raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

L’ombra del nemico

Questa storia inizia con una bambina che voleva divenire cacciatrice di serpenti e che si troverà, molti anni dopo, ad essere una giornalista di guerra. Inizia con il desiderio di riparare ai torti grazie al racconto delle vite travolte dalla violenza della Storia. Un mosaico di racconti e testimonianze che vanno a comporre lo scenario delle nostre società in tumulto, in un tentativo di comprensione e di decodifica, di compensazione e analisi. Marta Serafini, giornalista del “Corriere della Sera”, in L’ombra del nemico (Solferino libri), racconta cinque anni di lavoro e di reportage che l’hanno portata più volte in Medio Oriente durante il conflitto siriano, in Iraq – testimone della nascita, della consolidazione e del declino dello Stato Islamico – in Kurdistan tra le file dei peshmerga, al confine tra Turchia e Siria – tra le centinaia di migliaia di profughi che il conflitto siriano ha causato – nel Libano schiacciato dalla pressione degli sconvolgimenti nella Regione, in Afghanistan – a Kabul – nei vicoli degli oppiomani e tra le donne in burqa che chiedono l’elemosina, sulle navi delle Ong che salvano vite nel Mediterraneo centrale.

 

Ma anche nelle periferie delle capitali Europee, dove sono nati e cresciuti centinaia di giovani radicalizzati che hanno scelto di raggiungere la Siria per unirsi al jihad. È il viaggio di una giornalista, di una donna, che ha scelto di dedicare il suo sguardo alla vita e al dolore degli altri, per poterlo raccontare e per aggiungere – a ogni nuovo lavoro – un tassello che portasse a una lettura più approfondita del presente. Ed è con parola chiara, documentata, attenta, scevra da giudizi aprioristici – abituata all’esercizio del dubbio e della complessità e per questo in costante ascolto dei segnali di mutamento – che Marta Serafini porta la sua testimonianza. Perché “vedere coi propri occhi è l’unico modo per capire”.  

 

Ne abbiamo parlato insieme in questa intervista.

 

In L’ombra del nemico racconti un viaggio lungo cinque anni durante i quali hai parlato da testimone diretta degli sconvolgimenti delle società contemporanee in Medio Oriente e in Europa e dell’inscindibile connessione di questi mondi. Come è cambiato il tuo sguardo in questi anni? Credo che occuparsi di Medio Oriente sia un constante esercizio alla complessità di pensiero, è così?

 

Assolutamente sì, perché il Medio Oriente è forse una delle zone al mondo che più ti insegna che gli stereotipi e le idee preconcette sono qualcosa da cui devi sgomberare il campo quando fai questo mestiere. In Medio Oriente niente è quasi mai come sembra. Quando inizi a relazionarti con le diverse realtà scopri quanto tutto sia molto più complesso di quanto appaia e di quanto i buoni e i cattivi non esistano (cosa che vale probabilmente per ogni conflitto). È anche nella loro complessità che risiede il fascino e la bellezza di questi luoghi. Iniziare anche semplicemente a comprendere quanto sia sbagliato leggere tutta la realtà mediorientale solo come una divisione tra sunniti e sciiti, mentre invece la questione più che religiosa è sociale ed economica. Una cosa che mi ha molto colpito in questi anni sul campo è stato proprio constatare quanto la convivenza quotidiana sia qualcosa di reale, tra persone che appartengono a gruppi e a confessioni diverse, e quanto le divisioni siano appunto soprattutto strumentali, dettate da logiche economiche e politiche; pensiamo per esempio al Libano, Paese nel quale da sempre convivono quotidianamente 18 confessioni. L’essere a contatto con società così complesse è qualcosa che arricchisce moltissimo perché ti dà la possibilità di vedere il mondo da diversi punti di vista. Se pensiamo alla tematica femminile, al ruolo delle donne nelle società mediorientali e nel mondo musulmano e al modo occidentale di raccontarle e vederle sempre come oppresse o vittime, capiamo quanto questa visione sia in realtà terribilmente riduttiva. 

 

Come racconti nell’incipit, c’è una domanda costante che ha guidato il tuo lavoro. Cercare di capire come sia potuto succedere che un’intera generazione di giovani, in Europa come in Medio Oriente, abbia ancora una volta scelto la via della radicalizzazione e del conflitto, arrivando agli esiti tragici che conosciamo. Quali sono le risposte che credi possano spiegare questi scenari? Quale pensi sia il terreno nel quale queste scelte trovano linfa e si radicano?

