Prendere a morsi la vita. Addio a Milva

Non è la Milva che conosciamo, quella di questa prova dell’Opera da tre soldi con Giorgio Strehler. Non vediamo i suoi capelli rossi, più o meno fiammeggianti a seconda degli anni, ma un caschetto scuro alla Lulu di Pabst. E i gesti, intorno a quella sua inconfondibile bocca larga, che sembra voler ingoiare la vita, sono quelli di una diva del muto, Louise Brooks o anche Gloria Swanson in Viale del tramonto. E sono i cazzotti, violenti, contro il maschio dominatore, violento.


 

 

Di fianco a lei, nella Tangobalade della Dreigroschenoper di Bertolt Brecht c’è uno degli attori cari a Strehler, Gianni Santuccio. Poco dopo, per lo spettacolo definitivo del 1972, Santuccio si ritirerà e il suo posto lo prenderà un'altra icona della musica popolare, come Milva, Domenico Modugno. Saranno i due, in scena, una coppia straordinaria.

Maria Ilva Biolcati, classe 1939, donna di foce e di palude, la “Pantera di Goro”, se n’è andata ieri a 81 anni. Si era ritirata dalle scene nel 2010, dopo una carriera che testimonia il suo gusto di prendere a morsi la vita. Debuttante a soli 16 anni, cantante popolare, come si imponeva nella sua Bassa, aveva partecipato a vari festival di Sanremo e raggiunto una fama simile a quella di altre grandi interpreti dell’Italia del boom, Mina, Ornella Vanoni, Iva Zanicchi. Già allora il suo modo di rendere la canzoni era peculiare: staccava le parole, allungava le vocali, allargava le braccia, incideva parole e sentimenti, staccandole con la passione della sua terra di antichi pirati, prima che diventasse l’Eldorado della coltivazione delle vongole.

 

Schietta, dal sorriso largo e contagioso, incide dischi, partecipa, con un tocco di originalità e con un’aggressività tutta sua, casalinga e barbara, allo showbiz di quegli anni. Sposata a Maurizio Corgnati, è però una donna inquieta. Non si accontenta dei suoi ambiti e prova altre avventure. La provincia ferrarese l’ha ormai abbandonata da tempo: a Milano entra in contatto con l’ambiente della canzone intellettuale, con Gino Negri. Registra Le canzoni del Tabarin o Canzoni da cortile, tutt’altra cosa del successo che l’aveva lanciata a Sanremo, Il mare nel cassetto. La vediamo, in un video del 1961, cantarla con quel suo stile inconfondibile, magra, come è sempre stata, con quella mano che sembra voler conquistare il mondo o difendersi da esso, con i capelli cotonati, come si usava, assolutamente arcaica, come la sua Italia che si preparava a spiccare il salto verso la modernità, mantenendo un’aura tutta paesana.

 

 

 

 

Paolo Grassi, il patron del Piccolo Teatro, un mito intellettuale di teatro di impegno politico e pubblico, la vede su Rai 2 in Milva Club. Si informa su di lei con Negri. Negri scrive una lettera “d’altri tempi” al marito e manager, sempre Corgnati, e “chiede che la sua gentile sposa prenda in considerazione la proposta di uno spettacolo in onore della Resistenza contro il fascismo, con dei canti, affiancata da Arnoldo Foà per recitare poesie di Brecht, del Giusti, di Neruda, di Rafael Alberti, di tutti quelli che hanno fatto e che hanno scritto sulla Resistenza” (così racconta Cristina Battocletti nel suo recente libro Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste, La nave di Teseo). Corgnati capisce che si tratta di una grande opportunità: e Milva debutterà in quest’altra arena, davanti a Pertini, Nenni, Ingrao...

Da allora la vita cambia. Strehler la vorrebbe… già, ma chi è ‘sto Strehler? il regista più importante di Europa… “Fammi sentire la tua bella voce”. “Io ero preoccupatissima. Io ero Milva, una star famosissima, e dinanzi a lui mi sentivo veramente un moscerino”.

E così nasce la nuova Milva, quella di Bertolt Brecht. Poesie e canzoni (1965 e poi altre edizioni), quella che indugia con la voce acuta e profonda insieme sullo strazio della moglie del soldato tedesco, che dall’Europa conquistata ebbe tanti souvenir e che dalla Russia ricevette soltanto il cadavere del soldato; quella di Maria Sanders, puttana da ebrei e di altre tante ballate di Brecht incise nella memoria di chi è nato fino a una decina, una quindicina d’anni dopo la guerra.

“Quello con Giorgio è stato un incontro non comune. Ricordo l’emozione che mi ha dato la sua personalità. Era come avere davanti non un uomo, ma un plotone di uomini”. E lei, quante donne era? così insicura, così decisa, a petto largo e gambe piantate a terra di fronte alla vita, così sognante nello sperare, come Jenny dei pirati, che arrivasse quel magico veliero a cambiarle la vita.

Qualcuno, nel commemorarla, ne ha ricordato gli amori, diversi, le successive avventure musicali, Battiato, il tango, Piazzolla, dovunque dove c’era vita, il trasformarsi da paesana e figlia dell’Italia dell’immediato dopoguerra in intellettuale chic, perfino radical chic. Forse di lei, oltre alla chioma rossa e alla bocca grande, grandissima, come il desiderio, come la voglia di dire, di svelare, di protestare, di amare, rimane la curiosità, la capacità di mettersi in gioco, di trasformarsi in allieva scolaretta per imparare, per scoprire, meglio, quel qualcosa che aveva dentro da sempre, tra gli umori di foce di grande fiume tra i quali era nata.

 

 

La camera ardente sarà allestita nel foyer del Piccolo Teatro Strehler, martedì 27 aprile, dalle ore 9.30 alle ore 13.30. I funerali seguiranno in forma strettamente privata.

 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO