Tiffany McDaniel, la serie Tv fatta romanzo

Prendi una buona quantità di trascendentalismo, aggiungi una dose di puritanesimo, cospargi sopra della genuina wilderness che negli Usa sta bene su tutto e spruzza un po’ di realismo magico di marca latinoamericana: ecco Tiffany McDaniel, astro emergente dell’Ohio (quindi America profonda: della provincia ad avanzamento ridotto) che in Italia osserviamo meglio con la lente del “gotico rurale”, dal titolo di un libro di Eraldo Baldini che ha fatto da apripista a un genere al quale contenuto e specificazione hanno anche dato Niccolò Ammaniti e la “scuola di Bologna”, da Carlo Lucarelli in avanti. La formula è sempre quella: il bosco dei misteri arcani, il remoto villaggio delle coscienze ottuse e in mezzo tanto sangue di vittime innocenti e sacrificali. Se poi il modello integra elementi razziali, magari virati dal lato dei pellerossa, che non a caso nella McDaniel diventano dalla pelle scura, il prodotto noir e splatter è completo anche dei fattori tipici della cultura americana. O quasi, giacché manca ancora il più classico degli eccipienti: il demoniaco.

 

È un fatto che all’orizzonte di un autore americano si stagli a diverse distanze il campanile di Salem, attorno al quale è facile trovare oltre all’immancabile diavolo i poveri cristi campagnoli e sudisti di Faulkner, l’immanentismo cosmico di Thoreau, le cupe atmosfere discriminatorie di Hawthorne, il trascendentale di Emerson, lo spirito favolistico di Irving, il gusto per il nero fantastico di Poe. In più McDaniel ha convocato a Breathed, immaginaria e perciò canonica cittadina americana ai piedi degli Appalachi (che sono reale teatro di misteri e culla di miti), i dropout di Carson McCullers e le “piccole donne” di Louisa May Alcott, non dopo tuttavia aver orecchiato l’esogena voce fiabesca di Gabriel García Márquez e Jorge Amado. Senonché, alla base della riuscita e vecchia ricetta che la McDaniel ha abilmente maneggiato per preparare il suo “orrido pasto”, quel che troviamo non è la cultura americana ma quella europea, la più antica peraltro, della Bibbia e della tragedia greca. Non poteva essere diversamente, del resto, tolte le labili differenze riguardo alle parti di cattolicesimo cui sostituire Oltreoceano valsenti calvinisti. 

 

 

Predestinazione e aruspicina da un lato, hybris e ananké da un altro, il microcosmo di Breathed appare il terminale delle colpe, della cattiva coscienza, degli errori e dei tormenti della condizione umana, il luogo di espiazione di rimpianti e rimorsi individuali (ecco Emerson), il centro di irredimibilità delle azioni e delle intenzioni, incrociandosi in esso lo spirito profetico e fatalistico delle sacre scritture con il sentimento tragico dell’animo greco. Con Il caos da dove veniamo (già pubblicato in Italia nel 2018 da Atlantide e ora riproposto nella più raffinata collana Blu) e già con L’estate che sciolse ogni cosa (titolo uscito nel 2017 e l’anno scorso diventato anch’esso un Blu Atlantide), Tiffany McDaniel ha portato nel cuore dell’America più fonda Abramo ed Edipo, Caino e Oreste (figure extra ordinem di trasgressori dei vincoli di sangue e degli istituti di legge), dando loro dimora in casa di famiglie tacciate dal segno della maledizione, della follia e della stregoneria: i Lazarus nel primo romanzo e i Bliss nel secondo, designate entrambe a rappresentare un processo di disgregazione che lì si consuma al proprio interno e qui nell’immediata prossimità sociale.

 

Il sangue omicida che scorre in Il caos da dove veniamo è versato tra fratelli mentre in L’estate che sciolse ogni cosa è quello degli abitanti di Breathed, ma nell’uno e nell’altro caso è lo sgretolamento della famiglia la causa di una derelizione che da individuale si fa via via collettiva.

Se è vero che in Il caos da dove veniamo l’autrice ha raccontato piuttosto fedelmente la storia della propria famiglia, come del resto lei stessa rivela in epigrafe e comprova nel suo sito web postando le foto dei parenti, capiamo quanto la sua vita sia costata un collasso della natura umana arrivato fino all’abiezione: ma è più ragionevole credere che le vicende familiari narrate abbiano avuto un ruolo scenografico, fungendo da sfondo reale a rivolgimenti frutto non di una autentica tranche de vie quanto di un Erlebnis che molto ha attinto da uno stato di coscienza imbevuto nel fondo del carattere nazionale americano: in sostanza “l’esperienza vissuta” è quella non personale ma di un Paese la cui anima è rimasta impigliata nei retaggi, anche culturali e in particolare letterari, di una dottrina dell’essere in cui convivenza equivale a conflitto e dove, dostoevskijanamente, la presenza del male ha gli stessi influssi se non maggiori del perseguimento del bene. 

 

Una madre che uccide il figlio piccolo down e poi muore di droga, un fratello che abusa della sorella che poi uccide perché incinta, marito e moglie adulteri abituali, un figlio che si sente donna e muore per colpa della sorella che gli costruisce ali finte, una madre che educa la figlia ad accettare di essere sistematicamente violentata dal padre, sorelle che danno fuoco a una chiesa: la famiglia Lazarus è un concentrato di ignominie ed efferatezze, fatta per essere isolata e additata, ancor di più perché il capofamiglia è un nativo pellerossa, quindi un selvaggio che non può non educare i figli che alla maniera degli indiani. Dacché la voce narrante è proprio quella di “Indianina”, la Bitty nella quale la McDaniel vede la madre Betty di cui intende raccontare la vita. Lo fa allo scopo di épater les bourgeois, parteggiando per gli esclusi, scelta che rende il romanzo non una rappresentazione dal vero ma una cosmogonia di tipo simbolico con cadute ripetute nel surreale. Volendo cercare Faulkner o Steinbeck si finisce per trovare, con Euripide e Sofocle, il fantasy di Sherwood Anderson e prima ancora il maledettismo di Edgar Allan Poe. Ma c’è anche lo psicomachismo di Henry James e con esso il distillato a mezzo tra Nathaniel Hawthorne e Herman Melville, l’incombenza del nefasto e l’enigma insondabile del creato. 

 

 

C’è insomma l’America e c’è l’Europa in questa scrittrice che ha saputo raccogliere le fila della cultura occidentalista per ricavarne un bandolo nuovo ascrivibile a una forma di realismo mantico che si nutre del gotico e del mystery in nuove soluzioni. Non ha confezionato alcun abito nuovo alla letteratura americana, ma ha raffazzonato in un bel taglio quello dismesso da una tradizione in via di smantellamento sotto i colpi del postmoderno, dell’horror, del giallo e della spy story. Quel che anni fa ha tentato di fare in Italia, sia pure con esiti incerti e provvisori, Paola Capriolo è riuscito in America a Tiffany McDaniel, la cui singolarità è data, nella costruzione del tessuto narrativo, da un andamento a vista: racconta improntando, senza seguire alcuno schema già pronto ma adeguando il proprio passo alle evoluzioni stocastiche dei personaggi e della trama. Che naturalmente risentono del procedimento libero. 

Il criterio è chiaramente mutuato dalle serie Tv che si costruiscono la strada senza progetto, semplicemente seguendo la morfologia stessa del racconto.

 

McDaniel si muove infatti non come agens ma da spectator degli eventi, rimanendone inevitabilmente succube. Il gusto per la digressione, che spesso diventa gratuita divagazione, adotta il ben sperimentato strumento della mise en abyme di episodi autonomi che si incastrano spesso a fatica nel mainstream e che minacciano costantemente di stendere una specie di ragnatela nella quale è facile rimanere imbrigliati e perdersi come in un labirinto, anche a causa della ricerca insistita che l’autrice fa di valori assoluti, di enunciazioni e di massime, quasi a volere stabilire principi generali, atteggiamento tipico questo della cultura trascendentalistica che pone ogni azione umana sotto il potere divino e satanico. E che induce l’autrice a ricondurre ogni rovina dei Lazarus all’incendio appiccato dalle sorelle alla chiesa, così legittimando la punizione celeste nella chiave di una divinazione appunto mantica. 

In Il caos da dove veniamo l’elemento congenito della serie Tv volto a creare la suspense e mantenere una permanente aria oracolare di pericolo incombente, da “colpo di scena”, è tradotto in cambi di scena che sentono dell’implausibile e tradiscono l’intento di creare l’attesa del peggio. Quando per esempio il piccolo Trustin muore, Bitty dovrebbe sentire immediato il senso di colpa avendolo indotto, procurandogli ali finte, a volare nel vuoto e dunque reagire di conseguenza, mentre sarà solo dopo, ascoltando una confessione del padre, che si assumerà parte della responsabilità.

 

E ancora: essendo di Bitty la voce narrante, il mistero che attraversa l’intero romanzo degli spari che riecheggiano a Breathed e dei quali nessuno riesce a scoprire il colpevole – elemento del tutto estraneo alla diegesi e sostanzialmente insignificante perché privo di effetti, ma voluto per introdurre l’inesplicabile necessario al gotico – non può essere dalla stessa Bitty mantenuto con il trasferire i sospetti propri e altrui da uno all’altro dei membri della famiglia quando alla fine si apprende che è stata lei a sparare, peraltro per un motivo grottesco: creare tanti fori perché una inondazione faccia sprofondare Breathed. 

