Sul tremore

Tremano mani e gambe, la voce può tremare – crepata dall’emozione – e trema la terra, trema il suolo, che ci dovrebbe sostenere. 

“La terra trema tutta – dice il profeta Isaia –. La terra vacilla come un ubriaco. La terra dondola come una tenda”.

Noi, gli instabili, i malsicuri, “esseri soppiantati”, come scrive Peter Sloterdijk, oggi, tremiamo, aggrediti da scosse di natura assai diversa, che tuttavia si sommano in un universale smottamento psichico. Il cuore batte sregolato, le sue improvvise accelerazioni, i suoi sobbalzi, sfiancano sicurezza e stabilità, il poco che ci resta. La tachicardia è una condizione sociale; il tremore, il soffocato ansimare dei corpi schiacciati nella morsa della paura, è una diffusa epidemia.

 

Nelle ultime settimane, mi è capitato di ritrovare, del tutto casualmente, le pagine, messe da parte, ma credo mai lette, oppure semplicemente dimenticate, di un breve saggio di Jacques Derrida: “Come non tremare?”. Inevitabile associarle a quanto è accaduto, di recente, nel Centro Italia, tra Lazio e Marche. E inevitabile cercare in queste pagine qualcosa che possa almeno orientare, una piccola luce a rischiarare lo spaesamento che sempre fa seguito a una catastrofe.

Che esperienza è il tremore? Come ci coinvolge? – si chiede Derrida. 

“…È sempre l’esperienza di una passività assoluta, assolutamente esposta, assolutamente vulnerabile, passiva davanti a un passato irreversibile come davanti a un futuro imprevedibile… Tremare fa tremare l’autonomia dell’io, lo situa sotto la legge dell’altro”.

 

Il tremore dunque scalza l’io, è una ferita, uno squarcio nella sua precaria costruzione. Prende di sorpresa come l’irruzione di un evento istantaneo. È la parte in luce di una paura che scorre, sotterranea e subdola, lungo l’asse del corpo, lo scuote, lo squassa. Lo domina. Nelle oscillazioni incontrollabili del tremore, come nei fremiti inconsulti della paura, la soggettività è detronizzata. Non c’è più io: esso è crollato come ogni altra sembianza dell’umano. 

“Tremo davanti a ciò che eccede il mio vedere e il mio sapere proprio mentre mi concerne fin nell’intimo, fino in fondo all’anima o fino al midollo”, dice Derrida.

 

Lasciamo Derrida trattenendo quest’ultimo elemento: si trema per ciò che eccede il nostro sapere, e si trema perché, privi di sapere, precipitiamo in un’oscurità senza nome.

Torniamo brevemente alle parole e alle immagini in combustione del profeta Isaia: 

“Tremano le fondamenta della terra. La terra si schianta tutta. La terra si disfa tutta”. 

Dobbiamo capire il valore e l’estensione della parola fondamenta. Quando il 1 novembre del 1755 Lisbona ondeggia come “grano al vento” prima di ricadere a terra, nel funesto tremore che rade al suolo la città, vengono annientate le sue strutture portanti, le sue fondamenta, con tutto quello che, nel tempo, ci è cresciuto sopra, i palazzi sontuosi, le chiese, il più ampio cerchio delle umili case, il tracciato delle strade, delle piazze, dei vicoli. Ogni segno dell’uomo viene cancellato. Lisbona non c’è più; è una fumante voragine. Non c’è più memoria della sua storia. Nella poltiglia polverosa delle rovine s’intravvedono i resti della vita che ha animato la città. E la vita stessa è ora un resto.

 

Ma altre fondamenta hanno collassato a Lisbona il 1 novembre del 1755, e, scalzate dal suolo, strappate, hanno tremato prima di rovinare a terra. Lisbona ha messo a soqquadro il pensiero, ha rovesciato le sue tavole e stravolto le sue mappe, con l’intero corredo dei suoi nomi altisonanti: Dio, Natura, Uomo, Male, e altro ancora. Un intero lessico della mente del tutto polverizzato. Lisbona è un cuneo conficcato nella carne del pensiero, una frattura irreversibile della terra e dell’anima.

Tutto dunque va ripensato a partire dalle sue fondamenta: il fatto che il mondo sia ordinato al bene è andato in frantumi con i palazzi, si è inabissato con i morti di Lisbona. 

“Confessiamolo pure, il Male è sulla terra… La ragione profonda resta sconosciuta”, questo dirà Voltaire, uno dei filosofi che oseranno rompere la lastra di silenzio che grava su Lisbona schiacciandola. Farà del suo terremoto un capitolo decisivo nella storia del pensiero. 

Lungo l’arco di qualche decennio, sono tanti i filosofi e gli scrittori che dibatteranno sulla portata di quel terremoto. Dalla città in rovina si alzerà una nube densa di dubbi e domande, di pensieri irrequieti e di idee in movimento.

 

Il tremore dunque, una volta placato, se si arriva a placarlo, può generare pensiero, può rianimare le parole distrutte, o lasciarle cadere consegnandole all’ammasso delle rovine, mettendosi poi alla ricerca di nuove parole. 

Un po’ come fanno le fragili figure di Alberto Giacometti.

Dice Genet: “Giacometti è un uomo che non ha mai smesso di osare”.

Dice Giacometti: “I tentativi sono tutto… non ho niente da chiedere se non di poter continuare perdutamente”.

 

Perdutamente Giacometti continua, scavando le sue figure fin quasi a spezzarle, le rimpicciolisce tanto da poterle mettere in una scatola di fiammiferi, o le ingigantisce tanto da non poterle collocare dentro lo spazio del suo atelier. È come se avesse smarrito le misure dell’essere umano. E tuttavia Giacometti fa delle sue figure un piano di consistenza, rintraccia proprio nel tremore, nella paura, nei gesti malfermi, dubbiosi, correnti d’essere. Sembrano vacillare in bilico sul nulla, ma, al tempo stesso, irriducibilmente stanno. 

Giacometti – dice Yves Bonnefoy – trova “l’energia straordinaria che fa sì che l’uomo continui ad essere in ogni istante”.

È un’indicazione forse per ammansire i nostri timori o per sciogliere la trama oppressiva delle nostre paure. Appropriarsene. Tornare a vedere e a sapere forzando il limite dell’oscurità.

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