Paola Pivi. World record

Anche se veloce e sommaria, una visita del sito web di Paola Pivi (Milano, 1971), consente di cogliere immediatamente una delle principali particolarità che caratterizza il suo lavoro. Al centro della nivea homepage, compare semplicemente il suo nome scritto in stampatello, e il menù della pagina è realizzato con disegni e balloon fumettistici. Infatti, sin dagli inizi della sua attività artistica, in modo quasi inconfondibile, l’aspetto gioioso e delicato attraversa tutte le sue opere, fatte di elementi comuni in contesti inediti, con ribaltamenti di dimensioni e situazioni. Per questo, del lavoro di Paola Pivi, si è sempre parlato di “realismo magico”, di un mondo bizzarro e singolare.

Quell’aspetto, pressoché infantile, che rende possibile l’impossibile, l’incredibile credibile, che trasforma in reali delle candide fantasie, calandole nella vita vera e riconosciute, senza incertezza, come certe e concrete. 

 

Ph Attilio Maranzano.


Quell’innocente immaginazione che le ha fatto mettere il cacciabombardiere ricognitore Fiat G-91 (che vinse il concorso NATO, nel 1953, per la sua leggerezza, ed in seguito fu utilizzato dalle nostre Frecce Tricolore) a pancia in su, come un enorme cucciolotto che, ormai mansueto, mostra il proprio ventre per essere accarezzato, riproposto nella piazza Alighiero Boetti del MAXXI. 

Originalità che nella 48.Biennale di Venezia, curata dal compianto Harald Szeemann, le permise, insieme a Monica Bovincini, Grazia Toderi, Bruna Esposito e Luisa Lambri, di conquistare il Leone d’Oro come migliore partecipazione. Quella creatività che spesso fa associare il suo nome alle fotografie di grande formato che, nella 50^ Biennale di Venezia, rasentando il paradosso, ponevano un asino in barca, solo, perso nel blu del mare (per precisione, quello di Alicudi). E, sempre nella stessa serie, sistemava un paio di zebre in mezzo alla neve delle montagne del Parco del Velino-Sirente, in Abruzzo. O mostravano dei grossi glutei, assurdamente adagiati sui modelli in miniatura delle sedie della collezione di Vitra.

 

Inventiva che la esorta ad avvalersi di un’ampia gamma di materiali e di tecniche artistiche, dalla fotografia alla scultura, alla performance, dal design all’oreficeria. Tanto che, a volte, i suoi lavori sembrano realizzati da artisti diversi. Poiché la sua ricerca, nonché la sua attenzione, spaziano ad ampio raggio, si soffermano sugli svariati aspetti della realtà, individuando i diversi elementi di cui l’esistenza è composta. Tutte prerogative, quelle elencate, che le hanno aperto le porte di rassegne internazionali (tra cui Manifesta) e di numerosi importanti musei (con mostre al MOMA, alla Tate, all’Hamburger Banhof, a Palazzo Grassi). Tuttavia, come i fanciulli amano divertirsi con i loro giochi fino allo stremo, Paola Pivi, che Massimiliano Gioni ha battezzato come la sacerdotessa di Cockaigne, raramente considera esaurite le sue opere esclusivamente nell’esposizione che le presenta.

 

 

Per questo, molto spesso, le ripropone in mostre successive, affinché siano riviste. E la personale World record, al MAXXI di Roma, rientra in questa casistica. Infatti, molte delle opere in mostra, sono state esposte in precedenti esibizioni e, in sintesi, qui rimodulate nell’insolito spazio della Galleria 5 del muse. Nella mostra, curata da Hou Hanru e Anne Palopoli, la disposizione dei lavori selezionati ricorda gli elementi di arredo di un curioso ma equilibrato spazio domestico, il cui climax è la possente installazione che titola la mostra stessa. Il visitatore, oltrepassata la soglia, è accolto da Share, but it’s not fair, 2012, un reticolo di 500 nodi di tessuto imbottito, appeso al soffitto, che ne ridisegna l’altezza e l’andamento, nonché, attraverso l’ombra della sua trama, il pavimento stesso. Tutto ciò, oltre all’iniziale meraviglia, trasmette l’avvolgente sensazione di ritrovarsi all’interno di un colorato pergolato. Presentata nella mostra di Shangai, questa estesa installazione è anche un delicato riferimento alla sfera privata dell’artista stessa, in un intreccio tra personale e pubblico. I colori delle stoffe, con le quali sono confezionati questi morbidi cilindri allungati, richiamano il giallo e il rosso delle tuniche dei monaci tibetani, area geografica cui l’artista è sentimentalmente legata, relazione suggellata dai nodi modellati da questi cuscini. Attraverso la loro serialità unisce così privato e pubblico, singolo e collettivo. Però, l’installazione si interrompe all’improvviso, senza ricoprire per intero il soffitto, infondendo l’impressione di qualcosa di non finito, di qualcosa di sistemato in uno spazio non suo. 

