Lotto l'oscuro

Vedere o rivedere i quadri di un pittore che si ama è un ottimo motivo per viaggiare. Le Marche sono belle da attraversare longitudinalmente, lungo l'autostrada che scende verso sud. Si capisce perché hanno un nome plurale. Ogni Marca ha le sue colline. E ognuna fa bella mostra di sé e si crede più bella della vicina. Osimo, Loreto, Recanati. Anche se si fronteggiano in pochi chilometri ogni collina parla la sua lingua. Scendendo più a sud le città storiche non sono più sul mare, ma nelle loro piccole valli protette da montagne e alte colline. Macerata, bella e sorniona sul suo luminoso altopiano, ospita una mostra bellissima dedicata a un suo antico pittore, veneziano ma marchigiano d'adozione, Lorenzo Lotto l'oscuro, il fuggitivo, l'incompreso, lo scrutatore d'anime, maestro di composizione e superbo ritrattista del sedicesimo secolo.

 

La mostra, suscitata da una serie di mostre di grande rilievo internazionale (al Prado di Madrid e alla National Gallery) è ospitata con stile nello storico palazzo Buonaccorsi. Le Marche partecipano a pieno titolo a questo non programmato anno dedicato al Lotto. Nei suoi diversi passaggi, in età giovanile e in età avanzata, Lotto ha lasciato in questa regione un segno indelebile, diventando una sorta di icona rappresentativa di alcune città: si pensi all'angelo con giglio ospitato nel museo civico di Recanati: una meravigliosa annunciazione sicuramente rivoluzionaria, e non solo per l'apparizione furtiva di un gatto. Rappresenta un tema caro al Lotto: il difficile rapporto tra gli uomini e il loro creatore. Per quanto dolce possa essere un angelo disegnato dal Lotto, Maria non ha neppure il coraggio di guardarlo e sembra gridare nella sua preghiera "perché scegli me, così indegna!". Eppure nella stessa espressione si legge dell'altro, è già scritto che non si può resistere a tanta dolcezza. Un giglio. Il giglio dei campi non è forse più elegante di Salomone? Il giglio appare in molti quadri di Lotto, è quasi una sua firma. Memorabile l'Arcangelo Gabriele ancora in volo con il suo splendido giglio nella pinacoteca di Jesi. I visi delle due Madonne ripercorrono lo stesso sbigottimento, umanissimo, la modestia, ma anche l'abbandono totale al messaggio dell'Angelo: la purezza è innata ma è anche un dono divino, come tutti i doni divini difficili da ricevere. Diceva Bilenchi che la purezza è qualcosa che si raggiunge, un percorso. Le 25 opere esposte a Macerata sono state composte nelle Marche ma negli anni sono andate disperse e raccolte in giro per il mondo. Si tratta di opere bellissime, che suggeriscono anche un percorso lottesco nelle Marche, dove è possibile ammirare quasi il 30 per cento delle sue opere. 

 

 

Strana, affascinante creatura, Lorenzo Lotto. Probabilmente l'artista rinascimentale di cui abbiamo la maggior mole di testi autografi, interi libroni scritti in ordinata e minuscola calligrafia. Si tratta soprattutto di conti, bozze di contratti, segno di un'ossessione che soltanto una cronica mancanza di denaro può giustificare. In realtà il mistero di Lotto è più complesso di come si immagina. Non è vero che sia stato schiacciato dalla fama di Tiziano, o almeno non è vero del tutto. La Serenissima era insieme un sogno e un impero, cuore di grandi rivoluzioni culturali che attiravano artisti e pensatori da ogni parte d'Europa. La pittura ci offre una chiave interpretativa fondamentale per capire il XVI secolo. 

 

