“Topolino”: 70 anni in formato tascabile

Perdigiorno, screanzato, manigoldo. Bottino, doblone, arraffare. Petulante, vezzoso, svenevole. Sono ragionevolmente certa di aver incontrato per la prima volta tutte queste parole, sonanti come decini, leggendo Topolino negli anni in cui quel giornalino mi stava così grande, tra le mani, da farmi ombra come un quotidiano.

Se dovessi scrivere un pezzo sui 70 anni di quella testata (giornalino, appunto, dicevo in quegli anni Ottanta) potrei iniziare così, riportando un dato di fatto del tutto conclamato: la cura del linguaggio in quelle storie di paperi e topi. Parole alle quali non avremmo saputo subito attribuire un significato ma che ci rigiravamo in bocca come caramelle e che in fondo imparavamo a capire, tra quelle vignette che facevano loro da cornice. (E chiamerei a testimoniare la comunità di Ventenni Paperoni, che solo su Instagram conta più di 38 mila follower.)

 

Dall’account Instagram “Ventenni Paperoni”.

 

Un’impressione di ricchezza che noi lettori di allora (questo, però, lo avremmo scoperto solo da grandi) legavamo alla sontuosa loquela delle storie d’epoca di Carl Barks e degli altri grandi autori della scuola americana – e, occorre dirlo, soprattutto alle pagine e pagine di nuove parodie dei classici, come il rifacimento dell’Odissea secondo Paperino o la proposta, sempre a puntate, di un feuilleton a vignette a metà tra I miserabili di Victor Hugo e I misteri di Parigi di Eugène Sue (Il mistero dei candelabri).

Erano storie complesse, le parodie (le Grandi Parodie, i disneyani mettono le maiuscole) che traducevano in fumetto grandi narrazioni e che pertanto non lesinavano sfumature e dettagli anche nei balloon. Peccato che mettere a fuoco questi dettagli, mentre scrivo, mi riporti alla mente quasi allo stesso tempo l’immagine, stinta nel ricordo così come sarà ora ingiallita sulla carta fotografica, di una me su una piccola sedia di vimini con un topolino (senza maiuscola, perché era di casa) tra le mani. Si inizia con la ricostruzione dei fatti, insomma, e si finisce con le mani in mezzo ai ricordi.

Difficile, infatti, mantenere una giusta distanza tra storia e cronaca, ora che Topolino compie settant’anni e la sottoscritta e coetanei entrano negli “anta” con quei personaggi e quel lessico che più che nel nostro dizionario hanno ormai piena cittadinanza nella nostra enciclopedia, per dirla con Umberto Eco che di paperi e topi – come di Superman e di Charlie Brown, in Apocalittici e integrati – ha parlato molto prima e molto meglio di me.

 

A dirla ancora più esattamente, la distanza tra storia (culturale ed editoriale) e cronaca (molto, molto personale) è così labile perché più che nella nostra enciclopedia generazionale è tutta in quella privatissima degli scaffali delle camerette di allora, tutte diverse, certamente, ma in gran misura foderate di quelle coste gialle, insieme agli altri libri. “L’amor che si debbe ai classici (Tacito Proust Guicciardini, Soldino Geppetto Eta Beta)”, dice Michele Mari, esatto e struggente, sui giornalini, nelle pagine di Tu, sanguinosa infanzia.

Un anniversario emotivo, quindi, quello dei 70 anni della nascita di Topolino, ma occorre ricordare che quello che ricorre, prima di tutto, è un anniversario editoriale: non i 70 dalla nascita dell’universo Disney (Paperino ha festeggiato 85 anni quest’anno, mentre il topo con quattro dita va per i 91) né dalla nascita delle storie su carta di Topolino e soci, ma dall’avvento di una nuova formula, per le edicole, che è quella che ancora conosciamo oggi.

 

 

La copertina del primo numero, del 1949, e la copertina di Topolino n. 3306, disegnata da Giorgio Cavazzano.


Nel secondo dopoguerra, infatti, finalmente rifiorivano giornali, giornalini e periodici, fitti di immagini e di linguaggi (il fotoromanzo, il fumetto, l’illustrazione): per questo è emblematico che uno come Walter Molino, autore della testata-insegna di Grand’Hotel e celebre illustratore di copertine e disegnatore di romanzi sentimentali a fumetti, collaborasse anche con La Domenica del Corriere e disegnasse fumetti anche per Topolino, come ricorda Paola Pallottino in Storia dell’illustrazione italiana.

 

Walter Molino, L’orsetto sperduto, illustrazione di copertina per Grand’Hotel, 16 febbraio 1957.


In questo quadro di rinnovato successo e di grandi tirature, il restyling strutturale di Topolino, dall’albo al libretto mensile e tascabile, è un cambio radicale nei costumi di lettura: la pagina apre alla tavola, e quindi a storie ben più complesse e distese di quelle concentrate in una singola striscia, come nei comics.

Quante più cose potevano accadere assecondando il respiro delle tavole, senza più limitarsi alla gag o alla trovata fatta per il breve, brevissimo, raggio d’azione della strip, in cui tutto accade in un lampo orizzontale, quasi simultaneamente per gli occhi del lettore esperto. Il successo è amplissimo e, stando a quanto racconta il gustoso meta-Topolino allegato al numero del settantesimo, il 3306, così improvviso da richiedere la ristampa immediata del primo numero a libretto, tirato in 100 mila copie e andato subito esaurito.

Nel giro di poco si arriverà a 200 mila copie per ogni uscita, e il mensile diventerà prima quindicinale, nell’aprile 1952, e poi, nel giugno del 1960, da quindicinale a settimanale, inaugurando quindi un appuntamento più ravvicinato con i lettori (“Non c’è settimana senza sabato, non c’è sabato senza Topolino”, recitava lo slogan di allora).

Aumentando le uscite aumenta anche la fame di storie, e per il menabò – altra parola che, sono quasi certa, ho incrociato per la prima volta proprio tra quelle pagine – e per i lettori: le storie che arrivano dagli Stati Uniti non bastano più a riempire le pagine, settimana dopo settimana. Ed è allora, dagli anni Sessanta, che sull’onda di una crescita costante Topolino cresce e cambia ancora, quasi come un bambino vero: cresce in pagine e in fascicoli, e si accomoda nel dorso giallo che ancora oggi conosciamo e riconosciamo sin dal più alto degli scaffali; e cambia anche nella ricchezza dei contenuti, con l’inizio della storia della scuola Disney italiana, fatta di stimati pittori, grafici e disegnatori – uno fra tutti Michelangelo Rubino, figlio di quell’Antonio Rubino che aveva già diretto il Topolino giornale tra gli anni Trenta e i Quaranta, e molto prima ancora guidato le sorti del Corriere dei Piccoli.

È da questa grande crescita, anno dopo anno, che prende forma il Topolino rubricato direttamente tra i ricordi d’infanzia, quello delle Parodie e del primo gusto per la lettura.

 

Guido Martina, Angelo Bioletto, L’inferno di Topolino, in Topolino, nn. 7-12, 1949-50.


A mia discolpa per questo estenuante andirivieni tra storia e ricordo, occorre aggiungere che il Topolino di scuderia italiana si è sempre molto divertito a infilare tra le sue vignette pezzi di realtà, e a rimasticarli per risputarli fuori con un becco o un paio di guanti a quattro dita: se sin dai primi anni di vita del giornalino a libretto comparivano le prime – e grandi per davvero – parodie, come il celebrato Inferno di Topolino di Guido Martina, anno domini 1949, è dagli anni Ottanta e Novanta in poi che fanno capolino a Paperopoli e a Topolinia guest star come Vincenzo Paperica e Omberto Oco, al secolo Vincenzo Mollica e Umberto Eco, e che trovano spazio tra le storie grandi eventi d’attualità come le Olimpiadi di Seoul del 1988, resi notiziabili tra le pagine di Topolino da uno storytelling, diremmo oggi, che le trasformava in storie di paperi e topi. (Erano le Paperolimpiadi di Romano Scarpa, dice Google, ma non ho certo bisogno di Google per ricordarmi della storia del ragazzo sud Coreano e della ragazza nord Coreana che comunicano tra loro, e poi si riuniscono, grazie a uno strano marchingegno nascosto dentro a un pallone, lanciato oltre il muro come per giocare a pallavolo.)

 

Romano Scarpa, Paperolimpiadi, in Topolino, nn. 1705-12, 1988.

 

Molto prima di Netflix, di Black Mirror e di Bandersnatch, Bruno Concina, sceneggiatore della celebrata scuola Disney italiana, e Giorgio Cavazzano, la matita più iconica della generazione di lettori cui appartengo anch’io, pubblicarono sul numero 1565, nel 1985, la prima storia a bivi, Topolino e il segreto del castello: al centro un mistero – quello di un vecchio castello fuori mano – da esplorare bivio dopo bivio, scegliendo a ogni snodo della narrazione un percorso per far proseguire la storia.

Molto prima di leggere Rayuela o di appassionarsi alle contraintes dell’Oulipo, insomma, le prime passeggiate sui boschi narrativi erano proprio quelle con Paperino & co. Accoccolati sul divano di casa, pomeriggi interi a giocare con gli snodi di quelle storie e a stupirsi ogni volta di come bastassero poche vignette, dallo stesso bivio, per cambiare le sorti del protagonista di turno. Ecco, facciamo finta di aver fatto un po’ la stessa cosa, tra queste righe, a furia di trascinarci di continuo tra storia e ricordi, tra Topolino e topolini.

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