Da qualche tempo sono affascinato dalle esalazioni della parola visioni, al plurale perché a volte al singolare si combina con quanto emanano fissazione, ortodossia, costrizione, trasformando ciò che può essere un profumo in mefitici miasmi. Parlandone qui la userò anche al singolare, sempre considerando che è nella pluralità che esprime la sua capacità di incidere positivamente sul reale. E siamo subito alla contrapposizione più comune: visione/reale, dove, avvicinata a quello che potrebbe essere visto come il suo nemico naturale, emana immaginazione, progetto, utopia

 

Nell’immaginario comune il visionario è qualcuno lontano dalla realtà quotidiana, quello che vive proiettato in un futuro che però vede solo lui, quindi un disadattato, spesso ai margini della società, quando va bene visto come uno stravagante, più spesso come qualcuno con problemi psichici da tenere alla larga, almeno fino a quando le sue visioni non si rivelino profetiche, cosa che troppo spesso accade dopo che il visionario in questione è passato a miglior vita e quindi passibile di essere riscoperto e ammirato come precursore. Annoto altri luoghi della mappa dell’immaginario del territorio chiamato Visioni: profezia, previsione.

 

In realtà non solo ci sono mestieri in cui le visioni sono alla base della professione, ma si potrebbe affermare che la capacità di visione è alla base dello sviluppo costante dell’intera vita, non solo di noi umani, ma di ogni essere vivente. Posso considerare visione come un parente stretto di immaginazione, se cerco le specifiche di ognuna mi accorgo che sono molto più simili che diverse, camminano sul medesimo sentiero. Da quando molti di noi hanno abbandonato la vecchia pretesa di essere l’unica specie vivente dotata di coscienza, ci siamo accorti che tutto ciò che vive è dotato di capacità di lettura dell’ambiente non fine a se stessa ma per necessità di scelta della migliore azione per sopravvivere al meglio. Questa necessità presuppone il saper immaginare una soluzione, presuppone una visione. Da questa prospettiva, tutti i viventi sono visionari per necessità. Il grande fascino che sprigionano vegetali e funghi da qualche tempo ha a che fare col fatto che ci siamo resi conto che non solo chi ha un organo simile a quello a cui attribuiamo la capacità di immaginazione, il cervello, ha facoltà perfettamente paragonabili alle sue, ma anzi sembra saper trovare soluzioni estremamente ingegnose ed efficaci. In altre parole: l’immaginazione e la visione, come dimostrano piante e funghi, non hanno bisogno del cervello. 

 

Tra i mestieri dove è più evidente la base visionaria, c’è quello del progettista, architetto, designer, ingegnere, colui che progetta spazi e oggetti. L’abitudine a pensare al futuro avvicina il suo lavoro all’esperienza del visionario, ne è una variante. Se il visionario puro non si preoccupa della realizzazione della propria visione, per il progettista si tratta del punto di arrivo, ma la partenza, la visione, li accomuna. Non è un caso che Gian Piero Frassinelli, nel suo Design e Antropologia, ricordi che gli unici romanzi a circolare fra i componenti del Superstudio fossero quelli di fantascienza. Il Superstudio è stato uno dei gruppi dell’avanguardia dell’Architettura Radicale degli anni Sessanta e Settanta. Qui la vicinanza di visione e utopia è evidente. Espressione del clima di rivoluzione che ha impregnato tutti quegli anni, il Superstudio, come gli Archizoom, gli UFO, il gruppo 999 e altri, hanno sviluppato proposte che andavano ben oltre la disciplina dell’architettura per sconfinare nelle visioni di altri mondi possibili, esplorando sentieri che solo oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, vengono nuovamente percorsi, questa volta non da visionari come loro, ma da tutta la cultura comune del costruire.

 

 

L’attenzione all’ambiente, l’ibridazione dello spazio artificiale con quello naturale, la presenza di piante e animali, lo sviluppo di forme organiche, l’attenzione al sociale, la rivalutazione del gesto della mano, il tentativo di superare le logiche industriali, sono tutti temi che allora venivano considerati visionari e utopici, e che oggi si sono rivelati invece profetici e necessari. 

