontà e al buon senso. Oggi è necessaria una regolazione decisa e indiscutibile per guadagnarci la possibilità di continuare a scegliere.

Anche in questo caso verifichiamo che la distinzione tra naturale e culturale non tiene. Siamo esseri naturalculturali e la cultura cambia la natura e viceversa quest'ultima determina la cultura. Esiste in natura-cultura un altruismo egoista che porta a riconoscere che posso avere interesse a occuparmi di un altro in quanto me ne viene un vantaggio in termini di autostima, benessere, riconoscimento, reputazione o anche di condivisione economica. Se abuso di una risorsa la distruggo anche per me. Il legame sociale è nato, fino alla dichiarazione universale dei diritti della donna e dell'uomo, attraverso un processo di rinunce e conquiste, ma non vi sono conquiste senza rinunce. Se non rinuncio a occupare due sedie non conquisto la possibilità che tu ne possa usare una e cooperare con me dialogando, e esprimendo gratitudine.

 

L'altro è spesso usato da noi come capro espiatorio per non porre al centro le nostre responsabilità personali. Riconoscere ciò che ci accomuna richiede uno sforzo educativo importante. L'approssimazione è un esito, non una premessa. Abbiamo impiegato millenni a creare una certa fiducia, ma l'altro rimane per noi sia ospite (hospes) che nemico (hostes), sempre. Partendo da ciò e non da moralismi buonisti possiamo cercare continuamente le vie per far prevalere l’ospitalità sull’ostilità, ma non è mai finita. Non ci sono garanzie.

Il "comune" deve pertanto sempre fare i conti con l'"immune"; cioè con la nostra propensione a immunizzarci dall'altro, che rimane altro comunque. La reciprocità è un'altra conquista non facile. Pensiamo all'esperienza della democrazia e della cooperazione e alla loro fragilità, che se curata è anche la loro forza. Basta mollare e pensare che si possa vivere di rendita senza impegnarsi a ricreare continuamente la reciprocità, soprattutto con l’educazione, per assistere alla sua crisi. Elaborare rinunce e senso del limite ai propri comportamenti è difficile. Per questo le istituzioni e le regole giuste possono aiutarci a contenere la paura e a prenderci cura di noi con la psicoigiene.

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