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Sensibili alla vita

Chissà quale potenza rabdomante mi ha spinto questa estate a imbattermi in libri di filosofia che, una volta letti, si sono rivelati accomunati dal tema del sentire la vita. Forse l’inconsapevole onda lunga del lockdown che ho vissuto come eccessivamente pregno di tentativi, comprensibilissimi, di coprire il silenzio, saturando tempo e spazio con offerte culturali, bollettini della protezione civile, agenzie stampa, commenti, valutazioni, proiezioni sul futuro che avremmo affrontato, in un eterno ritorno dell’uguale che sembrava escogitato apposta per anestetizzare la vita e non prestare attenzione a quanto di nuovo stava accadendo. Iniziative di vario genere e interesse, alle quali ho preso parte anch’io, che certo avevano l’intento di essere d’aiuto a quanti fossero soli, spaesati e in condizioni di difficoltà emotive e relazionali, ma che mi sono non di meno parse anche modalità di copertura di quanto sentivamo, che, inascoltato, diveniva sempre più irrequieto, come chi non trova accoglienza, riconoscimento e ristoro. Tutto mi sembrava escogitato per zittire il silenzio che faceva da basso continuo nelle giornate della pandemia e che molti, ormai disabituati, trovavano perturbante. Per questo mi tornava spesso in mente una scena conclusiva di La voce della luna di Fellini, nella quale Ivo diceva: “eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio … forse qualcosa potremmo capire”. 

 

 

Ed ecco che nel primo libro nel quale mi sono imbattuto, l’intensissimo Dell’Aurora di María Zambrano, finalmente ripubblicato da Marietti 1820 in un’edizione ottimamente curata da Elena Laurenzi (pp.177, euro 20), leggo che “la psiche, che non smette mai di parlare, si addormenta per quanto rumore c’è intorno, si addormenta nel mezzo di una tempesta (…) diventa ipersensibile, assorbe il proprio rumore, e tutto tace (…) perché quello che la povera psiche non sa è che quando essa non si lascia udire, allorché s’impone con il suo sorprendente silenzio, può ripetersi infinitamente, e che la pura ripetizione può essere motivo o causa di una falsa eternità, eternità apocrifa, già qui, in questi luoghi”. In questa immagine, che illumina in maniera folgorante il fenomeno della coazione a ripetere, si fa strada la necessità, cara a Zambrano, di un sapere dell’anima attento alla vita incarnata, teso a “decifrare ciò che si sente”, ciò che è “viscerale, passionale e perennemente oscuro ma aspira ad essere salvato nella luce” non del meriggio, con la sua capacità di chiarezza, ma, appunto, dell’aurora. Quella aurorale è una luce sorgiva, maieutica, che chiama ad essere, non si limita a mostrare, mettere ordine, fare chiarezza, come quella del meriggio; la sua è una luce ancora impastata col buio, legata alla profondità del mare da cui sorge, tutt’altro che eterea o mistica, ma viscerale, fisica, capace “di mostrare, abbracciandoli, gli abissi che circondano l’essere”. La filosofa spagnola ne parla come di una dimensione nella quale “i sensi umani si affinano, si schiudono ritraendosi come l’Alba si ritrae, cedendo il passo a quella apparizione che non può attendere altro. Il sentire racchiuso nei sensi, il sentire che li sostiene e li trascende, appare” e “unifica i sentire trasformandoli in senso”, attraverso un “silenzio rivelatore”. 

A quanti credono di sconfinare così nell’irrazionalità Zambrano offre la possibilità di comprendere che nella luce aurorale “è la ragione stessa che illumina e apre i sensi per penetrarvi”, ma non per offrire una spiegazione sillogistica ma “una visione che apre le porte dell’anima e che innamora”. 

 

 

È questo il tipo di luce ad accompagnarci alla lettura, sgravandola dell’urgenza di comprendere tutto e subito, per insegnarci ad abitare poeticamente il testo, e dunque la vita, con un’attenzione aperta, liberamente fluttuante, intensa, emotivamente connotata, che si fa esperienza di esplorazione del mistero, mai pienamente decifrabile, di ciò che è, e di ciò che siamo, illuminando il loro rapporto e offrendoci la possibilità di “fluire nell’interiorità dell’essere e comprendere che conoscere è trascendersi”. 