Che aria si respirava a Venezia ai tempi del Lotto? Declinando naturalmente il dominio pittorico del Bellini, sostituito e poi eclissato dal genio e dalla forza di Tiziano (è sufficiente guardare con attenzione il suo celebre autoritratto, in cui una lontana fonte di luce illumina lo sguardo insieme acuto e indecifrabile di un carattere forte e profondo, forse di poche parole ma di elevati pensieri) fioriscono molti grandi pittori, primo tra tutti il Giorgione, misterioso anche lui e purtroppo saccheggiato dal tempo, poi il magnifico Sebastiano del Piombo, naturalmente insieme al Lotto, maestro tra grandi maestri, senza complessi d'inferiorità verso nessuno. Anche Dürer è a Venezia, in quel periodo. C'è anche Erasmo da Rotterdam, nel cenacolo culturale-editoriale dei grandi umanisti veneziani raccolti attorno a Manuzio o nel salotto della Cornaro. Lo stesso Leonardo era transitato a Venezia, lasciando qualche seme pittorico, primo tra tutti in Giorgione. Per cercare di capire come mai pittori di altissimo livello come Lotto, pur ricevendo commesse non irrilevanti, non potessero competere con la potenza anche commerciale di Tiziano possiamo usare un detto che circola tra gli scrittori contemporanei: è più facile arrivare a un milione di copie vendute dopo averne vendute centomila che passare da cinque a diecimila. La fama, meritatissima, del Tiziano era diffusa in tutto il mondo conosciuto, re e imperatori si contendevano le sue opere, insidiando il suo contratto in esclusiva per la Serenissima. Il mondo andava a Venezia per farsi ritrarre dal Maestro, gli altri pittori non potevano far altro che migrare. Ma entrano in campo altri fattori: per esempio le pestilenze, per esempio le guerre.

 

 

La Serenissima è da sempre in conflitto con il Papato, che raccoglie via via potenti alleati che minacceranno da terra la sicurezza di Venezia. Massacri, stupri, incendi: le truppe francesi avanzano così verso Venezia. Per questo il ritorno a Treviso, la prima città che aveva commissionato lavori al Lotto, sarà frustrante e quasi senza contratti: la guerra ha la priorità sull'arte, anche nelle spese. Il Giorgione era morto di peste nel 1510. È il secolo che sta vivendo a portarlo in giro per l'Italia dagli incerti confini, lasciando opere in città lontanissime tra loro e creando di volta in volta quasi un artista diverso. Treviso, lo splendido periodo bergamasco (dove incontra anche il Correggio, donandogli l'idea dei suoi angioletti volanti), e poi le Marche, partendo da Recanati, allora cittadina di tutto rispetto proprio di fronte a uno dei centri della cristianità, Loreto, l'anticamera del Vaticano, per un pittore. Gli storici suggeriscono questo percorso, probabilmente presente nella mente del Lotto. Questo percorso lo porterà a Roma senza raggiungere le vette di un prevedibile successo.

 

Dentro di me ho sempre pensato che se proprio un'ombra turbava nel profondo Lorenzo Lotto quest'ombra si chiamava Raffaello e non Tiziano. Nell'estenuante peregrinare di Lotto si nasconde forse il motivo della dimenticanza secolare che lo nascose agli occhi del mondo per quasi tre secoli. In vita aveva raccolto pareri e complimenti illustri, i suoi singoli quadri erano stati lodati e descritti, ma l'opera era sfuggita, la sua personale maniera in singoli frammenti non veniva colta nella sua carica innovativa. Forse il caso più straordinario della storia dell'arte. Il lungo sonno di questo tormentato pittore, apolide ma pur sempre veneziano, verrà interrotto nel 1895 dal saggio del giovane Bernard Berenson, Lorenzo Lotto, An Essay in Constructive Art Criticism, folgorato dal suo lavoro e finalmente in grado di restituire la sua grandezza mettendo insieme un percorso ricco di capolavori. Mettendo a fuoco una caratteristica evidentissima anche nella mostra di Macerata: Lotto è uno scrutatore d'anime, un pittore in grado di restituire con l'espressione di un viso la profondità di uno stato d'animo. Uomini e donne segnati dalla vita, tormentati dal dubbio e da pensieri segreti, tutti senza abbellimenti e a volte con ironia (a proposito: vedi l'articolo).

 

 

 

Si riveda il ritratto del domenicano del convento di san Zanipolo, o quello del giovane gentiluomo. Persone autentiche, che raccontano vite diverse, di pensieri, di viaggi, di amori. Li vediamo lì, dove vivono, circondati dai loro simboli (i quadri di Lotto sono pieni di segni, allusioni, veri e propri rebus). Il confine tra divinità e terrestri è netto: Maria, madre di Gesù, è una giovane donna che non si sente degna di un così grande privilegio. Anziché algida bellezza e sguardo fisso nel vuoto esibisce la sua umanità e il suo abbandono al sovrannaturale, annunciato da creature perfette e lontane, trasparenti anche nei sublimi drappeggi: angeli, arcangeli, messaggeri. Sono loro a tenere i contatti. Spesso notturno, Lotto, o crepuscolare, i suoi quadri sembrano immersi in un buio quasi assoluto, squarciato da fasci di luce sovrannaturali. Nella Natività in notturno la luce nella grotta irradia miracolosamente dal bambino, che trae dal buio le altre figure.

