Nel campo dei Mutoid

Niente più giganteschi robot fatti di ricicli meccanici, mostri volanti costruiti con pezzi di elicotteri (anche con la carcassa di uno appartenuto all’avvocato Agnelli), macchine sospese, bambole e fantocci da immaginario cyborg o post-catastrofe; niente più roulotte e corriere travestite da casa, e officine creative, e feste con i lanciafiamme e con rombanti creature di rottami. L’esperimento sociale e artistico di Mutonia, l’accampamento, il villaggio punk della Mutoid Waste Company sulla riva del fiume Marecchia a Santarcangelo di Romagna, corre il rischio di scomparire.  Un vicino ha fatto causa al Comune della cittadina romagnola per inadempienza, per omissione di atti d’ufficio, per aver consentito una situazione abitativa anomala. La controversia è iniziata ai tempi dei rave party, che ormai tacciono da svariati anni. Ma poi è andata avanti. Il Comune ha sempre tollerato questo insediamento di artisti maghi del riciclo creativo, arrivati nel 1991 chiamati dal festival del teatro e insediatisi in quell’angolo ancora semiselvaggio di Romagna. Ha imposto loro, insieme alla sovrintendenza al paesaggio, alcune regole, di non sopraelevare, di tutelare gli argini del fiume, sgombrandoli dalle costruzioni. Loro hanno reso abitabile l’area, con la costruzione per esempio di fosse biologiche che molti degli insediamenti vicini non hanno (e scaricano direttamente nel fiume).
Poi il Comune di Santarcangelo è andato in crisi sul bilancio. Il sindaco ha dato le dimissioni, ha chiesto una verifica dei voti e infine la giunta è caduta. In attesa dell’arrivo del commissario, la causa contro i Mutoid è andata avanti.

 

ph. Lele Marcojanni

 

Mi danno tutte queste informazioni Anna de Manincor e Massimo Carozzi, ossia Zimmerfrei, cineasti e artisti indipendenti. Stanno montando proprio in questi giorni i materiali girati al campo dei Mutoid. Il film sarà presentato in una prima versione all’interno del 43.imo festival internazionale del teatro, Santarcangelo·13 (12-21 luglio): i primi giorni sarà proiettato in una roulotte in piazza Ganganelli per pochi spettatori alla volta, poi su schermo grande, sempre nel cuore della cittadina, il 20 luglio.

 

ph. Lele Marcojanni

 

“Durerà 50-60 minuti. Fa parte di Temporary cities, un ciclo di documentari cui lavoriamo da alcuni anni. Si tratta di ritratti di città girati in un’area di scala molto ridotta, che può andare da una zona particolare di un quartiere a una piazza a una singola panchina, in cui il tema principale è l’uso e la percezione dello spazio pubblico da parte di cittadini, abitanti e utilizzatori temporanei che abitano e trasformano lo spazio comune. Abbiamo già presentato film su Bruxelles, Copenaghen, Budapest, e a fine settembre avremo pronto quello su Marsiglia. Ci installiamo in un luogo e osserviamo la città che scorre. Mutonia è la prima puntata italiana. In realtà è la storia di un villaggio, quello dei Mutoid, dentro un altro villaggio, Santarcangelo. Ce lo ha commissionato il festival, e lo abbiamo girato con il sostegno della Film Commission Emilia Romagna”.

 

ph. Lele Marcojanni

 

Quello che interessava ai due cineasti-artisti (è importante questa doppia natura di Zimmerfrei, tra la riproduzione e la creazione di realtà, anche performative, con Anna Rispoli oltre ai due intervistati) era l’esperimento abitativo, l’invenzione di un altro modo di abitare. “Il campo (così si chiamerà il documentario) non racconta la storia della  Mutoid Waste Company, ma l’accampamento dove vive, come luogo di lavoro e di dimora. Come esperimento. Loro, nomadi, travellers, si sono radicati qui arrivando dalla Scozia, dall’Irlanda, dal Canada, dall’Australia, con qualche tedesco e vari italiani che si sono aggiunti nel tempo.  Sono venuti con le famiglie, con i bambini.  Uno, per esempio, è arrivato a 8 anni, poi è tornato in Inghilterra, ha fatto le medie a Santarcangelo, il college in Inghilterra e poi ha deciso di vivere al campo a 25 anni. Vari sono tornati a Santarcangelo, a quella che è ormai une delle radici dei Mutoid, come la Gran Bretagna o la Germania”.