 

Un problema per chi è portato alla visione è di tipo temporale. Chi anticipa i tempi raramente è capito dai contemporanei, per continuare sul sentiero che ha intrapreso ha bisogno di forza, convinzione, determinazione o semplicemente indifferenza verso il pensiero comune, quello che oggi qualcuno chiama mainstream. Ma il problema non è questo, è che quando poi quel pensiero arriva nei territori che il visionario ha già percorso, lui si trova già altrove e la storia si ripete. “Non sono io che sono avanti, siete voi che siete indietro”, pare abbia detto Philip Dick in una conferenza. Dick è uno dei visionari più fecondi di tutta la storia della letteratura. Dai suoi scritti degli anni Cinquanta e Sessanta è derivato l’immaginario del futuro su cui stiamo tutt’ora lavorando grazie alle trasposizioni cinematografiche fatte da una delle più potenti fabbriche di immaginario occidentale, l’industria cinematografica di Hollywood.

 

Oggi il mainstream è arrivato nei territori che Dick percorreva a metà del Novecento ed è totalmente cieco di fronte alle zone che i visionari contemporanei percorrono, dove serpeggia un termine che fa da metodo di lavoro: Antropocene. Ma non facciamoci ingannare dalle narrazioni che sembra derivino dal suo immaginario: prolificano distopie e racconti sul climate change che non solo continuano a rimanere lontane dal vero nocciolo della questione, ma hanno un deleterio effetto placebo consolante. In poche parole l’antropologo Matteo Meschiari centra il punto in un post su di un social del 25 ottobre 2021: “L’estetica del Warning è fuori tempo massimo, l’esotismo giornalistico del climate change ha le gambe corte, la distopia è un diritto narrativo che lo scrittore neoliberista si è preso senza rispetto per nessuno tranne che per sé stesso, l’ansia della fine ha bisogno di cura collettiva.” Così mentre gli storyteller di professione si baloccano con le distopie, i visionari sono già altrove. 

 

Più ci penso più sono portato ad avvicinare visione a progetto. Lavando visione si sciolgono le incrostazioni che le sono rimaste attaccate da secoli di vicinanza con l’irrealizzabile, il lontano dal reale, l’ingenua fantasia di sognatori, e rimane la forza di idee che possono dare un’altra strada proprio al reale e si vede con chiarezza come la visione sia il seme irrinunciabile e necessario del progetto. In questa prospettiva, ogni nostra attività presuppone una visione che porterà a un progetto e a un’azione. Dal macellaio all’imbianchino, dal programmatore di software all’uomo politico, ogni azione presuppone un progetto e quindi una visione. C’è una visione nella mente dei nostri antenati quando scheggiavano la selce, come c’è in quella del castoro che costruisce le sue dighe, come c’è nello scrittore che costruisce mondi e nell’architetto che dà forma allo spazio. E percorrendo il cammino a ritroso, prima del progetto, prima della visione, c’è il desiderio. Così desiderio, visione, progetto e azione si trovano indissolubilmente legati in un processo di continuità molto difficile da separare. 

 

Che succede in un sistema sociale in cui il desiderio è preconfezionato? In un sistema, quello in cui almeno noi occidentali ci muoviamo almeno dal Novecento, in cui i nostri desideri sono programmati per corrispondere a quanto il sistema produce? In tutta evidenza, dove i desideri sono previsti, la visione non solo cessa di esistere, ma diventa un elemento di disturbo, potenzialmente pericoloso e da annullare. 

 

E che succede quando qualcuno si accorge che quel sistema prima ha rosicchiato, poi ha iniziato a consumare irrimediabilmente lo stesso spazio in cui si muove togliendo a tutti, letteralmente, la terra da sotto i piedi? Succede che c’è bisogno di altre visioni, succede che i nostri cervelli atrofizzati devono ricominciare a muoversi, a correre, a saltare, a immaginare. Questo è il momento, dicono i visionari, con una differenza rispetto a qualche tempo fa. Non si tratta più di immaginare altri mondi possibili, si tratta di trovare sistemi per sopravvivere nell’unico mondo che conosciamo. E qui davvero c’è bisogno di visioni. 

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Opera di Christiane Spangsberg.