 

Di tutta improbabilità è poi la circostanza per cui il biglietto dei desideri che la sorella Fraya ha posto in un nido d’aquila, perché il rapace lo consegni a Dio, Bitty possa leggerlo grazie al fatto di trovarselo tra i piedi quando l’uccello lo perde in volo: circostanza che comunque non ha riscontro nel prosieguo dei fatti, dal momento che Bitty scopre Fraya in intimità col fratello solo per caso nel fienile, dimentica del biglietto con su scritta la richiesta della sorella al cielo che Laland muoia. Molte volte capita inoltre che lo sviluppo deponga per un esito che però poi manca, come nel caso della seduta spiritica nella quale viene evocata Waconda, morta piccolissima di soffocamento per via della bocca riempita di cotone: lo spirito tramite la madre medium incolpa Hawkthorne, uno dei fratelli, il quale però nega finché si scopre che la seduta è uno scherzo dei genitori, tuttavia la morte della figlioletta rimane un infanticidio né punito né indagato. In un’altra occasione Bitty si trova a soccorrere un uccello incastrato in una rete di recinzione, aiutata dalla vecchia proprietaria che le dice di tornare l’indomani per vedere se si salverà, ma il giorno dopo Bitty non trova né la vecchia né la casa: una trovata per fare tirare un momento e inutilmente il fiato al lettore. Espedienti elementari per fare sensazione sono poi il cane senza padrone che viene chiamato Caos a ricordare le scaturigini convulse della famiglia, il foglio sulla macchina da scrivere con il titolo del libro che il padre suggerisce a Bitty di scrivere, guarda caso “Il caos da dove veniamo”, l’inspiegabile intrusione notturna di Hawkthorne nella stanza di Bitty che pensa a chissà quale entità per poi vedere che il fratello vuole indossare di soppiatto le sue gonne. 

 

 

Altri artifici narrativi sono intesi a conferire un’aria di serialità, ma come non si chiede a una serie Tv il massimo del rigore e della coerenza, contando molto di più la concitazione e l’azione, anche se funzionali solo a se stesse, allo stesso modo non è dato pretendere dalla McDaniel, che ne ha assimilato la natura, il mantenimento del piano logico: sicché può bellamente concepire che, lasciando Breathed, Bitty riceva un passaggio in auto da Autopsy Bliss con i figli Grand e Fielding, quello che è stato l’io narrante di L’estate che sciolse ogni cosa, i cui fatti si svolgeranno nel 1984, oltre una generazione dopo, ciò che però non impedisce all’autrice di ammiccare proprio al suo romanzo precedente scrivendo che «non fu l’estate che sciolse ogni cosa ma ci andò molto, molto vicino», senza badare che i due libri sono invece molto distanti, perché nel Caos manca il diavolo dell’Estate e perché le vicende narrate nel primo riguardano una famiglia le cui tribolazioni e vicissitudini non hanno alcuna causa esterna ed esoterica, trovando nei suoi grovigli, nel passato di ciascuno, la ragione della loro violenza tutta pulp

 

Il caos di provenienza sottende piuttosto un peccato originale: il connubio di una donna bianca con un uomo di colore, incrocio che non può che essere un deficit sociale e che naturalmente i genitori di lei deplorano con la forza del perbenismo imperante e della convenzione vigente. Indianina non è che figlia di questo stato ibrido, costretta infine a lasciare Breathed da sola dopo l’ultima perdita, quella del padre: il Cherokee che concepisce il mondo e la vita come una metafora e che trova nella religio delle storie ereditate dal suo popolo, tra miti, favole e leggende, il proprio manuale di educazione civica e familiare. Le storie del padre raccontate a Bitty non formano solo le vaste digressioni del romanzo e gli elementi della sua messa in abisso ma costituiscono il nerbo solido e saldo di un’epica che guarda all’epopea dentro la quale la fantasia, la più sciolta e smagata, sorregge il portato di una civiltà fondata sulla credenza più che sul credo. Se espunte dal romanzo, tali storie compongono una raccolta di racconti fiabeschi che valgono per sé stessi: sono la parte più esornativa del romanzo e nello stesso tempo la più bella, contribuendo a delineare in Landon Lazarus la figura più riuscita ed emozionante, certamente la più rappresentativa della condizione dei colored americani, sospesi e combattuti tra identità e integrazione, devoti al Dio dei cristiani ma legati ai loro totem e soprattutto ai loro cespiti. McDaniel rende magistralmente questo personaggio, ancora più alla fine quando muore. Quello che ripetutamente Landon Lazarus il pellerossa chiede a tutti è un ultimo desiderio prima di volare in cielo: che gli vengano tolti gli scarponi. Ma va in Paradiso con tutte le scarpe: come se solo alla fine la società lo ha voluto accettare.

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