Questa forma di sapere che, “sostenuta unicamente dall’attenzione”, permette alla vita di essere “medicata” da una visione capace di esprimerla e di orientarla, mi è parsa suggestivamente consonante con l’idea di filosofia che emerge dall’ultimo libro dell’analista filosofa Claudia Baracchi: Filosofia antica e vita effimera. Migrazioni, trasmigrazioni e laboratori della psiche (Petite Plaisance, Pistoia, 2020, pp. 108, euro 15). Cercando di illuminare il rapporto tra vita e sapere, riconosciuto a fondamento dell’originaria vocazione filosofica, il testo ci aiuta a comprendere come il compito filosofico sia propriamente quello di “studiare la vita lasciandosene possedere, e in essa, sì, esercitare il pensiero, ma così sentendo le sue volute e articolazioni calate nella sensibilità, pervase dai sogni, da un continuo urtare, sfregare, sfiorare, rimbalzare, nel mondo. Allora studiare la vita diverrebbe viverla più consapevolmente, esercitarla in modo da affinare il sentire e avvertirla più sottilmente. E nell’esercizio al contempo scoprirla e coltivarla. Nei suoi picchi e nelle sue avversioni”. 

 

Anche qui, dunque, una filosofia del sentire che articola il suo pensiero a partire dall’attenzione a ciò che emerge di vitale e vitalizzante in noi e oltre noi, a quanto ci eccede, ci trascende e, al contempo, ci rivela “partecipi alla tessitura del tutto”. Se nel testo della Zambrano potevo scorgere, per familiarità e analogia, parallelismi con la psicoanalisi, in quello di Claudia Baracchi troviamo un’esplicita proposta di offrire alla “capacità di configurarsi come pratica di ascolto nell’oltrepassamento della concettualità e delle procedure di giudizio” propria della psicoanalisi, la “potente spinta innovatrice e di supplemento” della filosofia, in particolare rispetto al suo modo d’intendere la psuche, il suo sorgere dalla vita, dalla quale non può essere astratta, e il suo essere intrinsecamente relazionale e situazionale. L’affinamento e l’esercizio delle facoltà intellettuali messi al servizio di una teoresi che non astrae ma “abbraccia, espande”, favorisce la piena fioritura di quella vita dalla quale sorge e della cui complessità prova a rendere conto, si rivelano così capaci di “curare la percezione dell’insieme, in una melete propriamente meditativa”. La filosofia si fa allora arte di “osservare e nell’osservarsi, coltivare l’attenzione, illuminare i legami e i collegamenti”, disvelando un orizzonte dal quale scaturiscono la conoscenza, la consapevolezza, la presenza a sé e al mondo, e la chiara percezione della loro reciproca coappartenenza. 

Anche in questo caso siamo di fronte a un sapere dell’anima profondamente radicato nel corporeo, elaborato nella consapevolezza del limite, esposto alla “energia sovraumana del desiderio, che lancia l’umano oltre se stesso” e che “a seconda di come viene vissuta, lavorata, coltivata”, “si declina come abisso o come vertice del divenire”. 

 

Sì, perché l’attenzione alla recettività del sapere filosofico, che è innanzitutto capacità di farsi ascolto, per poter domandare, rispondere e cor-rispondere a quanto si è sperimentato, non ne fa certo un sapere passivo. La filosofia è lavoro, non solo di preziosa, se così concepita, concettualizzazione, ma anche di coltivazione dell’umano, delle possibilità di attuazione della sua potenza d’essere. 

Una simile filosofia, commenta Baracchi, “ha tutto a che fare con il rinvenimento di sé, cioè allo stesso tempo con il ritrovamento e l’invenzione di quello che si è, individualmente e collettivamente” e pertanto “ha un valore intrinsecamente terapeutico”. Il modo in cui essa nutre la consapevolezza dell’intrinseca e irriducibile tessitura di tutto con tutti offre alla psicoanalisi “un’eziologia sistemica, ambientale, non semplicemente endogena, dei malesseri individuali” e uno sguardo capace di curare “la tendenza alla scissione” al cuore della nostra instabilità. In questa prospettiva, la filosofia non si limita dunque a essere un mero strumento diagnostico, che arriva come la nottola di hegeliana memoria sempre a cose fatte e le lascia così come sono, perché “suscitato dalla vicissitudini, il pensiero a sua volta le rischiara, scaturito dal sentire, lo trasforma”.