 

Credo sia difficilissimo rispondere a questa domanda perché in realtà ogni storia è a sé. Però ci sono sicuramente dei minimi comuni denominatori che ricorrono spesso. Nel caso dei giovani nati e cresciuti in Europa, c’è molto spesso una prima istanza che è quella di andare a riscoprire la propria identità, le proprie origini. Questo percorso, come accade poi spesso nell’adolescenza, può portare a scegliere dei modelli e degli schemi estremi. L’Isis, come gruppo terroristico, è stato molto abile a sfruttare questa istanza. Sia per quanto riguarda i ragazzi che per quanto riguarda le ragazze. Il proporre proprio un modello che rispondesse alle esigenze di chi, seppur nato e vissuto in Europa e quindi cresciuto in una forma di integrazione dovuta alla scuola e all’accesso ai servizi di una società europea, si rende però conto di quanto il suo ruolo nella società sia determinato e condizionato dalle origini della propria famiglia. Un ragazzo pakistano che vive a Londra sa perfettamente che avrà grandi difficoltà ad accedere ad un certo tipo di lavoro e di carriera. Il modello del jihad, l’idea del ritorno alla terra di origine della propria famiglia, questi concetti strumentalizzati dalla propaganda jihadista, hanno attecchito. Lo stesso modello è riuscito ad imporsi e a penetrare anche tra le ragazze, nonostante le notizie di violenze sulle donne sul campo arrivassero e fossero chiare. Abbiamo visto tante ragazze partire, partire anche sole, senza marito e senza legami che le spingessero a farlo. Credo che questo sia un fattore da tenere ben presente, soprattutto quando si cerca di dare una risposta a questi fenomeni o si parla di sicurezza e di antiterrorismo.

 

 

C’è infatti tutto un filone di antiterrorismo che ha capito molto bene quanto sia importante comprendere e lavorare sul contesto di partenza se si vogliono ottenere risultati concreti. Dove la radicalizzazione attecchisce ci sono aspetti economici e sociali importati. L’acuirsi di forti diseguaglianze economiche infatti facilita il lavoro dei reclutatori. È interessante anche perché rispetto ad Al Qaida, dove c’erano forme di reclutamento molto più selettive in cui si sceglievano con grande attenzione i mujaheddin entro determinate cerchie, Isis ha fatto un salto di qualità. Ha reso molto più “democratico”, passami il termine, l’acceso e l’ingresso al gruppo terroristico. Per unirsi a loro bastava essere in grado di prendere un biglietto aereo e partire, e si veniva più o meno accettati o, in ogni caso, l’accesso non era così difficile come invece accadeva ai tempi di Al Qaida. 

 

Ricollegandoci proprio a quanto hai appena detto, volevo approfondire un tema molto delicato che affronti nel libro. Quello del destino dei figli e delle mogli dei foreign fighters dello Stato Islamico che vorrebbero rientrate nei rispettivi Paesi europei di provenienza. È una questione che sta mettendo sotto pressione i governi europei. Quale è la tua posizione in merito? Credi che proprio le donne potrebbero essere un fattore importante per combattere nuove ondate di estremismi?

 

Quello dei rientri è un punto davvero molto delicato perché quasi nessun governo europeo vuole fare rientrare minori e donne che hanno fatto parte dello Stato Islamico sostanzialmente per due ragioni. Per quanto riguarda i bambini questo avviene perché, se fatti rientrare, sarebbe poi indispensabile seguirli e sostenerli con un programma di sostegno psicologico ed educativo molto strutturato. Stiamo parlando di bambini che sono nati e hanno vissuto tutta la loro esistenza in un contesto di grande violenza e radicalizzazione, sono bambini ai quali è stato fatto il lavaggio del cervello per cui è necessario un percorso importante di sostegno psicologico, un po’ come se si trattasse di ostaggi, e questo comporterebbe un grande investimento economico per i governi europei. In Francia, per esempio, sono stati fatti rientrare alcuni minori ma solo dopo fortissime pressioni e perché lì i casi di questi tipo sono molto numerosi. Anche se, è giusto ricordarlo, il dovere di ogni governo sarebbe quello di facilitare il rimpatrio dei propri cittadini, questi bambini sono di fatto apolidi e questa cosa complica ulteriormente la questione. Per quanto riguarda invece le donne, la questione più complessa è che è particolarmente difficile accertarne le responsabilità penali. Perché molte donne non hanno di fatto combattuto però magari hanno fatto attività di proselitismo. Ma come riuscire a dimostrarlo? Come riuscire a capire se chi si ha di fronte è una donna radicalizzata che potrebbe rappresentare un pericolo una volta rientrata o se invece si è di fronte a una persona che si è pentita della scelta che ha fatto e per questo ha deciso di tornare? È una questione che richiede un’analisi di intelligence molto raffinata, che spesso i governi non hanno e non vogliono avere. Mentre è stata favorita la partenza dei foreign fighters, perché era un po’ un modo per liberarsi del problema “in casa” ed era anche utile alle intelligences seguire queste persone per vedere dove li avrebbero portati, il percorso inverso non conviene. È economicamente più svantaggioso, però è importante perché è da lì che si parte per lavorare sulla prevenzione e per evitare che questo accada di nuovo. Dobbiamo ricordarci che dove esiste un forte conflitto sociale dovuto a profonde disparità economiche, attecchiscono diverse forme di radicalizzazione. 

