Vita lunga, vita immortale?

Nell'opera intitolata Morte e Vita del 1916, Gustav Klimt (1862-1918) dipinse la morte che osserva l’umanità raccolta davanti a lei in un groviglio di corpi – uomini, donne, giovani, vecchi, bambini – affettuosamente intrecciati l’uno all’altro. Anche se il suo sorriso è il ghigno di un teschio, nel quadro la morte non sembra maligna. Quasi intenerita, persino un po' dispiaciuta per il compito che deve svolgere, osserva i corpi abbracciati e sereni che fluttuano in un universo luminoso fatto di tessere dai colori vivaci. Più che aspettarli, li cova con gli occhi. Ha la testa leggermente inclinata e in mano tiene qualcosa: un bastone? una clessidra? una specie di campana per battere l’ora? Di sicuro, comunque, non una falce. Una striscia scura la separa nettamente dai viventi inconsapevoli della sua presenza. Non è cattiva, è soltanto brutta e triste; la sua immagine, così poco attraente, la condanna alla solitudine. Probabilmente l'orrore che suscita in noi riflette più i nostri sentimenti che non la sua vera realtà. 

 

Il quadro di Klimt è riprodotto sulla copertina del saggio Memoria del limite (ed.Vita e Pensiero) di Luciano Manicardi, priore di Bose, in cui l'autore scrive sul rapporto della società contemporanea con la morte e il morire, tema molto significativo perché, sostiene, il modo in cui ci rapportiamo alla morte esprime quello che pensiamo di noi stessi, del nostro destino e del nostro ruolo nel mondo. Il pensiero di Manicardi si avvia dalla constatazione che la morte non è più percepita come un limite invalicabile fissato dalla natura stessa al nostro potere, egli perciò fa suo, mutuandolo dalla sociologa canadese Céline Lafontaine, il concetto di società postmortale per definire la nostra epoca "caratterizzata dalla volontà di vivere senza invecchiare, di vincere la morte con la tecnica, di prolungare indefinitamente la vita". Per Manicardi si tratta di una società radicata nel biocontrollo la cui "preoccupazione centrale [è] la perfettibilità dell'individuo come essere biologico". In realtà non ha vinto la morte, ma semplicemente la rifiuta, la nega o la maschera. 

 

Parafrasando la massima latina "si vis pacem para bellum", Sigmund Freud raccomandava: "si vis vitam, para mortem", ossia, se vuoi vivere davvero e pienamente preparati alla morte, prendila in considerazione come prospettiva finale capace di dare una direzione e un senso o un altro a tutto il tempo che la precede. Sin dalla notte dei tempi il mistero della morte e della sorte dell'uomo dopo di essa ha dato inizio e forma alla civiltà. È prevedibile perciò, sottolinea Manicardi, che l'attuale rifiuto dell'ineluttabilità della morte e l'obiettivo di procrastinarla all'infinito cambierà radicalmente – come sta già accadendo – la concezione antropologica. 

Vita e morte sono come i due lati di una stessa medaglia, non c'è l'una senza l'altra. Ma questo non ci impedisce di chiederci perché dobbiamo morire e cosa sia la morte. Si può rispondere, in modo solo apparentemente banale, che la morte sia una necessaria conseguenza della natura biologica e che la vita abbia bisogno della morte per continuare a rinnovarsi facendo spazio a nuovi viventi. Ma la domanda fondamentale, che nessuno probabilmente riesce a eludere, è quella che il giovane principe Naciketa rivolge al dio della morte Yama (Upanisad Vediche, Katha-Upanisad, Dialogo di Naciketa con la morte,): "C'è ancora l'uomo dopo la morte o non c'è più?" Per formulare una possibile risposta occorre riprendere il filosofo latino Seneca, il quale della morte diceva che essa è aut finis aut transitus, o fine della vita o passaggio verso un altrove, verso una condizione o uno stato immaginato in vario modo nelle differenti tradizioni culturali. 

 

Gustav Klimt, Morte e vita.


Questa seconda possibilità, la morte intesa come attraversamento di una soglia misteriosa che non porta all'annichilimento del vivente, è stata, e probabilmente è ancora oggi, la più diffusa in tutto il corso della storia umana. Ed esprime chiaramente quanto sia inaccettabile l'idea della fine assoluta per quanto si ritenga la morte un evento del tutto naturale. È un atteggiamento piuttosto contraddittorio, che merita attenzione perché il desiderio d'immortalità che abita il cuore dell'uomo non può essere liquidato come espressione di puro egoismo o di paura. Non soltanto, almeno. Dunque, perché abbiamo così tanta paura di morire e non riusciamo proprio a farcene una ragione? Non basta dire che è perché siamo materia aggregata e, siccome la morte è disgregazione della materia, ogni nostra singola cellula per istinto biologico vi si ribella. Se è vero che morte e vita appartengono in ugual modo alla stessa realtà, il contrario della vita non è la morte ma il nulla. Chi ha conosciuto la vita non riesce ad ammettere né a comprendere che il suo approdo sia il nulla, la sola idea provoca angoscia e terrore. Il desiderio d'immortalità esprime il rifiuto di ciò che nega ogni senso all'avere amato, gioito, sofferto; il destino del corpo ci turba, ma a sgomentarci è lo spreco, che il nulla ci prospetta, delle esperienze e della conoscenza accumulate, della saggezza raggiunta, delle relazioni intrecciate. Se il futuro a cui siamo destinati è il nulla, allora è come se non esistesse il futuro.   

