Peanuts. Personaggi per un centenario/2

Linus | Gabriele Gimmelli

Non so in quanti si siano mai chiesti davvero per quale ragione la prima e più prestigiosa pubblicazione italiana dedicata al mondo disegnato da Charles Schulz si chiami “Linus”. Perché intitolarla proprio a lui, e non, come sarebbe stato più corretto, a Charlie Brown? Good Ol’ Charlie Brown, “il buon vecchio Charlie Brown”: non era forse questo il titolo che Schulz avrebbe voluto per la sua striscia? Oppure perché non a Snoopy, assurto col tempo a personaggio-icona dell’intera saga.

Il motivo lo spiegava Giovanni Gandini nell’editoriale del primo numero: “Perché è un personaggio pieno di fantasia (anche ‘grafica’: disegna nell'aria!), è simpatico e ha un nome facile da dire e da ricordare”. 

È in fondo l’ennesimo scacco per l’amico Charlie Brown: dopo essere stato scalzato dal ruolo di protagonista, o presunto tale, dal suo stesso cane, veniva messo in ombra anche dal più piccolo Linus. Fra le righe, sembrava già suggerirlo Franco Cavallone, primo traduttore italiano dei Peanuts, nell’introduzione a Il bambino a una dimensione (1968), l’Oscar mondadoriano dedicato ai personaggi di Schulz. “Più giovane di Charlie Brown”, scriveva Cavallone, “Linus sopravanza il maestro in misura sufficiente per umiliarlo”. 

Il minore che oscura il maggiore, insomma, come da lunga e fortunata tradizione, resa se si vuole ancora più ironica dal fatto che Linus (che poi si dovrebbe pronunciare “Lainus”, secondo la regola anglosassone) porta lo stesso nome del personaggio interpretato da Humphrey Bogart in Sabrina (1954), il fratello maggiore assennato e un po’ noioso del fatuo William Holden, destinato tuttavia a innamorarsi della protagonista Audrey Hepburn. Nel film di Billy Wilder lo vediamo a un certo punto guardarsi allo specchio in un’improbabile tenuta da canottiere: “Ho l’aria di uno studente con l’artrite”, commenta sconsolato. Una definizione che, almeno in parte, calza bene anche per il nostro eroe. 

All’indomani del debutto (19 settembre 1952), Linus è ancora un comprimario sostanzialmente muto, ancorché faccia mostra di un certo carattere nell’opporsi al dispotismo della sorella maggiore Lucy. Tuttavia, col passare del tempo ci appare, più di tutti gli altri personaggi di Peanuts, come un puer-senex, alla stregua di certi personaggi di J.D. Salinger: “Temperamento teatrale, Linus tende spesso alla esagerazione, al sarcasmo elaborato, alla disquisizione dotta”, scrive Cavallone con la sua aulica prosa notarile. Che racconti d’aver dipinto sulla volta della cuccia di Snoopy un affresco (che ovviamente mai vedremo) raffigurante la storia dell’Umanità, o che stringa a sé la coperta, Linus risulta comunque credibile. Lo stesso attaccamento alla coperta, così teneramente infantile e insieme così nevroticamente adulto, giustamente divenuto una sorta di sineddoche visiva del personaggio, è la perfetta raffigurazione della sua doppia “anima”; al pari di quel “Grande Cocomero” (lo so, è una zucca: ma sessant’anni fa in Italia avevamo poca dimestichezza con Halloween e dintorni), invocato e atteso invano ogni 31 ottobre, sorta di parodia delle ansie millenaristiche del mondo adulto. 

Da questo punto di vista, Linus rimane, tra i personaggi creati da Schulz, quello che più ci somiglia: forse persino più del passivo (e non proprio sveglissimo, diciamocelo) Charlie Brown, ma anche dell’imprevedibile e fin troppo surreale Snoopy. Una figura “a metà”, perfetta per un’opera colta e popolare al tempo stesso come quella di Schulz. Un’opera alla quale Gandini e i suoi amici vollero dedicare, nell’ormai lontano 1965, addirittura una rivista. 

j

Pigpen | Luigi Grazioli

Il bambino è sporco per natura. Chi gioca all’aperto, nei cortili, per strada, all’oratorio e nel bosco, come faceva il sottoscritto, è sempre sporco. Il bambino non ama lavarsi, se ne impipa delle sozzure, non avverte i miasmi, sguazza nel fango, sta bene solo lontano dal sapone. È certo questo che mi affascina in Pigpen. Mi piace anche il nome, che significa recinto (pen) dei maiali (pig), porcile, letamaio…, ma che in origine era scomposto in Pig e Pen separati e uniti da un trattino: un maialino che si rotola nella sporcizia e una penna, che sta per lo strumento della scrittura, o del disegno, che spesso nello sporco è intinto e, per me, per un nomignolo a cui sono affezionato. La debolezza si infiltra dappertutto. 

Ma ciò che veramente mi ha sempre affascinato è la nuvola di polvere attorno alla testa, che gli dà quell’aria svagata, di chi non ha problemi a stare con gli altri ma nemmeno da solo, con i suoi giochi fatti di terra e di banalissimi oggetti trovati (sassi, legnetti, foglie) e le sue fantasticherie che lo accompagnano sempre. Sempre avvolto dai suoi pensieri, e quindi perennemente distratto. Perso in sé e poco comprensibile agli altri.

