Paolo Virzì. Il capitale umano

Ecco la Brianza Felix de Il capitale umano. Film di Paolo Virzì, tratto dal thriller di Stephen Amidon, ambientato in origine nel Conneticut (sceneggiatura dello stesso Virzì, Francesco Piccolo e Francesco
Bruni). Siamo a Ornate, cittadina dell’hinterland milanese. Villa su poggio, con piscina e campo da tennis. Auto di grossa cilindrata, SUV che vanno e vengono. Sono i Bernaschi. Lui in finanza con un suo fondo che fa speculazioni (un Berlusconi in minore), lei ex attrice (una Veronica Lario che invece di avere il suo impegno culturale in un giornale, il Foglio, compera con i soldi del marito un teatro dismesso per rilanciarlo). Poi Dino Ossola, brianzolo, con il suo mouche, la mosca di peli sotto il labbro, quasi laido.

 

 

Di professione immobiliarista, con agenzia sulla strada principale di una cittadina che somiglia a Como. Pesce piccolo rispetto al pesce grande Giovanni Bernaschi. Il primo movimento del film è dato dal desiderio di Ossola di entrare nel fondo di Bernaschi, per fare i soldi con i soldi. Non li ha, ma i 700 mila necessari glieli presta la banca di fiducia. L’approccio del pesciolino al pesce grande è comico e impacciato. Grazie a una partita di tennis, cui manca il quarto giocatore, Dino riesce ad agganciare Bernaschi. A portarlo da lui è Serena, la figlia di Ossola, che sta con il figlio del Bernaschi, Massimiliano. Il colpo di manovella della storia lo dà una vicenda che rimane sullo sfondo: l’investimento di un cameriere che torna a casa dal lavoro in bici lungo la strada provinciale.

 

 

Il film di Virzì è diviso in quattro capitoli. Nei primi tre la storia è raccontata da tre punti di vista differenti, tre personaggi diversi, che rivelano a poco a poco la trama, ovvero sapere chi ha investito il cameriere. Da lui, poi, prende titolo il film, come si capisce in coda: il capitale umano è quello che valuta l’assicurazione per liquidare il danno subito nell’incidente. I tre sono Dino, Carla Bernaschi e Serena. Un quarto capitolo, a epilogo, chiuderà il tutto, svelando il mistero del guidatore-investitore. Il film è dunque circolare, perché gira su se stesso; il luogo stesso da cui parte il racconto, la cena finita da cui esce il cameriere per tornare a casa in bicicletta, è lo stesso da cui entrano ed escono i protagonisti del film: la premiazione degli allievi della scuola privata – un po’ Leone XIII, famosa scuola milanese, e un po’ High school americana.

 

 

Al gruppo va aggiunta Roberta Morelli, convivente di Ossola dopo la separazione della moglie, fuggita in Romania con un produttore di scarpe, psicologa dell’Asl che si occupa di ragazzi sbandati, e che aspetta due gemelli dall’immobiliarista brianzolo. Poi Donato Russomanno, critico cinematografico e teatrale, aspirante scrittore, intellettuale di provincia di ascendenze meridionali (ben impersonato da Lo Cascio), che flirta con la ex attricetta Carla Bernaschi (anche qui una cripto-citazione delle vicende sentimentali della Lario?). Il film di Virzì gira in tondo non solo nel modo di raccontare per quadri e punti di vista convergenti, ma anche nella sua struttura parentale. Da un lato, il cerchio dei padri e delle madri, una galleria in parte stereotipata, ma abbastanza realistica, di adulti tipici contemporanei. Sono i veri bambini della storia, incapaci di capire – forse salvo Roberta, ma anche lei, a suo modo una stordita (la brava Valeria Golino) – il mondo intorno a loro.

