Piccola città, una storia comune di eroina

Secondo il dizionario etimologico il verbo consumare deriva da cum, nel senso di “interamente”, e sumere, “prendere”, “togliere”; e quindi: “ridurre a nulla, togliendo poco per volta”.

Una storia del consumo di eroina in questo paese andrebbe a comporre la storia stessa del paese. Soprattutto se parliamo dell’Italia degli ultimi tre decenni del Novecento, quando il consumo di eroina toccò il suo vertice, anche in termini di vittime. Una storia di riduzione, poco per volta, a nulla. 

Eppure limitare il fenomeno al secolo scorso è sbagliato. Nella sua relazione annuale al parlamento sui traffici e sui consumi di droga in Italia, la direzione centrale del servizio antidroga della polizia di stato ha decretato il 2017 come l’anno del grande ritorno dell’eroina, con un 30 per cento in più nei consumi, e di conseguenza delle morti per overdose (+9,7 per cento, in netta inversione rispetto a un trend decennale che tutti davano ormai per consolidato). Alcuni recenti casi di cronaca hanno poi riportato l’attenzione sul fenomeno, in particolare per la giovanissima età anagrafica dei protagonisti. Eroina e minore età sembra essere il nuovo binomio. 

 

Opera di Alex Prager.


L’eroina è la protagonista di un libro di Vanessa Roghi pubblicato da Laterza: Piccola città, una storia comune di eroina. La piccola città è Grosseto. La storia è una “piccola storia ignobile”, per dirla con Guccini, comune alla cosiddetta “generazione scomparsa”, ossia quella di coloro che erano giovani tra gli anni Settanta e Ottanta quando il mercato italiano fu invaso da un fiume di eroina.

In quegli anni, l’uso delle sostanze stupefacenti divenne l’espressione di una cultura antagonista al consumismo, una vera e propria ribellione all’establishment. Consumo che si opponeva a consumo. Una ribellione tuttavia che finiva per nuocere soltanto a se stessi e che non aveva alcuna ripercussione attiva sul cosiddetto sistema.

 

Era anzi essa stessa un fatto politico: non un grimaldello che serviva a scardinare il sistema, ma un’arma di repressione, se non addirittura, secondo taluni, una forma di controllo sociale e di mantenimento dello status quo. Tra i militanti marxisti, infatti, vigeva il divieto di far uso di droghe, poiché la droga era considerata espressione di una borghesia degenerata. D’altro canto un giornale come «Lotta Continua» alludeva all’esistenza di un complotto per sostituire le droghe leggere con quelle pesanti nelle abitudini dei giovani che frequentavano i movimenti, con l’obiettivo di distruggere dall’interno le forme stesse dell’antagonismo politico (la cosiddetta operazione Bluemoon, pensata dai servizi segreti americani inizialmente per i ghetti neri con l’idea di ostacolare il movimento delle Black Panthers).

 

Vanessa Roghi in questo libro intesse un percorso pubblico e privato, usando gli strumenti propri della ricerca storiografica e della memorialistica e ricorrendo a un vastissimo repertorio di citazioni, ricostruendo così un quadro di quello che è stato uno dei fenomeni sociali e politici, ma anche culturali, più significanti della seconda metà del Novecento. Non è infatti possibile eludere dall’orizzonte degli anni Ottanta vocaboli come eroina e HIV, parole che evocano immediatamente un immaginario storico, che creano intorno a sé un alone, una luce, una profondità, una visione, che fondano con forza un universo narrativo ormai ineludibile. Lo fa non solo da storica qual è, ma offrendo al lettore la propria vicenda personale. 

 

Una vicenda che si lega indissolubilmente alla storia della piccola città del titolo in cui Roghi è nata e in cui ha vissuto. “Grosseto, al centro della Maremma, alla periferia del Mondo: Kansas City, come l’aveva definita Luciano Bianciardi”, il quale nel 1951 lavorò come bibliotecario alla Chelliana, allora ospitata nei locali del Ricasoli, il liceo cittadino. Una città come tante della provincia italiana, “un’altra Montecatini Terme”, anonima, indolente, lenta, bugiarda provincia, uno dei feudi più inattaccabili della classe borghese.

Eppure Grosseto a quel tempo aveva anche una vocazione di città di frontiera, amministrata dal Pci e dal Partito Socialista fin dal dopoguerra, dove alla fine degli anni Sessanta tuttavia arriva una novità. Nel 1969 a Istanbul infatti viene arrestato un grossetano di vent’anni legato, come dicono i giornali, ai “capelloni locali”. La città perbene inizia così a parlare del “mostro della droga” come “un drago che neppure San Giorgio cavaliere potrà mai uccidere”. Appaiono articoli dai titoli significativi: “Droga a Grosseto, cosa c’è di vero?”, sintomo di confusione sociale, di paura, ma anche di reticenza, un fenomeno colto sul nascere che tuttavia assume subito un tratto distintivo: l’attenzione si concentra sul consumo e non sui meccanismi dello spaccio, e quindi sull’economia che si mette in moto intorno alla piaga delle tossicodipendenze. Si crea il mostro sociale del tossico irredimibile, non un malato, ma un vero e proprio nemico per la società.

 

È qui che si inserisce la storia famigliare raccontata da Vanessa Roghi, cresciuta tra Politica, Femminismo e la nonna, “che è il Mondo”. Ma soprattutto un padre che nel 1987, quando lei ha quindici anni e frequenta la quinta ginnasio, viene arrestato per uso e spaccio di eroina. L’evento diventa origine e fulcro intorno a cui ruota questo libro. “Vorrei poter fare come propone Marguerite Yourcenar, distaccandomi da tutto, eliminando, finché è possibile, tutte le idee, i sentimenti che si sono accumulati, strato su strato, tra quel tempo narrato e noi”. Quel tempo narrato è quello dell’infanzia, dei genitori “mai insieme nel ricordo”, della Favola d’amore di Herman Hesse, della madre che ascolta ininterrottamente la cassetta con Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, dell’enciclopedia Io e gli altri per fare le ricerche.

Ma la memoria personale si allarga presto ad abbracciare i fatti culturali che segnano un’epoca. Il festival di Parco Lambro organizzato da «Re Nudo», Porci con le ali di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, l’asta dei reperti del Sessantotto organizzata al Macondo di Milano in cui si seppellirono i simboli di una stagione e di un’utopia. 

 

Ma al di là dei confini temporali, del passato evocato e narrato, Piccola città è anche un valido vademecum per capire come non si può prescindere delle dipendenze per comprendere questo nostro tempo storico. Poiché le dipendenze, in un’epoca come la nostra, rappresentano il cuore stesso della società dei consumi, sono il carburante del mondo, e come tali vengono apertamente incentivate e costruite dal nulla, in una sorta di perenne fabbrica delle ossessioni.

Il viaggio intrapreso da Vanessa Roghi nella storia dell’eroina è quindi anche un viaggio alle origini del consumismo generalizzato, quel processo lento e inesorabile, con il suo rango di valore sovrasociale, che si esprime al suo meglio nel sottrarre (sumere) interamente (cum). Cosa? La vita stessa. 

Opera di Alex Prager.

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