Nessuno diventa un assassino

C’è una scena in The Act of Killing – il documentario capolavoro del regista Joshua Oppenheimer sull’eccidio dei comunisti indonesiani da parte del regime al potere nel 1965-66 – in cui Anwar Kongo e Adi Zulkadry, i due protagonisti principali del film, rivelano alla telecamera come hanno ucciso i comunisti e raccontano che all’epoca si sentivano come i gangster e i cowboy dei film americani che vedevano nei cinema dell’epoca. I due assassini aggiungono che nell’uccidere le loro vittime imitavano le pose dei loro eroi cinematografici. 

 

I film con Al Capone e i western americani prodotti a migliaia di chilometri di distanza dall’Indonesia sono quindi ignari responsabili degli omicidi di incolpevoli comunisti indonesiani?

Un mio amico regista di documentari per alcuni anni ha cullato un progetto di un film poi mai realizzato, intitolato Chasing Montana. Doveva essere, nella sua idea, un pedinamento di un ragazzino cresciuto nel centro di Palermo, che portava sempre una maglietta con la faccia di Al Pacino che interpretava il gangster cubano Tony Montana in Scarface. Tony Montana era l’idolo di quel ragazzino. Anche Saviano in Gomorra (non la serie) raccontava dell’effetto dei film di gangster di Hollywood sull’immaginario dei camorristi e sulla percezione di sé: le loro case erano arredate come quelle dei gangster hollywoodiani e molti giovani criminali avevano imparato a maneggiare la pistola imitando gli attori dei film. Questo è quello che raccontava Saviano, sebbene quel suo libro sia poi stato in parte screditato dalle accuse documentate di plagio.

 

Di nuovo, vi faccio la stessa domanda di prima: l’immaginario cinematografico di Hollywood è colpevole delle sparatorie in stile Il Padrino per le vie di Napoli o Palermo?

Sostenere questo, come sostenere che la serie televisiva Gomorra sia pericolosa perché fornisce un cattivo esempio, significa non capire il rapporto, complicato, tra media e società. E a contribuire alla confusione sono gli stessi media quando titolano, come ha fatto recentemente Il Tempo: “Vedi Gomorra e spari per davvero”, un articolo in cui si sostiene con nonchalance il rapporto deterministico tra media (la serie tv) e realtà: “Catello Maresca, il pm anticamorra che ha arrestato il boss Michele Zagaria: «Voglio bene a Saviano – ha detto – ma Gomorra è un orrore e un errore narrativo. Spero che nella prossima edizione venga inserito almeno un personaggio positivo, di quelli che combattono contro l’orrore, altrimenti si fa un cattivo servizio. O almeno si scriva all'inizio che nuoce gravemente alla salute».”

 

Il pm anticamorra Maresca vorrebbe che i media fornissero ricostruzioni edulcorate ed edificanti della realtà, in stile fiction di Rai Uno, dove il pubblico di massa ritenuto poco alfabetizzato al linguaggio dei media può riconoscere facilmente i buoni e i cattivi e individuare il capro espiatorio da squartare per poter ristabilire l’ordine e andare a letto soddisfatto.

Soprattutto, il pm Maresca crede ingenuamente che basti fornire un personaggio positivo in un film, per condizionare positivamente un giovane spettatore cresciuto magari in una banlieue italiana.

Gli immaginari creati dai media hanno sicuramente effetti di varia natura ed intensità sugli spettatori e l’articolo di Vanni Codeluppi ricostruisce una sintesi molto utile di questi possibili effetti, teorizzati e documentati dagli studiosi dei media. Sì, Gerbner e la sua teoria della coltivazione hanno fornito degli elementi rilevanti a supporto dei potenziali effetti distorsivi della realtà da parte della televisione, ma la sua teoria è stata anche ampiamente criticata, dimostrando infondato il rapporto tra consumo televisivo e percezione della paura.

 

A questo proposito io cito sempre la famosa storia della reazione americana a La Guerra dei Mondi di Orson Welles. Sebbene tutti la ricordino come un classico esempio degli effetti forti dei media sulla società, lo studio di Cantril che ne analizzò in profondità la ricezione dimostrò come l’effetto di quella trasmissione radiofonica sugli ascoltatori variasse moltissimo in base ad una serie di variabili socio-culturali e psicologiche che non c’entravano nulla con il testo del messaggio. L’immaginario creato dai media, ci hanno insegnato gli studi culturali inglesi, può essere decodificato in maniere molto diverse a seconda dei contesti sociali, culturali, economici e di genere in cui viene recepito. Non è Genny Savastano a creare il criminale, ma il contesto sociale in cui cresce lo spettatore di Genny Savastano. 

 

Così come non è la violenza di Breaking Bad a trasformarmi in un bugiardo criminale spacciatore, ma il contesto social in cui vivo (come racconta brillantemente la serie The Wire, ritenuta da molti sociologi americani una delle migliori descrizioni della criminalità americana).

Dopo decenni di studi sui media questa cosa oggi sembra un’ovvietà, ma a leggere i giornali non sembra proprio.

Sì, molti ragazzi ora si faranno i capelli come Genny Savastano, così come negli anni ’90 seguivano la moda rasta di Gulliit e il codino di Roberto Baggio. Sono i meccanismi della fandom, una specifica sottocultura che si raduna intorno alla passione comune per una celebrità pop come Roberto Baggio (reale ma mediata dalla tv) o come Tony Montana (finzionale). Sì, i media costruiscono personaggi, icone, stili di vita che tendono ad essere emulati da individui e gruppi sociali, appropriati e riadattati ai propri contesti sociali e culturali. Sì, come titola Vanni nell’articolo che ha dato il via a questi commenti, i media sono colpevoli, se colpevole vuol dire fornire dei modelli e dei ruoli sociali a cui ispirarsi o ai quali contrapporsi, ma allora anche i genitori, la strada, la scuola sono dei media colpevoli del comportamento dei propri figli e scolari. Genitori, strade, scuola, sono dei veri e propri media, o apparat, la parola che Walter Benjamin utilizzava per media e che definiva come quegli strumenti in grado di dare forma alla percezione del mondo, come un prisma che sta in mezzo tra noi e la percezione del mondo. Istituzioni come la famiglia, la strada e la scuola sono media molto più potenti dei media elettronici nel fornire ruoli e modelli attraenti. 

 

Nessuno diventa un assassino perché ha visto un film western al cinema, come ci insegna il capolavoro surrealista di Joshua Oppenheimer. Nessuno diventa un camorrista perché ha visto Savastano o Montana al cinema o in tv. Si vuole guardare il dito e non la luna, si vuole guardare il testo e non il contesto, perché è più facile guardare il dito e il testo, che ricostruire l’immagine in 3D delle radici sociali e culturali dell’omicidio e del crimine.

 

Lasciateci guardare la tv e lasciate la pedagogia fuori dalla porta, cari neo-puritani. Non mi pare che in Scandinavia si lamentino degli effetti deleteri di Gomorra. Eppure è stata venduta anche lì. 

 

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