 

Pochi colori, in questo splendido quadro, i suoi preferiti: il rosso, il blu, il verde. Maria guarda rapita e estasiata il bambino, ed è lei che riceve interamente la luce. Gli altri sono attoniti, increduli, soltanto sfiorati. Il rapporto madre-figlio è esclusivo. Identico messaggio ripete la Madonna delle grazie, prezioso prestito dell'Ermitage, dove anche gli angeli sono esclusi da questo momento di perfezione. Nella Madonna con bambino, dove il rosso dell'abito mariano sfuma nell'oro, il rapporto è ancora più esclusivo: il bambino è quasi congestionato dal latte che beve dalla mammella, ha addirittura le guance rosse, come hanno spesso i lattanti. Il bambino non ha niente di particolare che lo identifichi come divinità. Sono i segni e i messaggeri a dirlo, sono i profeti a saperlo: solo al san Giovannino coetaneo Gesù impartisce la benedizione, manifestandosi nella sua realtà. 

 

La vita degli uomini è diversa da quella degli dei, sacri e profani. La sorprendente Venere e Gesù in viaggio verso il Cielo godono della stessa esplosione di luce. Pietro, colto nel suo tradimento, piomba nel buio in cui si muovono spettri umani, viandanti, fuochi disperati. "Io so che 'na buiosa \ è tuto 'l vive d'omo" scriveva il grande poeta marchigiano Franco Scataglini. Anche un altro poeta mi è venuto in mente, davanti ai quadri del Lotto: Osip Mandel'stam, che sto leggendo-rileggendo in questi giorni. Decifrare un quadro, decifrare una poesia. Annotare, datare, spiegare. Il contrario di incontrare, accogliere, abbandonarsi. Lo sguardo di Lotto sul mondo è oscuro, la luce è alta nel cielo irraggiungibile: il sacro, l'uomo-Dio, lascia cadere sulla terra il sangue che ha versato, trafitto dagli uomini (Cristo Redentore).

 

I ritratti di san Girolamo sono spietati: nudo come un verme, e davvero vermiforme nel suo abbandonarsi alla dura terra, umilia con un dolore simbolico le sue residue sembianze umane. Vivere davvero è concesso soltanto agli dei, il resto è freddo buio, deserto e freddo.

La mostra di Macerata offre due suoi ritratti, tra i tanti che sarebbero sufficienti alla carriera di un pittore immortale. Si è parlato di capacità introspettive, l'ho definito scrutatore d'anime, ma c'è una dimensione ancora più sottile, che esce dalle corde religiose, peraltro sempre sfiorate con dita reverenti: Lotto sa valutare anche l'intelligenza, delle persone che ritrae. Può essere l'intelligenza scientifica di un grande medico, quella filosofica del giovane che qualcuno identifica con uno scrittore, e che forse, attraverso una lettera piena di petali profumati, nasconde una storia d'amore irregolare, e magari anche qualche passione politica non meno clandestina. Due quadri non presenti nella mostra, ma che tornano sorprendentemente alla memoria, come i versi dei poeti che riaffiorano perché ormai fanno parte di noi. Il pensiero disegna il volto, l'espressione è un'immagine mentale, ha i tratti dell'anima. Non conosco il segreto delle sue velature, e neppure riesco sempre a decifrare i mille cripto-messaggi nascosti su un tavolo o attorno al ritratto. Inseguendo i suoi infiniti dettagli, nelle grandi opere come nei ritratti, ci perdiamo in un altro mondo, di fiori e animali, spesso incomprensibile, sempre bellissimo. Che sia venuto qui, nelle Marche, quasi dimenticato da tutti e senza un soldo, accolto tra gli oblati lauretani è un dato di fatto ma anche un altro discorso, che non aggiungerebbe niente al suo sconfinato talento. Lorenzo Lotto ha seguito fino in fondo la sua strada.

 

Catalogo: Lorenzo Lotto. Il richiamo delle Marche. Luoghi, tempi e persone. A cura di Enrico Maria Dal Pozzolo. Skira editore.

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