Lo stuoino sulla soglia di un appartamento milanese si chiama Home. L’uomo sul trattore che attraversa i colli dell’Istria porta una maglietta con la scritta Calvin Klein. Il termine inglese valorizza, immette il locale nel globale, ci rassicura che abitiamo tutti nel glocal. Nell’era delle moltitudini il nome fa la differenza, dice la provenienza, racconta dell’appartenenza, contiene le possibilità dell’apparenza. Fammi entrare / nella tua eterna danza /fammi entrare fammi entrare fammi entrare /non lasciarmi qui, dentro un nome /dentro un piccolo cognome dice un verso di Mariangela Gualtieri.

 

Giorgia e Graziella sono due in una, la prima è la donna emancipata che lavora solo, saltabecca da Londra a Shanghai, l’altra è la figlia che non può confessare indoor la vita di fuori. Cambiare l’indirizzo email, firmare con il doppio nome è un coming out che promette integrazione. Il nickname permette il gioco delle proprie identità, è un ideale biglietto da visita che si offre al pubblico virtuale. L’intimità, come nei film di Chéreau, è una condizione senza nome.

 

Nelle guerre è il nome che fa da confine tra “noi” e “loro”, è il nome che indica il nemico. Nel 1942 è un battesimo che salva lo scrittore Danilo Kiš dalla deportazione. Nel 1992 nei pullman che fuggono l’assedio di Sarajevo le madri pregano perché i figli non pronuncino il loro nome; a Zagabria ai bambini profughi i genitori cambiano il nome; a Belgrado Adisa mi ripete di non chiamarla mai in pubblico, il nome è lo stigma della sua identità. Nei memoriali è il nome quello che si conserva, identificare un corpo sprofondato nelle fosse comuni significa ricongiungerlo al suo nome.

 

I figli adottati si presentano con il cognome, rimandano finché possono la dichiarazione del nome proprio, lo sussurrano e lo storpiano perché sanno che svelerà il segreto della loro identità ibrida. I cognomi sono sempre italiani, mentre i nomi sono russi e indiani, eritrei e ucraini – parlano di fiori e piante, luoghi e santi che chi li porta forse mai conoscerà.

Nelle file per ottenere i documenti della regolarizzazione gli stranieri si disperano, gli impiegati italiani invertono cognomi e nomi come fossero segni casuali e non testimonianze di genealogie familiari, patronimici e discendenze matrilineari.

 

Hanno messo il mio nome – è sempre e ancora una gioia. Se accade vuol dire che sarà più difficile sparire, nell’universo plurale il nostro nome segna l’irriducibilità del singolare.

I nomi sono lettere scritte sulle ali, come nel poster custodito nel più grande santuario di farfalle al mondo, nella foresta pluviale di Cairns, Queensland-Australia.

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