Pigpen porta in giro senza problemi, e direi addirittura spensieratamente, la stessa polvere da cui, al pari di tutti, come ci ricorda premurosamente la Bibbia, proviene e a cui tornerà. A volte ne ha il sospetto, ma ci scherza sopra (ma intanto lo dichiara). A Charlie Brown che gli chiede perché si lava così poco, risponde: “Ho addosso la polvere dei secoli: chi sono io per profanare il passato?”.  Lui, al contrario del perfetto asceta depresso, non ha bisogno di particolari penitenze e meditazioni per ricordarselo, non se ne dimentica un istante, ci convive pacificamente e questo gli conferisce la serenità che lo caratterizza, almeno ai miei occhi. È il bambino e al contempo un memento quia pulvis ecc. ambulante, ma inconsapevole di esserlo e per questo sottilmente efficace, perché non infastidisce con nessun moralismo. Incurante di se stesso, conciliato, incurante perché conciliato e viceversa, non provoca, porta in giro la propria mortalità con la leggerezza della polvere che gli aleggia intorno, sereno, senza patemi o paure, spensierato. Sono gli altri che si preoccupano per lui, che gli fanno notare, e a volte gli rimproverano, la sua sporcizia, e lui ogni tanto cede alle insistenze (è cortese, mai aggressivo, anche se un po’ casinista, fracassone: non a caso suona la batteria) e si lava, ma appena finito, trasformato in un bambino normale, irriconoscibile, il fango e lo sporco tornano in un attimo a rivestirlo, non come una seconda pelle ma come la sua vera identità. È un attrattore istantaneo di sporcizia. Una potente “calamita per la polvere”. Dalla polvere viene, alla polvere va e con la polvere vive, e bene. Dov’è il problema? Giochiamo?

m

Woodstock | Francesco Memo

Volare, non sa volare. Anche se è indubbiamente un uccello. Se deve proprio farlo si spreme come un limone, ci mette dentro una fatica bestia e col suo piccolissimo corpo e quelle ali che tra un po’ non si vedono neanche riesce appena appena a sollevarsi da terra, sorvolando la cuccia del suo amico Snoopy. Capita spesso anche che voli a testa in giù, guardando il mondo perfettamente rovesciato, come un palombaro rivoltato sceso dal cielo. 

Il legame che lo lega a Snoopy è certamente una delle amicizie più sincere e complete dell’universo Peanuts, che altrove non lesina invece meschinità e crudezze (vedi alla voce Lucy, Charlie Brown e un pallone da rugby), e si manifesta anche graficamente con la geniale trovata di intessere questo rapporto attraverso un codice intimo ed esclusivo. Woodstock non parla attraverso il nostro alfabeto, ma lo fa grazie a dei caratteri tutti suoi, piccole lineette sottili che riempiono il balloon come gocce di pioggia una nuvoletta, e che sono accessibili solo al suo fraterno sodale Snoopy, e per suo tramite diventano a noi, in parte ma solo in parte, comprensibili.   

Si dice sia arrivato nel cortile dei Brown insieme ad altri uccelli simili a lui, in una tappa della migrazione verso Sud, altri invece sostengono che sia nato direttamente sul tetto della cuccia, schiusosi in un nido che la madre premurosa aveva posto, nientemeno, che sulla pancia di Snoopy. Quel che è certo è che è rimasto a lungo senza nome: presenza ormai fissa delle strisce dei Peanuts dal 1967, quando ha incominciato ad aiutare il bracchetto come assistente tuttofare -  dattilografo quando Snoopy viene colto dall’impulso della scrittura (Era una notte buia e tempestosa…), meccanico di aeroplani quando si trasforma nell’asso dei cieli Barone Rosso, sparring partner e compagno di giochi pronto a prenderlo bonariamente in giro, come un vero amico deve fare – ha ricevuto il proprio battesimo solo nel 1970, con una precoce intuizione che, come sempre in Schulz, riesce a scompaginare le carte dei molti riferimenti extradiegetici delle sue strisce. 

Con il nome che si trova, indissolubilmente legato al festival musicale emblema planetario della controcultura giovanile, Woodstock rappresenta un elemento di spensieratezza, irriverenza ma anche profonda tenerezza nei Peanuts, alimentato dal contrasto tra la sua apparente irrilevanza – in fondo è una spalla, una figura di supporto, ma soprattutto è il più piccolo e indifeso nel vasto mondo adulto che soverchia tutti i personaggi bambini di Schulz - e invece l’enorme forza lirica e ironica di cui è portatore. Un po’ come un altro piccolo grande personaggio del fumetto, questa volta europeo, il cagnolino Idefix di Asterix e Obelix (più di Obelix che di Asterix, come sanno bene i lettori delle avventure create da Goscinny e Uderzo). Woodstock e Idefix sono piccoli personaggi teneri teneri, kawaii come direbbero i giapponesi, ma entrambi nascondo in verità una tempra tenace e coriacea e, alla fin fine, si rivelano più responsabili e affidabili dei loro stessi padroni e protagonisti di riferimento. Che aiutano spesso e con successo ad uscire dai guai in cui sempre, inevitabilmente, si cacciano. 

Potremmo dire che Woodstock, l’uccellino incapace di volare, è uno dei tanti personaggi non standard che popolano la realtà ordinata e prevedibile dei Peanuts, un mondo all’apparenza borghese e tranquillo (come il suo creatore, del resto) ma che ospita in verità personalità irregolari e ribelli.

Ma in fondo ciò che ci rende più caro Woodstock alla fin fine è il suo sorriso: quando fa capolino tra una vignetta e l’altra, con quel tratto matitoso e materico che solo Schulz riusciva a infondere ai suoi disegni, si illumina e si riscatta l’intera striscia, e con essa la nostra esistenza di piccoli uomini schiacciati, come i bambini dei Peanuts, dalla Storia e dagli eventi. 

Leggi anche:

Marrone, Terracciano, Maculotti | Peanuts. Personaggi per un centenario/1
Claudio Castellacci | Charles M. Schulz: i cento anni del papà dei Peanuts

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO