Scatole cinesi: Scabia, Garbuggino/Ventriglia, Gruppo Nanou

D’estate lo sguardo si allarga, la prospettiva si sfrangia e si dilata. A Est e a Ovest, a Sud e a Nord i festival inventano nuovo teatro, o riepilogano quello già noto, aggiungendo sempre qualcosa, trascinando l’emozione e il pensiero da qualche parte inaspettata. Mentre il fascismo più becero riempie la cronaca politica con la questione dei migranti e pietà sembra morta, nell’orto del teatro si continua pazientemente a vangare, a seminare, a curare pianticelle fragili o più resistenti colture perché qualche nuova visione possa, lentamente, aprire le menti, far sbocciare. 

Unisco qui tre pezzi che potrebbero d’essere d’occasione, cose viste, diverse, che non c’entrano nulla l’una con l’altra. Eppure mi sembra che il lavoro che ci imponga d’estate il surplus di azioni teatrali fuori dai canoni dei palcoscenici tradizionali sia quello di cercare fili inconsueti, di far scoppiare cortocircuiti. Allora: scatole cinesi. Spettacoli che rimandano ad altri e ad altri ancora, in una catena potenzialmente infinita, composta di incroci, ritagliati da altri o più ampi contesti e ricomposti in cut-up rivelatori, per affacciarsi continuamente ad altre finestre, sul mondo, su sé stessi.

 

“La fine del mondo. Commedia per dinosauri” di Giuliano Scabia.


Scabia e i dinosauri di Nane Oca

 

Sembra un ballerino di flamenco, un saggio pacifico guerriero con la fluente chioma bianca, la camicia rossa e quei pantaloni neri attillati, sottile e scattante, 84 anni (quasi: auguri!) di fantasia, di capacità di leggere il mondo come una favola meravigliosa e seducente per svelarne la realtà segreta, la durezza, il dolore, la gioia. 

Giuliano Scabia è poeta che ha attraversato varie stagioni: dalla neoavanguardia, dalla sperimentazione linguistica con Luigi Nono al teatro politico e dialettico influenzato da Brecht, dalla scoperta di una scena esplosa e partecipata – del viaggio con gli altri, matti, bambini, abitanti di zone lontane dai centri – alla suggestione delle favole, dei boschi, dell’azione recitata o narrata che nasce dai piedi che camminano sulla terra, la percorrono, la battono con ritmo dionisiaco. Quando sembrava aver inventato un nuovo vivo teatro politico ha scelto la poesia dei boschi e dei paesini di montagna, ha riscoperto la lirica che allarga cuore e vista, la narrazione fluente, con i cicli di Nane Oca e dell’Eterno andare di Lorenzo e Cecilia e di loro figlia Sofia. Ha riempito i suoi racconti di angeli e diavoli più o meno travestiti, continuando a coltivare un teatro segreto, fatto di incontri nelle famiglie, trasformando i suoi romanzi (editi da Einaudi) in narrazioni pubbliche ad alta voce per poche o per molte persone, accompagnate dal violoncello dal canto o da altri suoni, storie rispecchiantesi in occhi e corpi felici di ascoltatori rapiti.

Ha inaugurato Inequilibrio il festival di Armunia a Castiglioncello (Livorno) con La fine del mondo, uno spettacolo delicato, recitato dalla Fantastica Compagnia Dilettantistico Amatoriale, un gruppo di signori signore e ragazzi che non fanno abitualmente teatro trasformati in una settimana in parlanti dinosauri, con i meravigliosi costumi di Lia Morandini, realizzati da Carla Sassetti con il Laboratorio Scenografico Armunia. Scabia fa il prologo: nell’arena di castello Pasquini, racconta come La fine del mondo sia una “scatola cinese”. 

 

“La fine del mondo. Commedia per dinosauri” di Giuliano Scabia.


Prende la scena come ballerino diritto e orgoglioso e, aiutato da un disegno, spiega che quella che si vedrà è una commedia in otto atti (brevi, brevi) che si trova come intermezzo nell’ultima storia della saga di Giovanni detto Nane, Oca perché da piccolo fu spaventato da un branco di oche e perché è sempre pronto ad andare in oca, ossia fuori di testa per amore. 