Nel suo Dell’aurora María Zambrano spiega che questo tipo di trasformazione non riguarda la sostanza delle cose ma segna un “cambiamento di essenza, di qualità e di relazione”, al quale invita anche il terzo libro nel quale mi sono felicemente imbattuto questa estate: Voce propria, quasi un alfabeto filosofico, (Studio Graffa Edizioni, pp. 114, euro 12), di Paolo Bartolini, anch’egli analista filosofo. 

 

 

Il libro, che intreccia piccoli componimenti poetici con ficcanti analisi di temi che caratterizzano gli snodi esistenziali di tutti noi, si pone, sin dal titolo, come invito a prendere atto “dell’incompiutezza che contraddistingue tutte le umane opere e se ne fa carico”, per ricordarci che l'intero dell'esperienza umana non può essere mai colto con un gesto di totalizzazione razionale, poiché il flusso che ci rende viventi può esprimersi solo al confine tra possibile e reale, presente e futuro. Al tempo stesso il libro ci esorta a darci forma in maniera un po’ più compiuta e armoniosa, esercitandoci a divenire sempre più sensibili alla vita, propria e altrui, abbracciando una forma di sapere che sappia innanzitutto abitare i molti tra e i molti con che la innervano, cercando di prevalere sulla tentazione di organizzarsi per aut aut, favorendo così un processo di individuazione che non si realizzi in forme pericolosamente unilaterali e/o oppositive. Più esplicitamente autobiografico degli altri due libri, il lavoro di Bartolini testimonia, più che delineare, la possibilità di assaggiare e praticare una nuova proposta di senso che sappia “tenere aperta la domanda esistenziale e lasciare che il mistero riverberi fin nelle più intime fibre del nostro essere” nella convinzione che “la vita intera fa al caso nostro se abbiamo scelto di interrogarla, e di interrogarci, secondo saggezza”, di contro alla patologia, sofferente, della vita inconsapevole.

 

Si tratta invece di liberare e “benedire” l’esistenza innanzitutto con uno stile di vita che sappia onorarla e renderle grazia, che non solo ne riconosca la sacralità ma cooperi affinché essa “transiti dalla possibilità all’atto”, che operi per salvaguardarne la dignità, senza reificarla mai, cercando di non tradirla riducendola a mera sopravvivenza, o puro commercio di dare e avere, o dissipandola nella compulsività del consumo e delle dipendenze, ma si adoperi per promuovere le condizioni di una sua maggiore fioritura. 

Per questo il libro si rivela un ottimo strumento per esercitarsi a far-esistere, a cooperare all’idea e alla realizzazione di un diverso e possibile modo di stare al mondo, caratterizzato da una sensibilità, una profondità esercitate anche grazie a una capacità di immaginare altrimenti, fuori dalle consuetudini, qui testimoniata anche gli interludi poetici, che sono un invito poietico a creare, a giocare con le parole, i significati, l’esperienza biografica, i doni dell’inconscio, gli scenari di senso altro, il sogno, l’invisibile, il mistero, i sentimenti, secondo un orientamento caro anche al pensiero poetico di María Zambrano. 

Ma, ancora una volta, per porre la realtà sotto una nuova luce; il libro è, in questo senso, anche il tentativo di emancipare l’esistenza dall’orizzonte simbolico nel quale sembra averla imprigionata il capitalismo, “fatto sociale totale” e vera religione del nostro tempo.

 

Bartolini chiarisce bene come il capitalismo riesca a “plasmare gli individui rendendoli conformi a determinate logiche di fondo che revocano la libertà degli umani di autodeterminarsi consapevolmente e di soddisfare equamente i bisogni di tutti”, senza apparenti costrizioni, ma per cooptazione, delineando quella che Étienne de La Boétie aveva chiamato una “servitù volontaria”. Dato che in gioco c’è anche la colonizzazione dell’immaginario, un ruolo decisivo in questa partita può allora ricoprilo l’inconscio che, nella prospettiva di Bartolini, “non si limita affatto a ciò che viene espulso e segregato negli scantinati della psiche umana” ma si svela, ricettivo, poietico, straordinaria eccedenza di senso. Capace di “dare spessore alla nostra vita simbolica mentre allude, per immagini, a un intero dell’esperienza che si compone al confine tra possibile e reale”, l’inconscio si fa forza trasformatrice della nostra capacità di essere presenti alla vita, di farne esperienza, di ripensarne il significato e dunque di riorientarla verso uno stile che contribuisca a fare del mondo "un luogo dove il cuore possa dimorare".

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