 

Oggi, sostiene Manicardi nel suo saggio, l'antica speranza di un'immortalità raggiungibile attraverso le religioni o le gesta eroiche o i figli ha preso forme diverse. La ricerca della salute ha sostituito la fama come obiettivo della collettività; sopravvivere nei propri figli non ha più presa "in un mondo che assolutizza il presente e l'individuo"; la tecnica ha preso il posto della religione e oggi ci si aspetta da lei, con fede e convinzione, una soluzione alla morte, ormai declassata da mistero a problema. Sugli effetti sociali, economici e politici del prolungamento della vita umana attraverso la tecnica ha scritto pagine molto interessanti lo storico israeliano Yuval N. Harari, e ne abbiamo già trattato su queste pagine. Rifiutare la vecchiaia ed emarginare chi ha un corpo imperfetto sono, per Luciano Manicardi, a un tempo i primi sintomi e i primi effetti del fatto che stiamo perseguendo "l'amortalità del corpo" anziché l'immortalità della persona che prospettano le fedi religiose. Il postmoderno "ha operato la decostruzione dell'immortalità", ha trasformato la morte, la vecchiaia e la malattia in problemi da risolvere o in sorgenti di rabbia e frustrazione; abbiamo dimenticato, ci ricorda il priore di Bose che morte, vecchiaia e malattia sono anche eventi spirituali e, quindi, toccano il senso della vita. Ci aiuterebbe di più, continua, "riscoprire il corpo nella sua dimensione spirituale" che non puntare ogni speranza sul raggiungimento dell'a-mortalità del corpo; purtroppo, invece, "abbiamo barattato la speranza di una vita eterna con l'ambizione di una vita lunga!"

 

Eppure è la vita stessa ad allenarci alla morte attraverso le tantissime piccole morti che la attraversano. Nulla permane, tutto muta e si trasforma perché la vita stessa è cambiamento continuo, qualcuno addirittura considera la morte l'unica via di fuga dal cambiamento, l'unico ingresso nella permanenza. Prima di arrivare all'ultima e definitiva tappa, avremo affrontato distacchi, abbandoni, passaggi di crescita. E non sono forse tutte piccole morti? Per essere donna non ho forse dovuto distaccarmi da me bambina? E un bambino che nasce siamo certi non viva, paradossalmente, un'esperienza non troppo diversa da quella di chi muore? Per cominciare a vivere il neonato deve uscire dal mondo in cui si è formato ed è sempre vissuto; mentre noi aspettiamo con ansia il suo urlo che ci dice che i polmoni sono entrati in funzione, lui forse crede di morire ma per noi sta nascendo. Nessuno sa se la morte sia così, ma non è assurdo sperarlo: "quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla" (Lao-Tze sec.Va.C.).

Per Ireneo di Lione, vescovo e teologo del II sec., "la gloria di Dio è l’uomo vivente". In tal caso la morte dell'uomo è una sconfitta per Dio, una smentita della sua grandezza? Un destino votato al nulla coinvolgerebbe nell'insensatezza l'uomo e con lui Dio stesso, come esprime con un grido angosciato il poeta Rilke (Il libro d'ore):

 

"Che farai, Dio, se muoio?

Sono la tua brocca (e se mi spacco?).

Sono la tua acqua (e se m’appesto?).

Io sono la tua veste, il tuo strumento

senza di me non hai alcun senso.

Il tuo grande mantello t’abbandona.

Il tuo sguardo che caldo accolgo

sulle guance come su un cuscino

verrà a cercarmi a lungo

per cadere al tramonto

in mezzo a pietre estranee.

Che farai Dio? Ah! Che angoscia!" 

 

La speranza che la morte non sia la fine di tutto si fonda sull'esigenza etica, morale e filosofica che sia possibile la giustizia per le vittime di ogni tempo, e che ogni singola vita e la Storia stessa abbiano un senso. Ogni sistema religioso ha elaborato una sua risposta. Le tradizioni orientali, la visione grandiosa del samsara (processo del divenire) e del karma (effetto delle azioni): dopo la morte ci attende la rinascita in un’altra vita la cui qualità dipende dalle azioni compiute in quella precedente. Se avremo agito con giustizia e fatto il bene, la nuova vita sarà buona, altrimenti sconteremo soffrendo i dolori che abbiamo provocato e le ingiustizie che abbiamo commesso. Lo scopo di queste continue rinascite è di riparare le colpe commesse e di progredire verso una vita sempre più spirituale che porterà all’uscita dal ciclo delle reincarnazioni, e al ricongiungimento con l’Atman, il principio della vita, e fondersi con lui.  

Le religioni occidentali, ebraismo cristianesimo e islam, aggiungendo all’esigenza della giustizia la necessità logica della fedeltà di Dio a se stesso e alla sua parola hanno concepito, con sfumature diverse, l’idea di risurrezione della persona alla fine dei tempi o dopo la morte. Impossibile infatti credere che un Dio amante della vita la destini al nulla! Ecco perché un altro poeta, John Donne (Sonetti Sacri), eleva un canto di vittoria:

 

"Morte, non essere superba, pur se t’hanno chiamata

possente e terribile, perché tu non lo sei,

perché quelli che tu credi travolgere

non muoiono, povera morte, né tu puoi uccidere me; 

Passato un breve sonno, noi ci destiamo in eterno,

e morte non sarà più; Morte, tu morirai." (John Donne, Meditazioni Sacre)

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