 

C’è una storia, tra quelle che racconti nel libro, che mi ha molto colpito. Quella di Mohamed El Bachiri. Ce ne puoi parlare?

 

Ho incontrato Mohamed a Molenbeek, a Bruxelles, dove mi trovavo per fare un reportage che mi aiutasse a capire la situazione in diversi paesi europei all’indomani delle elezioni. Quello che mi interessava capire, nello specifico del Belgio, era se si fosse riusciti a fare attività di prevenzione sulla radicalizzazione jihadista. Mohamed El Bachiri è un giovane marocchino, cresciuto in Belgio come moltissimi suoi coetanei, che ha perso la moglie nell’attentato di Bruxelles. (ndr. L’attentato di Bruxelles del 22 marzo 2016, rivendicato dall’Isis, ha avuto luogo in due attacchi distinti: uno all’aeroporto di Bruxelles-National a Zaventem e l’altro alla stazione della metropolitana di Maelbeek-Maalbeek. Trentadue persone hanno perso la vita). L’età della moglie di Mohamed, una delle vittime dell’attentato alla stazione della metropolitana di Maelbeek-Maalbeek, era più o meno la stessa di quella degli attentatori che peraltro, come Mohamed e sua moglie erano di origine marocchina. Un’altra coincidenza molto forte è che Mohamed El Bachiri lavora come conducente sulle linee della metropolitana urbana di Bruxelles. Mohamed reagisce a questa tragedia scrivendo un libro che si intitola Jihad for love in cui cerca di promuovere una risposta di contrasto all’odio, in merito a ciò che ha vissuto. Spiega e cerca di raccontare anche quali siano le dinamiche che spesso possono portare a determinati eventi. Racconta la sua adolescenza a contatto con diverse forme di ingiustizia sociale, dicendo che sarebbe forse potuto succedere anche a lui di essere reclutato da uno di questi gruppi se non avesse avuto la fortuna di avere genitori che gli hanno fatto capire che non poteva essere questa la risposta e sicuramente anche grazie all’amore della moglie. È stato un incontro molto toccante perché conoscendolo ho potuto sentire il senso delle ingiustizie che ha subito ma anche il suo grande desiderio di reagire facendo un discorso che si opponga alla violenza, mi hanno molto colpito la sua forza e la sua resilienza. 

 

Ci sono state storie, in questi anni di viaggi, che non ti hanno più abbandonato e che hanno continuato a interrogarti, come giornalista e come cittadina?

 

Sicuramente una delle storie che mi ha colpito di più è stato il caso di Maria Giulia Sergio, considerata la prima jihadista italiana. Una ragazza nata e cresciuta in Italia che si è unita all’Isis e ha deciso di partire, con la quale sono riuscita a parlare mentre era in Siria. È una storia che mi ha toccato nel profondo, che mi ha spinto a chiedermi “perché?” e a cercare di andare a trovare le risposte sul campo. Credo sia giusto studiare, informarsi, ma credo che poi le risposte vadano trovate nelle singole storie, nei luoghi. Un altro momento molto importante per me è quando sono stata nel Mediterraneo parte di una missione di salvataggio su Aquarius con Sos Méditerranée e Msf. È stato un momento particolarmente toccante perché, pur essendomi già occupata di fenomeni migratori, assistere a un salvataggio in mare con i propri occhi è qualcosa di completamente diverso dal sentirne il racconto. È un pezzo del viaggio, della fuga della guerra e dai conflitti, ed avviene vicinissimo a noi, letteralmente sotto i nostri occhi. I volti delle persone salvate e portate a bordo non li dimenticherò facilmente. Ricordo una donna incinta, che aveva partorito sul gommone all’alba prima di essere salvata, con suo figlio ancora attaccato al cordone ombelicale. È un’immagine talmente forte che non si può dimenticare. Ed è un’esperienza che ti fa toccare con mano quanto percepire i migranti come persone diverse da noi sia qualcosa di assolutamente irrealistico. Quando hai modo di parlare con questi giovani, di ascoltare le loro storie e i loro desideri, ti rendi conto che, pur avendo vissuti diversi, le loro necessità e istanze sono come le nostre. Vivere in un contesto dove poter crescere i propri figli in sicurezza e tranquillità, trovare una casa e un lavoro, insomma quelli che abbiamo tutti.