L’episodio lo trovate nel romanzo Il lato oscuro di Nane Oca (sempre Einaudi), uscito in inverno, una saga da gustare leggendo una o due avventure al giorno, come un racconto di paladini o come le favole a veglia. Nane vuole provare il lato oscuro del mondo, quel Male di cui tutti parlano e che sembra affliggere l’umanità, e si ritrova “punturato” dai malvagi, che gli iniettano il virus infausto che infetta soverchiamente il mondo d’oggi. Riuscirà a trovare l’antidoto (esiste?), e a salvarsi? Lo scoprirà chi seguirà la storia scritta da Guido Puliero, l’Omero di quella terra immaginaria dei Ronchi Palù, come fa l’assemblea dei fantastici personaggi, uomini, donne, briganti, signori, innamorati, animali reali e immaginari, fate, omini selvatici eccetera eccetera, abitanti nel piccolo borgo nel Pavano antico circondato dalla Pavante foresta e dalle Foreste sorelle.

La recita filodrammatica rappresentata a Castiglioncello è una storia contenuta tra le molte altre nel romanzo. Favola dei dinosauri, di un eremita topino che annuncia l’avvicinamento e la caduta del sasso che porrà fine alla civiltà dei “Dini”, come li chiama Scabia, facendoli parlare in sghemba lingua dinica, un po’ nordica un tantino burinica, nella tremenda tragedia comica con dinosauri, destino, uccello del malaugurio, meteorite e autore, con uno sfondo di scene dipinte con vulcani in eruzione. 

Come in Nane Oca quello che conta qui è il gesto linguistico: la professione del gioco, della favola come chiave per leggere il mondo, affidando l’atto del recitare a non professionisti che ci mettono tanto divertimento. Certo, tra tirate, dialoghi, cori, brani ritmici e danze i tempi non sono sempre perfetti, la storia in certi punti rallenta per far distendere la lingua e dare agio ai tanti personaggi di caratterizzarsi. Eppure lo spettatore è contagiato, conquistato, e il teatro rifulge come qualcosa di praticabile. Ma anche come una domanda su quel personaggio, il destino del meteorite che incombe “attratto” dalla terra, e sull’illusione – dei dinosauri – di essere grandi, alti, potenti come grattacieli, insomma di sentirsi invincibili e di essere invece esposti alla catastrofe, al crollo delle belle illusioni. 

Non branchi di animali preistorici in realtà vediamo in scena, ma una famiglia di Dini, con padre, madre, figli, zii, matto del paese, dini pessimisti, allegri, seduttori o angosciati, insomma un mondo molto umano, che nella recita si rispecchia in quella parabola con un elemento fondamentale che abbiamo spesso separato dal teatro: il divertimento, un sorriso sghembo capace con mossa del cavallo degli scacchi di far ridere parlando di cose serie, con un invito a riguardare allo specchio le scatole cinesi della nostra vita.

 

“Tre stanze – I sovversivi” di e con Silvia Garbuggino e Gaetano Ventriglia.


Tre stanze sovversive, ovvero Kitèmmùrt Reloaded

 

Ci accoglie alla fine di un corridoio con un vestito nero sul petto nudo, la barba brizzolata, gli occhi assenti, un velo da sposa in testa. Parla piano, dolcemente, voci e lingue che si incrociano, personaggi che convivono, Amleto Ofelia il ricordo dell’assassinio di Polonio, chi fa violenza e chi la subisce, dicendo dolcemente, come un intimo desolato atto quotidiano di vita. 

L’abbiamo ignorato a lungo, questo attore appartato, Gaetano Ventriglia, sottile nelle scansioni, ellenico nella definizione dei caratteri, sempre nitidi e sfuggenti, aperti come finestre sul troppo e sul niente. Ora, sempre a Castiglioncello, non possiamo non farci trascinare nelle sue Tre stanze – I sovversivi, tra personaggi multipli, scritti nel corpo e nelle parole da lui, Ventriglia, questo ibrido attore moltiplicatore, e da Silvia Garbuggino, la sua profetessa corporale, con gambe e braccia protette da imbottiture per parare i colpi di esplosioni fisiche. 

La chitarra elettrica di Gabrio Baldacci ci attira dove lei spasima un monologo per rinserrarsi alla fine su una sedia con una casseruola donchisciottesca in testa. E veniamo attirati nell’ambiente contiguo da Ventriglia, che racconta un sogno di Raskolnikov pieno di senso di colpa fuga delirio di potenza struggimento, fino al risveglio dall’incubo pieno di realtà. Delitto e castigo è quest’altra stanza, in visione onirica, per tornare nella precedente e vedere Ventriglia mutarsi in un gregge di pecore e montoni, versi, versacci, muggiti, belati, e Don Chisciotte-Garbuggino combattere in un sogno di gloria fatto di fumo, di nulla, in uno spettacolo dove un sogno ne apre un altro, in paesaggi desolati, affatturati dal gelo e dalla calura che ottunde la vista, un luogo della fantasia dove si combatte e dove le cose scolorano in altro sotto gli occhi di un tutto che si dà la mano col niente, col vuoto in agguato sottostante. 

 

“Tre stanze – I sovversivi” di e con Silvia Garbuggino e Gaetano Ventriglia.


I due attori, per forza di sottrazione, di dolce insinuazione, o per scoppio di potenza espressiva che mischia allusione e follia, trascinano e contengono, con un sorriso che apre, insieme distante e ammiccante, porte su altre porte su stanze in continua fuga verso centri che si smarriscono, componendo in sequenza scene di diversi loro passati spettacoli che già destrutturavano i testi di riferimento, portandoli vicino a un quotidiano che ha bisogno continuamente della letteratura, del teatro, delle storie alte per svelarsi fatto di solitudine, dolore, voglia di vivere e sognare.

 

“We Want Miles, in a Silent Way” di Gruppo Nanou, ph. Daniele Casadio.


Danzando Miles Davis

 

Con Gruppo Nanou ci spostiamo sull’altra costa, a Ravenna Festival. We Want Miles, in a Silent Way, firmato da Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci, Marco Maretti, coreografie di Amico e Bracci, con i suoni di Roberto Rettura e le percussioni di Bruno Dorella, siamo in un’operazione che ha già visto il debutto nel mitico spazio La MaMa di New York, e che riappare in nuova più ampia versione  qui con Carolina Amoretti, Rhuena Bracci, Marco Maretti, Chiara Montalbani, danzatori di presenza energica e carismatica, tra le scene e i colori di Amico e Daniele Torcellini e il light design ancora di Amico con l’aggiunta dell’immaginazione luministica felicissima di Fabio Sajiz. 

Le scatole cinesi qui sono estrarre dalla musica di Miles Davis strutture di incontri tra cellule e elementi sonori diversi, nei suoi standard rimessi in vita dall’improvvisazione, dai timbri, dalle dinamiche e dai colori strumentali, e farne elementi per la danza, tre corpi femminili che si muovono in assolo, in duo, in trio, si intrecciano, si contraggono e si distendono, si rispecchiano in un’altra figura, maschile, che spesso entra e guarda immobile, per poi trovare l’onda del movimento tra schizzi di luce che la rendono fosforescente, pop, mentre in scena compaiono ombre come doppi, riverberi dei corpi in movimento. 

Il palco ha un riquadro sul fondo che viene fortemente colorato, in atmosfere spesso in contrasto con un altro colore che allaga o disegna geometricamente il palcoscenico, in effetti cromatici emotivi che rievocano Rothko, un astrattismo primordiale in cui il rosso a volte si inscurisce in colorature metalliche che oscurano la visione, per poi meglio far risaltare verdolini acidi o scialbi che accolgono i corpi o azzurri fondi e elettrici che li celano come deiezioni, come macerie in trasformazione e movimento in un angolo, in una porzione ristretta di spazio, pronti all’esplosione. 

 

“We Want Miles, in a Silent Way” di Gruppo Nanou, ph. Daniele Casadio.


Miles Davis è sottratto, diventa pura ispirazione strutturale: la musica è ricomposta per percussioni, cui a poco a poco la regia live electronics aggiunge altri strumenti, soprattutto di base ritmica, fino a un irrompere, solo alla fine, della tromba, come una citazione, come un omaggio che rende l’atmosfera, concettuale e fisicissima allo stesso tempo, romantica, prima del precipizio nel buio. 

Nello spettacolo si combinano corpi, suoni, strutture, spazio che diventa disegno mentale e colori che opacizzano o fanno risaltare i corpi, in un lavoro sperimentale che incarna la vocazione di questa compagnia a esplorare per via mentale i paesaggi della danza, inventando, ricreando ritualità in cui il corpo alla fine risulta il vero sovrano, determinato e determinante, qui con il controcanto fondamentale delle atmosfere di luce. Si ripete un po’ troppo forse lo sviluppo degli intrecci dei corpi; non riesce a raggiungere la sospensione metafisica e sognante della musica di Davis, il suo scavo interiore, pur toccandone la fisicità. La memoria della libertà delle note vince sulle iterazioni delle figure coreutiche, innervate drammaturgicamente soprattutto dallo sviluppo della posizione dell’uomo che dall’immobilità statuaria inziale conquista, tra buio ombra e luce, un’espansione, come un motivo conduttore tenuto a lungo in secondo piano e poi portato a dilagante consapevolezza. 

Si tratta comunque di un affascinante studio, che potrebbe musicalmente e coreograficamente trovare altri, più concentrati o inventati, sviluppi. 

 

Nell’ultima immagine Giuliano Scabia nel prologo alla “Commedia per dinosauri”.

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