 

frame dal video di Zimmerfrei

 

Gli Zimmerfrei hanno osservato la vita più segreta di questa comunità mobile (molti arrivano, molti partono per altri luoghi, per periodi brevi o lunghi): “ Ogni abitazione ha la sua officina. Casa e officina sconfinano. Alcuni lavorano là, altri fuori: fanno gli operai specializzati in zona, o vanno in giro per il mondo con le loro creazioni artistiche. E partecipano spesso a allestimenti locali. Ruth, per esempio, crea modelli per uncinetto che vende mondialmente su internet; Sue e Nikki fanno laboratori nelle scuole della zona sull’arte del riciclo creativo. Hanno costruito luminarie di Natale a Santarcangelo, con rottami. I legami col paese sono forti, soprattutto attraverso i ragazzi, che frequentano le scuole”.
Cosa sono, una comune agricola, un falansterio anni ‘90? “Abitano in campagna, ma sono profondamente metropolitani, figli dell’urbanesimo, della civiltà postindustriale. La discarica per loro è come il campo del contadino: i resti della nostra società dei consumi loro li dividono, li riusano, costruiscono un paesaggio da quel non-paesaggio che sono le scorie. Sono ordinatissimi, quasi maniacali nel non sprecare nulla. Profondamente anticonsumisti. Non aspirano a entrare nel mercato dell’arte o del design: interpretano un’idea contemporanea di artigianato, non appreso per tradizione. Rispetto agli inizi, però, la pratica del riutilizzo si è scontrata con l’irrigidimento delle norme. Una volta per riusare i materiali di un’auto non avevi bisogno di permessi: i paesani portavano motorini, frigoriferi vecchi, e in cambio si fermavano per una grigliata, il barbecue degli anglosassoni. Questa zona della Romagna è quella dei rigattieri di Gambettola, ferrivecchi che dopo la guerra hanno utilizzato i resti per ricreare economia. E questa tradizione deve averli affascinati all’inizio. ‘Gambettola is everything for me’ ci diceva uno di loro. Quando sono arrivati, nel 1991, hanno detto: stiamo qui due mesi, ripariamo i camion, poi ripartiamo. E si sono fermati, attraendo varie altre persone.

 

frame dal video di Zimmerfrei

 

La comunità, naturalmente, negli anni è cambiata: “Abbiamo cercato di capire cosa c’è di diverso oggi nella loro vita rispetto a quella dei paesani. Abbiamo osservato i bambini: per loro è normale attraversare i gruppi familiari. Il campo è tutto uno: si svegliano in una casa, mangiano in un’altra, qualcuno li porta a scuola, poi passano dal padre e dalla madre, poi… È una comunità di stretto vicinato, non un condominio. In fondo fanno le stesse cose di chi vive a Santarcangelo. Le case le considerano appena piccole pellicole per ripararsi. ‘Ma noi viviamo fuori’ dicono. Il fiume per loro è quello che era per i santarcangiolesi cinquanta anni fa: ci vai a giocare, a portare gli animali, a raccogliere. Quando racconti questo a Santarcangelo scateni i ricordi: eh, io giocavo scalzo sul fiume, mio figlio non lo farebbe mai… Il campo respira: ci sono sempre nuovi arrivi, nuove accoglienze e  partenze. Una regola, non scritta, esiste: devi essere in grado di farti le cose che ti servono. Devi saper usare le mani. Altrimenti non duri”.

 

frame dal video di Zimmerfrei

 

Ecco il senso del film, dichiarato dalla direttrice del festival, Silvia Bottiroli: lavorare sull’idea di città, cercando altre possibilità rispetto ai modelli consueti. E ora l’esperimento di Mutonia è a rischio: nell’assenza della politica, la causa di sgombero è andata avanti e a inizio estate è arrivata la notifica. In un modo usato spesso nel Nord Europa per smantellare comunità anomale: con ingiunzioni individuali, per cui non si può montare un caso politico, ma ognuno deve difendersi in proprio.

 

frame dal video di Zimmerfrei

 

“Mutonia, invece, per come la abbiamo vista, è il luogo della solidarietà e della libertà. Ora non sanno ancora cosa fare. Qualcuno ha aperto una pagina Facebook, nonostante la loro diffidenza per tutto ciò che è massificato. Loro sono figli della cultura punk, anarchica, gelosi della propria indipendenza, pronti a sottarsi a qualsiasi mercificazione. Nel girare il documentario abbiamo provato a essere lievi, poco indiscreti, a abbandonare lo spirito del reporter che cerca l’effetto, lo spettacolo. Abbiamo cercato di capire e di farci capire, di dialogare. Loro sono ansiosi sull’uso della loro immagine, non vogliono diventare i ‘lupi della Romagna felix’. Abbiamo ripreso i ragazzini che giocavano alla guerra, e si sono fatte avanti le madri, spinte dai padri incazzati, che volevano capire come avremmo usato le immagini. Loro sono pacifisti, antiguerrafondai, e avevano paura di qualche fraintendimento. Abbiamo guardato il girato insieme, sotto un pergolato. E quel giorno abbiamo conquistato una specie di lasciapassare. Dal nostro punto di vista è faticoso: scegli un tema, ti installi in un luogo, dialoghi con i soggetti delle tue riprese; quando restituisci quello che hai colto, diventa un film partecipato. Loro vogliono vedere tutto: non diranno mai questa immagine sì, questa no, ma vogliono capire, farci capire chi sono”. E, senza troppe dichiarazioni ideologiche, difendere la loro utopia umana e artistica.

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