 

 

Sotto questo colorato soffitto, sono stati collocati alcuni tra i primi lavori, come Scatola umana, 1994, e Untitled (gold and pink sofa-bed), 1999. Posti entrambi su un piedistallo, solitari nell’immenso spazio della galleria, sono praticamente inghiottiti dall’ambiente e appaiono come sparuti elementi riempitivi. La prima, è una piccola scultura di appena 10x10x9 cm, da sempre considerata una sorta di manifesto artistico di Paola Pivi, perché contiene in nuce tutti quelli che saranno i caratteri futuri delle sue opere, ovvero un oggetto essenziale e astratto, la cui trasparenza non impatta con lo spazio circostante, ma anzi lo assorbe al suo interno; la seconda, un sofà in miniatura, originariamente impregnato di profumo, adesso sotto una teca di plexiglass, oltre a ricollegarsi all’affermarsi del design nel nostro paese alla fine degli anni Novanta, miniaturizzandolo, lo sottrae alla sua funzione originaria e lo trasforma in una sorta di giocattolo, finanche adatto ad abbellire una dollhouse. 

 

 

E in questo surreale interno domestico, non poteva mancare uno dei suoi celeberrimi orsi. Did you know I am single, 2010, anziché essere di piume di colori fluo, è ridotto a tappeto, come quelli visti a centinaia nei salotti nei film americani degli anni Cinquanta. Ma, invece di utilizzare la pelle dell’animale, ironicamente e artificialmente è realizzato con pelliccia sintetica, diventando così un divertente manufatto di arredo che, sottilmente, critica la valenza di status symbol attribuita a determinati oggetti e, al tempo stesso, denuncia l’inutile e ingiustificato maltrattamento perpetrato sugli animali in assenza di una reale esigenza. 

 

 

Ma, come anticipato, la parte del leone di tutta la personale, la fa World record, 2018. Già presentata a Dallas, e qui suggestivamente sistemata in fondo alla sala, a ridosso della grande vetrata, una delle note distintive dell’intera architettura di Zaha Hadid e da cui può godere di un’affascinante vista sulla città. Una sorta di grande lettone doppio, come se quello sul pavimento si riflettesse nel soffitto, con un interstizio fra i due elementi, che sembra uscito direttamente dal mondo sottosopra di Alice. Nessuno, da 0 ai 99 anni, a dispetto delle notevoli dimensioni, può resistere alla seduzione di interagire con questo elemento, alla tentazione di sfilarsi le scarpe, arrampicarsi sull’alto palco, gattonare e sdraiarsi sul morbido e immenso materasso, per rotolarsi, sonnecchiare, ammirare il panorama, rilassarsi. In poche parole, sorridere e giocare, come solo i bambini sanno fare. Ciò che maggiormente sorprende dei lavori dell’artista, è che ogni opera sembra quella definitiva, con lo stesso spirito giocoso di Claes Oldenburg, raggiunga il livello massimo dell’impossibile, come è stato per Untitled (Project for Echigo-Tsumari), la gigantesca e coloratissima scala gonfiabile di 20m presentata alla Triennale di Echigo-Tsumari in Giappone, nel 2015, e poi riproposta, sempre nello stesso anno, nel cortile di Palazzo Strozzi di Firenze. Dopo di essa cos’altro poteva ideare? Ha creato questo smisurato materasso. Perché in fondo, all’immaginazione non c’è limite. 

 

Paola Pivi – World record, Roma, MAXXI, fino all’8 settembre 2019

Ph Attilio Maranzano.

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