 

Come hai letto la feroce criminalizzazione politica e mediatica ai danni dell’operato delle Ong che si occupano di soccorso nel Mediterraneo centrale?

 

È stata un’operazione di propaganda molto forte, che non riguarda solo l’Italia ma tutta l’Europa, ed è quanto di più populista ci possa essere. Andare ad attaccare chi si occupa di salvataggio è l’operazione più facile da fare ed è molto dannosa perché poi sposta l’attenzione impedendo un dibattito serio e ragionato sul soccorso umanitario, del quale invece ci sarebbe stato molto bisogno. Era evidente che si era davanti a una questione molto importante: l’Europa faceva sempre più fatica ad accogliere e accoglieva in modo sempre più distorto. Quindi è evidente che una questione ci sia ma il dibattito non dovrebbe andare a danno di chi deve essere accolto o a danno di chi accoglie. Anche perché se poi gli sbarchi sono rallentati sicuramente non è stato perché alle Ong non era più permesso lavorare, ma perché sono stati presi accordi economici che hanno ridotto questi fenomeni pur non fermandoli. Gli sbarchi infatti hanno sempre continuato ad esserci. 

 

Come alleni il tuo sguardo per cercare di raccontare la complessità di determinate storie e di determinati scenari?

 

Premettendo che è davvero difficile arrivare sempre preparati per la realtà che dovrai raccontare, una cosa che mi ha insegnato il lavoro di redazione è quello di cercare di conoscere e studiare il più possibile la storia del luogo nel quale sto andando. Tutto questo però essendo anche pronti a dimenticarlo un secondo dopo che sei arrivato. Voglio dire che è altrettanto importante essere anche in grado di rivedere e rimettere in gioco tutti i tuoi preconcetti, le tue categorie mentali, le tue idee precostituite. Alla fine sono sempre i racconti delle persone, le loro storie, ad aprirti davvero gli occhi. In ogni storia c’è un tassello della questione che ti permette alla fine di unire i puntini e ad avere un quadro più completo del tutto. 

 

C’è un tema che i giornalisti, i fotografi, i documentaristi di guerra hanno sempre qualche difficoltà ad affrontare, che è quello del costo psicologico del loro lavoro, come per una forma di rispetto per il dolore altrui che per professione documentano e che ritengono molto più significativo del loro. Come si porta il peso e la responsabilità di essere testimoni diretti della Storia, con la violenza dei suoi lasciti?

 

È vero, l’aspetto psicologico di un certo tipo di professione è qualcosa di cui si parla pochissimo, mentre invece si parla spesso di Ptsd (Post traumatic stress disorder) che riguarda però più chi ha combattuto o è stato rapito o ha subito violenza diretta in determinati contesti. Ma la possibilità di un burnout (ndr. una forma di esaurimento psico-emotivo dovuto a determinate condizioni lavorative) è reale e presente anche per chi per lavoro raccoglie costantemente un certo tipo di testimonianze, come giornalisti o medici. Per quella che è la mia esperienza personale, è una cosa di cui non mi ero resa conto subito. Negli anni in cui lavoravo sulla propaganda dell’Isis e contemporaneamente cercavo il più possibile di andare sul campo, una volta che rientravo in Italia mi capitava, per esempio, di provare profonda rabbia davanti all’opulenza dei negozi di Milano, nel periodo delle feste. Provavo questo forte malessere e non riuscivo a spiegarmene la ragione. Oppure, dopo ore e ore di visione di video di propaganda jihadista di grande violenza e brutalità, mi sono accorta che alcuni episodi di disturbo del sonno che avevo da bambina stavano tornando. È qualcosa di diverso dalla Sindrome da stress post-traumatico ma credo debba essere tenuta in considerazione. Ha più a che fare con il rischio di una saturazione, di un burnout appunto. Però credo che basti conoscersi un po’ per capirlo e magari, in alcuni periodi, prendersi una pausa da determinati temi e staccare la spina. 

 

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