 

Convergono verso il denaro, ma non solo. Vuoti e sostanzialmente privi d’anima. Carla, l’ex attrice, sembra avere una parvenza d’interiorità, gliela conferisce la macchina da presa che indugia su lei, sulle sue reazioni emotive, sui suoi pensieri. Il tutto sussurrato da una Valeria Bruni Tedeschi perfetta nel ruolo. Giovanni Bernaschi è un ottimo Fabrizio Gifuni: rigido, fisso, senza remore. Non alza quasi mai la voce, anche lui sussurra, ma quasi gridando. Dino Ossola, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, esprime tutta la volgarità ingenua e sprovveduta del troppo-furbo che è prima di tutto un poco-furbo. Sono tutti degli immaturi. Genitori solo per ruolo, non per identità vera.

 

 

Virzì non insiste troppo su queste anime vuote, così come non calca la mano sulla commedia all’italiana che mette in scena – c’è ancora questa matrice, ma trasformata. Non strappa risate, non cade nel tragicomico, e neppure nel patetico, che è il vero stigma del cinema italiano dei due decenni trascorsi. Il gruppo dei grandi, padri e madri, non è neppure troppo brianzolo, è piuttosto un nord-italiano.

 

Si sono offesi dalle parti di Monza per questa rappresentazione: lesa Brianza, ha scritto il giornale locale, La Provincia. Ma il film poteva benissimo essere ambientato a Macerata piuttosto che a Finale Ligure, a Modena come a Rovigo. Cambiava solo la parlata, riti e miti restavano gli stessi. Il Paese si somiglia tutto, da Firenze in su. L’altro cerchio, che gira in tondo, ma poi buca la circolarità, e propone qualcosa di diverso, è il gruppo dei ragazzi. Sono loro i veri protagonisti del film e della stessa storia. Massimiliano Bernaschi, bella interpretazione di Guglielmo Pinelli, è un debosciato, che alza il gomito alle feste in villa, dove la musica batte in testa ad alto volume. Serena Ossola, la brava Matilde Gioli, il personaggio positivo del film, è quasi un’eroina ariostesca, un’Angelica che non fugge, ma piuttosto insegue. Poi Luca, l’alternativo, il proletario dal tratto artistico, reso da Giovanni Anzaldo, che rappresenta l’anima bella della storia, necessariamente altra rispetto alla rispettabilità amorale dei vari adulti (i personaggi positivi, o presunti tali, vanno a coppie).

 

 

Sono proprio i ragazzi, con il loro cerchio, a dare al film un senso diverso, a determinare una lettura positiva della storia. Nonostante l’incidente, nonostante il cinismo degli adulti, nonostante il loro infantilismo, sono infatti le figure giovanili a dare nerbo e sostanza alla trama, e soprattutto ai suoi significati. L’interpretazione degli attori, che li incarnano sullo schermo, è meno stereotipata di quella degli adulti, più energica, più spontanea; il racconto prende forza e passione dalla loro presenza in scena. Serena con il suo casco e la moto – non uno dei soliti motocicli oggi in circolazione, ma una vecchia moto – è lo spago che lega tutto. Lei è vera, non i genitori. Ha le idee chiare, vede bene di che pasta sono fatti i grandi. Ama, fedele e attenta. Personaggio positivo.

 

 

I veri “sdraiati”, per dirla con Michele Serra, sono gli adulti, quelli al di sopra dei quaranta e cinquanta anni. Non si può neppure dire che siano davvero marci, sono solo persi. La figura del finanziere che scommette sul fallimento del suo paese, e alla fine vince (lì cade una battuta forse di troppo del film), non è abbagliante, bensì opaca, nonostante la forza che gli imprime Gifuni, che recita con la parte superiore del corpo, le spalle e soprattutto la mascella. Non incarna il Male assoluto. Si confronti Bernaschi con Hal, il finanziere truffaldino e suicida di Woody Allen in Blue Jasmine.

 

Due film che corrono, per alcuni tratti, in parallelo, e che fanno capire la differenza tra l’Italia post-berlusconiana e l’America post-Bush. Il capitale umano con il suo tono semiserio è un film che dà speranza. Nonostante il finale dolceamaro, mette le cose a posto, e fa immaginare un futuro forse migliore. I ragazzini salveranno il mondo. Si consolino in Brianza, il sole sorge ancora. E domani, all’alba, tutti in bottega al lavoro. Sempre che non abbia chiuso.

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