Michel Hazanavicius. The Artist

A volte vale la pena parlare dei film che escono in sala semplicemente perché se lo meritano, altre perché toccano più o meno lucidamente qualche nodo sensibile della società in cui viviamo, altre ancora perché, nel loro impianto e nelle reazioni che innescano, sono sintomatici di alcuni suoi meccanismi, che, per quanto evidenti, tendono ad assumere un’ingannevole trasparenza. Uno di questi è quello di insinuare la retorica della necessità e dell’autenticità in oggetti che non possiedono né l’una né l’altra, ma che proprio grazie a questa discreta e sorridente vacuità si inseriscono agevolmente negli ingranaggi del marketing, dove ogni risposta e interpretazione viene spietatamente programmata a forza di tag-line e parole d’ordine, per poi trasmettersi (nelle intenzioni, ma spesso purtroppo anche nei fatti) con naturalezza pavloviana alle recensioni e ai commenti del pubblico. E seguendo il ragionamento, si può anche azzardare che il blockbuster, nella dichiarazione manifesta della sua natura merceologica, offra paradossalmente più libertà di fruizione rispetto al prodotto midcult, che incorpora in modo più subdolo la logica descritta, tanto che l’intenzione creativa spesso non deve nemmeno essere tradotta dal comunicato stampa, essa è già il comunicato stampa. The Artist mi sembra un perfetto esempio di quest’ultima categoria di prodotti.

 

 

Che “nell’era del 3D e degli effetti speciali” si provi ad offrire al pubblico medio l’esperienza e l’emozione di un film muto, tentando di coinvolgerlo in un racconto che sappia rianimare le risorse di una lingua apparentemente morta, sarebbe di per sé un’intenzione ammirevole e coraggiosa, salvo risultare in questo caso decisamente pretestuosa e palesemente più incline a sfruttare il nervo scoperto e remunerativo della nostalgia (e non è un caso che anche qui in Odeon siamo costretti a riparlarne) piuttosto che condurre una qualsivoglia riflessione sulle potenzialità del cinema nello scenario contemporaneo. Che poi il film di Hazanavicius centri l’obiettivo di un gradevole intrattenimento (e il successo unanime riscosso a Cannes come la sua promettente candidatura agli Oscar sembrano confermarlo) non impedisce di rilevare come, rispetto alle premesse, esso risulti un’operazione falsificante e anestetica, che propone un surrogato posticcio, dove l’immagine silenziosa viene messa in risalto a patto di subire una profilassi che la depuri di ogni perturbante estraneità.

 

 

The Artist è un esercizio calligrafico al contempo furbo e maldestro, che presenta qualche momento di bravura, tante strizzate d’occhio e una disinvolta sciatteria che emana dal complesso, nonostante i sorrisi smaglianti della protagonista, gli scodinzolii dell’adorabile cagnolino e l’irresistibile gigionismo di Dujardin vengano sollecitamente ostentati a garanzia della genuinità dell’operazione. Alla piacevolezza limpida e leccata della fotografia, che si avvicina semmai a quella degli anni quaranta, si accompagna una desolante mediocrità visiva, che si dispensa allegramente non dico dal rispetto filologico, ma anche da una qualsiasi vaga idea di evocazione o reinterpretazione dello stile degli anni venti. Data la scelta di raccontare il passaggio dell’industria hollywoodiana dal muto al sonoro, intrecciando la parabola declinante di un’icona silenziosa che rifiuta di adattarsi ai nuovi tempi all’ascesa di una sgambettante e parlante starlet, è comprensibile che i riferimenti di The Artist vadano soprattutto a film successivi a quella transizione (come Cantando sotto la pioggia ed È nata una stella); quello che risulta più criticabile è che lo spunto paradossale di trattare il tema proprio attraverso un film muto – e che trova alcune soluzioni, come la scena dell’incubo col sonoro sincronizzato, per cui ci si può illudere che il film voglia rischiare qualcosa di più dell’ammiccamento compiaciuto – venga per lo più sfruttato per infarcire di qualche guizzo una storia che procede pesantemente agganciata ai binari della prevedibilità. Ritenendo più che sufficiente rigurgitare le stereotipie dei plot dell’epoca, il regista non prova nemmeno a sfiorare l’intensità e le sottigliezze che da essi riuscivano a estrarre i maestri, ma diluisce invece il tutto in un’estetica amorfa e rassicurante che il più delle volte, e forse quasi inconsapevolmente, ricorre a soluzioni di ordinaria contemporaneità, incapace anche solo di concepire il coraggio dell’anacronismo che si rintraccia nei film di Kaurismäki o di De Oliveira.

 

 

Ma al di là dei trucchi più o meno riusciti, quello che mi sembra davvero irritante è il fatto che un film come questo possa essere sdoganato come una dichiarazione d’amore per il cinema muto, mentre, sotto alle buone intenzioni, si sente emergere lo spensierato cinismo di chi è convinto di maneggiare una cosa inerte, l’assoluta pretestuosità con cui l’argomento è sfruttato per mettere sotto il naso la propria brillante trovata anziché svilupparla in una qualsiasi direzione. Che poi questa trovata sia realizzare un film muto sul passaggio ai talkies o chissà quale altra bizzarria vintage (come i due film dedicati all’agente segreto OSS117 di Jean Bruce realizzati dal duo Hazanavicius-Dujardin), si può ormai confidare sul fatto che essa verrà accolta con la benevolenza che la moda raccomanda di fronte ad ogni innocuo e accattivante esotismo.

 

Mentre nella scena finale il sonoro risorge (questa volta come un confortante risveglio), si tira un sospiro di compiaciuto sollievo e si esce dalla sala con la coscienza a posto, felici di aver dato il proprio obolo al cinema muto senza averci rimesso troppo, e magari ringraziando in silenzio la logica implacabile dell’industria per averlo sepolto per sempre. Ora, per fortuna le cose non stanno proprio così, per fortuna la rete, il mercato dell’home-video, le iniziative di cineteche e di festival come il Cinema Ritrovato di Bologna, garantiscono che quella memoria e quell’esperienza, filtrata ma anche misteriosamente trasfigurata dalla distanza temporale, è ancora disponibile a chi ne sia interessato. E la creatività visionaria di quell’epoca irripetibile vibra ancora nelle immagini di alcuni registi contemporanei. Altrimenti possiamo accontentarci di The Artist.

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