Nuovi maestri

 

 

Dopo l'intervento di Giusi Marchetta  e il dialogo tra Gianfranco Marrone e Paolo Fabbri pubblichiamo oggi il terzo intervento legato all’incontro Che cos’è un maestro? promosso dal progetto Hangar Piemonte e da da doppiozero: questa sera, a Torino, un’occasione di confronto e riflessione sulla figura dei maestri, sulla comunicazione oggi dei saperi pratici e teorici a partire dal racconto di alcune esperienze concrete dei partecipanti in realtà non istituzionali.

 

Dalle 18 alle 20, Gam, via Magenta 31, Torino: Davide Ferrario, Giusi Marchetta, Gianfranco Marrone, Marco Belpoliti. Partecipa Michelangelo Pistoletto.

 

Che ne è dei maestri cupi e pensosi del bel tempo andato, dispensatori di umanità prim’ancora che di conoscenza? Ci sono ancora allievi fedeli che ben sanno alternare voglia d’apprendere con riconoscenza verso l’auctoritas? Forse, si sa, non sono mai esistite figure così, né maestri tutti d’un pezzo né fiumane di allievi capaci e pazienti. Personaggi mitici come ogni cosa di un passato celebrato senza conoscerlo.

Vero è che, comunque, la questione della trasmissione del sapere, dei cambiamenti epocali che tale pratica sta sicuramente subendo, val la pena di essere interrogata. Con necessario sospetto e sufficiente, appunto, perplessità. E così come sarebbe lacrimevole rammaricarsi per l’assenza dell’accademia platonica o del liceo aristotelico, dove il dialogo peripatetico fondava immensi sistemi di pensiero, è altrettanto indubbio che le nuove tecnologie della comunicazione, internettiana e oltre, stanno con grande rapidità trasformando uomini e cose, relazioni pedagogiche e formazioni intellettuali. Il mito della condivisione, per esempio, porta da un lato a Wikipedia, dove tutti dicono di tutto in un’enunciazione collettiva che si autocontrolla senza reali verifiche. Ma dall’altro lascia trasparire in termini sempre più forti la necessità, se non di un’autorità intellettuale (che mal nasconde forti residui di proprietà privata delle idee), quanto meno di un’autorevolezza di pensiero, di qualcuno che abbia, e sappia tramandare, una buona capacità critica: insegnando, se non che cosa pensare, quanto meno come farlo.

 

La scuola e l’università, anche superando le frontiere del nostro Paese, sono ormai il regno di una burocrazia mal ammantata di politically correct. Lì i maestri non insegnano a riflettere ma forniscono sedicenti competenze per un mercato del lavoro che non assorbe più nessuno. Non formano, insomma, ma informano. Lo si è detto spesso, senza che nulla sia cambiato in meglio. E il recente, bel libro di Federico Bertoni, Universitaly (Laterza), sta lì a dimostrare che il presunto efficientismo dell’iperorganizzazione accademica, ma anche scolastica, produce inutili idioti. Da docenti, ci si chiede di riempire moduli, progettare ritmi didattici, dichiarare per tempo i criteri di valutazione, esigendo nitidezze impossibili: e il livello culturale degli studenti (se non dei docenti medesimi) peggiora a vista d’occhio. C’è chi dice che è tutto un progetto occulto del neoliberalismo. E a chi non piacciono i complotti non sa cosa pensare.

 

Resta il fatto che il progressivo, e inesorabile, abbassamento delle conoscenze, delle forme di sapere e delle capacità critiche nelle tradizionali istituzioni del sapere si accompagna a una domanda crescente di qualcuno che possa farsi carico di ripristinarle. E i media, costitutivi diffusori di contenuti qualsiasi purché sexy, cioè vendibili, non sono – né potrebbero essere – in grado di occupare questo ruolo. Popper parlava di televisione come cattiva maestra. Era ottimista: la tv, come qualsiasi altro strumento di comunicazione (di massa e non) non ha, per principio tecnologico e sociale, alcuna potenzialità pedagogica. Meno che mai oggi, che viviamo, come in molti sostengono, in un’epoca postmediatica.

Chi prova a svolgere allora questo compito di maestro? dove si raccolgono, senza inutili pudori, barbagli di pratiche speranzosamente formative? dove riemerge questa antichissima attività della trasmissione della conoscenza? È evidente: nella miriade dei cosiddetti festival (di filosofia, letteratura, economia, politica, religione, diritto, eccetera eccetera) sparsi per il territorio, che non sono da leggere soltanto come una moda, come un effimero costume intellettuale atto a foraggiare le furbe strategie turistiche di mete senza altre attrattive. Sono luoghi affollatissimi, è evidente, dove persone d’ogni razza, religione e genere si radunano – spesso paganti – per ascoltare i nuovi maestri dell’età contemporanea: scrittori, giornalisti, showmen e, guarda caso, professori universitari che, dopo aver riempito l’ennesimo modulo per la trasparenza formativa, semplificano le loro lezioni accademiche in funzione di un pubblico supposto generalista. Rimpolpano così il portafoglio, ma soprattutto, ammettiamolo, hanno finalmente di fronte qualcuno che si interessa a loro, a quel che pensano e che dicono. Dando finalmente un senso al loro lavoro di maestri.

 

Nella deregulation generale, come al solito, le cose alla fine si aggiustano. Grazie alle iniziative dei privati o delle piccole amministrazioni. Alle cosiddette buone pratiche. Lasciando comunque aperto più di un interrogativo. Innanzitutto, un domandone: perché accade? perché chi dovrebbe accorgersi di questo processo – seduto sulle istituzionali poltrone ministeriali giù giù sino a quelle di rettori, presidi e presidenti vari – non prende gli adeguati provvedimenti, magari cercando d’invertire la rotta? E a questo i soliti posteri risponderanno. A noi rimane da indagare un po’ più a fondo su questi fenomeni antropologici legati al sapere: sui rituali, le pratiche, le mitologie, le narrazioni, i comportamenti tipici, i tic di questi maestri del nostro strano presente che sempre più assumono l’aria di guru del quartierino, come anche del loro pubblico di allievi adoranti, desiderosi di parole tanto incantate quanto perplesse. L’esoterismo di massa non condurrà forse alla nascita di nuovi Platone. Farà risorgere piuttosto, c’è da rifletterci, novelli Fabrizio del Dongo, l’eroe di Stendhal che, fattosi sacerdote, predicava alle masse per poter poi baciare, al buio, l’amata Clelia.

 

Una versione diversa di questo testo è apparsa oggi su La Stampa.

David, La morte di Socrate

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