Sul guardare e il rabbrividire

1. ETIMOLOGIA. Sfogliando quel libro inesauribile che è Note, o della riconciliazione non prematura (1944-54), dello scrittore svizzero di lingua tedesca Ludwig Hohl, per esempio nella sua ultima sezione, la XII, intitolata Immagine (Spirito – Mondo Riconciliazione – Il reale), alla nota 45 si legge questo: 

 

Sarebbe bello se il guardare [schauen] e il rabbrividire [erschauern] fossero legati dall’etimologia.

 

2. Poche pagine prima, Hohl scrive: “È impressionante, quello che noi tutti non vediamo” [nota 25]. E, ancora, qualche nota dopo: “Guardare in realtà è tutto; sapere sempre induce in errore (questo è il sapere che pretende durare; il sapere più alto può durare solo un istante, soltanto l’istante in cui esso sorge è contenuto nel guardare). [...] La nostra sola possibilità è di guardare.” [nota 34]. Per poi aggiungere: “Gli uomini non vogliono vedere – solo ciecamente andare al di là di tutto – quando la legge stessa della vita è la visione.” [nota 46].

 

2bis. (In una fotografia che ritrae Ludwig Hohl nello scantinato in cui abitava a Ginevra, si vedono dei fili tirati lungo una parete e attraverso la stanza, da un muro all’altro, sopra il tavolo dove lavorava e dove mangiava. Su questi fili lo scrittore era solito appendere con delle mollette decine e decine di foglietti scritti a mano, pagine di giornale, ritagli, fotografie, cartoline... che riflettono bene due dei principi che lo guidavano nel suo lavoro, quello della selezione e quello della connessione).

 

3. Il guardare, dunque, e il rabbrividire. Ma potremmo anche chiederci: guardare è rabbrividire?

 

4. Vorrei provare a prendere sul serio e a esplorare, per quanto brevemente e per accenni, questa ipotesi: che tra il guardare e il rabbrividire esista una relazione, e grazie ad essa qualcosa di significativo appaia. Voglio dire: per quanto inatteso e fragile possa presentarsi, è proprio grazie alla possibile parentela etimologica tra questi due termini immaginata e auspicata da Hohl che qualcosa di rilevante emerge. L’etimologia, qui, non è più soltanto quel sapere che ricerca la radice, la forma originaria (intima?), da cui una parola, o un insieme di parole, ha preso forma. No, in questo caso l’etimologia agisce piuttosto come sintomo. Indica una possibile manifestazione. Rileva di quello che Hohl avrebbe chiamato un “incidente significativo” della percezione.

 

A. Linke, R. Rinaldi e P. Zanini (Archivio Alpi Research Project, 2011).


5. SORPRESA. In una conferenza tenuta alcuni anni fa a Edimburgo, e intitolata “The quickening of the unknown” (The Munro Lecture, 2013), l’antropologa Jane I. Guyer prende spunto da questa citazione tratta dallo scrittore e poeta nigeriano Ben Okri per delineare quella che chiama un’epistemologia della sorpresa (in antropologia, ma non solo). Che tipo di conoscenza è questa? Empirica. Nella sorpresa uno spazio si apre, e nello spiraglio qualcosa traspare. Incerto. Sfuocato. Sospeso. Siamo presi alla sprovvista, quindi senza alcuna preparazione, da un’irruzione (un dono?) che ci chiede prima di tutto di accettare – per quanto inusuale e disorientante possa risultare – il palpito di qualcosa “non ancora conosciuto”. (L’esperienza a cui rinvia il termine “quickening” è infatti quella in cui la madre, nel corso della gravidanza, percepisce per la prima volta i movimenti del feto). 

 

6. La sorpresa, quindi, come il momento in cui “l’ignoto dichiara se stesso”, ci dice la Guyer. Un istante prima che il pensiero, in un certo senso, provi ad assestarlo. Ma prima che questo accada, noi – balbettanti – siamo posti nella condizione di riconoscere in questa dichiarazione una corrispondenza, delle relazioni, per quanto inconsuete. Qualcosa che ci riguarda, perché improvvisamente ci chiede attenzione. Potremmo anche dire: ci riguarda proprio perché un’attenzione prende corpo. Il nostro. E tra il guardare e il rabbrividire un legame emerge.

 

7. CRONACA. Nel suo L’imitatore di voci (Adelphi), in un capitoletto intitolato Bella vista, Thomas Bernhard rende conto – obiettivamente – di questo fatto:

 

Sul Grossglockner, dopo un’ascensione di parecchie ore, due professori amici tra loro dell’Università di Göttingen, che erano alloggiati a Heiligenblut, avevano raggiunto lo spiazzo antistante il cannocchiale installato sopra il ghiacciaio. Per quanto fossero scettici, non appena ebbero messo piede nel punto in cui era installato il cannocchiale, non avevano logicamente potuto resistere alla bellezza senza pari di quelle montagne, come del resto si erano detti più volte tra loro, e ciascuno dei due aveva insistito perché l’altro guardasse per primo dal cannocchiale in modo da risparmiarsi l’accusa dell’altro di essersi precipitato sul cannocchiale. Alla fine i due erano riusciti a mettersi d’accordo, e il più anziano, il più colto e logicamente anche il più gentile dei due era stato il primo a guardare dal cannocchiale rimanendo soggiogato da quello che aveva visto. Quando però era toccato al suo collega avvicinarsi al cannocchiale, costui, gettato appena uno sguardo attraverso il cannocchiale, aveva lanciato un urlo lacerante ed era stramazzato morto al suolo. Logicamente l’amico superstite dell’uomo perito in maniera così singolare si domanda ancora oggi che cosa effettivamente abbia visto il suo collega nel cannocchiale, non potendo certo trattarsi della stessa cosa.

 

A. Linke, R. Rinaldi e P. Zanini (Archivio Alpi Research Project, 2011).

 

8. Guardare. Rabbrividire. Cosa accade su quello spiazzo sovrastante il ghiacciaio? Che relazione si instaura tra noi e il mondo? Per quanto scettici, per i due amici professori tutto sembra iniziare sul piano estetico, della contemplazione: come resistere di fronte alla riconosciuta e iconica “bellezza senza pari di quelle montagne”? Una volta accordatisi tra loro, ognuno vede – “logicamente” – cose diverse, certo. A tal punto diverse. (Seppure, in apparenza, a partire da uno stesso punto di vista). Poi, però, le cose cambiano. La distanza che separava uno di loro dall’oggetto del guardare, scompare. Quindi, di cosa effettivamente si tratta, qui?

 

9. Proviamo a fare un passo a lato. Proviamo a spostare per un momento la nostra attenzione dall’oggetto, dalla forma – la bella vista, il panorama – all’azione, al processo – ossia all’atto stesso del guardare. Il punto allora diventa un altro: non più tanto quello di sapere che cosa si è visto, ma piuttosto di chiedersi cosa implica questo guardare. In altre parole: cosa, letteralmente, comprende il guardare.

 

10. Guardare. Rabbrividire. Proviamo a riformulare la questione in questa forma: che cosa ci “prende”, bruscamente, quando siamo parte del paesaggio? Che cosa trapela, là dove siamo, tramite questa “presa”? Perché improvvisamente quel mondo – quella bella vista – non è più davanti a noi, ossia altro da noi, ma si sostanzia con noi. Interroga la nostra stessa esistenza, il nostro essere nel mondo, individuale e collettivo. (Per analogia, la morte, in Bernhard, è “l’ambiente” della vita, non la sua fine). Il corpo ne fa esperienza.

 

A. Linke, R. Rinaldi e P. Zanini (Archivio Alpi Research Project, 2011).


10bis. (Sul Brunnenkogel, dopo un’ascensione di pochi minuti, alcuni turisti tra loro sconosciuti, che erano alloggiati in Pitztal, avevano raggiunto la terrazza panoramica sopra il ghiacciaio. Mentre – “soggiogati” – ammiravano la bellezza senza pari di quelle montagne, poche decine di metri più in basso un piccolo gruppo di operai srotolava e stendeva con grande cura sul pendio dei lunghi veli bianchi a coprire parte del ghiacciaio. Sulla scheda tecnica allegata si legge: Poliestere e polipropilene, bianco puro. Disponibile in rotoli di 4.85m di larghezza e 55.00m di lunghezza. Spessore di 3.8mm. Superficie coperta per rotolo: 266.75m2. Descrizione: tessuto non tessuto composito a due strati assemblati. Resiste agli UV, agli choc termici. Attutisce gli effetti degli UV. Riduce lo scioglimento dei ghiacciai, protegge le zone di neve formando un ammortizzatore termico tra l'atmosfera e gli strati sottostanti. Il prodotto non contiene sostanze nocive. Riciclabile per incenerimento.)

 

11. La vertigine qui è in questo paesaggio di morbide pieghe in mezzo al “grande spettacolo della montagna”. Guardare. Rabbrividire. Viene da chiedersi, come Max Frisch: il piede sulla terra, lo posiamo ancora allo stesso modo? Come se il terreno per tutto ciò, per noi, fosse certo una volta per tutte.

 

12. TATTO. Paesaggio: là dove un’impressione ha luogo. Per contatto. Tra noi e il mondo. Potremmo dire, anche, quella “soglia dell’essere” (Bachelard) in grado di porci in una condizione particolare per pensare il significato del nostro essere nel mondo. Andrea Zanzotto ne parlava – nel Ritratto che ne hanno fatto C. Mazzacurati e M. Paolini (Edizioni dell’immagine) – precisamente nei termini di “una grande offerta, un immenso donativo”, ampio quanto il nostro stesso orizzonte e necessario “come il respiro stesso della presenza della psiche, che imploderebbe in sé stessa se non avesse questo riscontro”. Qualcosa di vivo e di mutevole, che ci “punge e trapunge e di cui noi siamo una specie di spoletta, che si aggira in mezzo, che cuce... oppure qualcosa che taglia”. Lascia il segno, il paesaggio, si imprime dentro di noi. E riceve i nostri segni, le nostre impronte. Ed è in questo andare e venire che si delinea la complessa trama della nostra esistenza.

 

13. Il guardare, quindi, e/è il rabbrividire. Toccare il mondo, ma anche essere toccati dal mondo. Se ci pensiamo, non abbiamo un organo specifico per il tatto, come è il caso per gli altri sensi, perché il tatto ci concerne in quanto totalità. Se le cose mi toccano è perché, dal principio, “esse formano una stessa carne con me”, scrive Mikel Dufrenne (L’œil et l’oreille). Poi aggiunge: “essere al mondo, è essere a contatto, cosa tra le cose, che allo stesso tempo tocca ed è toccata. Il tatto, è l’apice della prossimità; e allo stesso tempo ho anche bisogno della contiguità del mondo, perché manifesta al meglio questa reversibilità per la quale la mia carne è innestata sulla carne del mondo: non tocco le cose che per quanto esse mi toccano, e spesso esse prendono l’iniziativa; [...] Le cose non sono allora tangibili che tanto quanto lo sono io: noi siamo della stessa specie. È da questo fondo di co-naturalità che emergo.” 

 

A. Linke, R. Rinaldi e P. Zanini (Archivio Alpi Research Project, 2011).


14. Non tocco le cose che per quanto esse mi toccano. E spesso esse prendono l’iniziativa. Essere toccati allora vuol dire essere coinvolti (travolti?) da qualcosa che comprende la totalità della nostra esistenza. Non si tratta, quindi, di essere toccati da qualche parte. Siamo toccati, punto. Ma anche, siamo toccati perché con il mondo formiamo un “tutto”. E il paesaggio permette di pensarci come parte di questo tutto. Di farcelo “intuire”. Guardare. Rabbrividire. 

 

14bis. (Una sequenza da un film di Claudio Pazienza, Scènes de chasse au sanglier: una mano si muove a tentoni davanti ai nostri occhi. Toccare. La corteccia di un albero. Il volto di un bambino. Le tende di una finestra. Il padre, morto, sul suo letto. Le mani di una vicina. La porta di casa. Il piede scava nella terra... Una voce che dice: “Tocca ciò che le immagini non ti dicono più”.) 

 

15. È in questa prossimità e fragilità assoluta che è il paesaggio, come relazione tattile tra noi e il mondo, che sta la nostra possibilità di essere umani. È qui in fondo che l’anomalia da cui siamo partiti può – come si dice nel linguaggio musicale – “risolversi”, e il “guardare” può raggiungere il “rabbrividire” se non proprio sul piano etimologico su quello ben più importante di un’etica concepita, direbbe Levinas, come “evento immediato della sensibilità.”

 

16. REALE. Scrive ancora Hohl, in un altro dei suoi libri (Tous les hommes presque toujours s’imaginent, Les Éditions de l’Aire): 

 

Quando un uomo, senza precipitazione, perviene a riconciliarsi, senza precipitazione: voglio dire gli occhi completamente aperti, in piena conoscenza della nostra condizione e della terrificante realtà dei fatti [...], allora vede il reale. Quando le periferie fanno irruzione, è allora che l’uomo vive veramente il reale.

 

Questo testo, in una versione leggermente diversa e senza le immagini che lo ispirano, è stato scritto per il catalogo della mostra a cura di C. Musso, Panorama. Approdi e derive del paesaggio in Italia, 26 gennaio — 13 aprile 2019, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Via delle Donzelle 2, Bologna.

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