Spartacus, Cassandra e i loro fratelli

C’è un filone di documentari che mi sta particolarmente a cuore. Pensandoci meglio capisco che guardo e ricerco documentari sulla comunità Rom in Europa, perché pongono dei cavilli culturali, logici e cinematografici molto interessanti. Oserei quasi dire che molti recenti documentari (o altre forme cinematografiche che con il documentario dialogano) che affrontano il tema del rom si presentano come dei rompicapo, per lo meno agli occhi dei non-rom.

 

Se spazio e tempo lo permettessero porterei ad esempio una carrellata di film usciti negli ultimi dieci anni, tutti più o meno di produzione indipendente. Invece mi limiterò a raccontare di due lavori che ho visto allo scorso DOK Leipzig, già circolati in diversi altri festival come Cannes, Lisbona, Roma: Spartacus & Cassandra e Toto si surorile lui («Toto e le sue sorelle»). Entrambi con protagonisti molto giovani e, forse proprio questo, «esemplari».

 

Spartacus & Cassandra è l’opera prima di Ioanis Nuget (in collaborazione con Camille Brisson, anche protagonista) e segue due fratelli pre-adolescenti nel loro progressivo di distacco dai genitori e inserimento nella società francese. Ovviamente non è un processo semplice; anzi, sono ripetuti gli scontri con il padre (un alcolizzato deciso a negare ai figli un’istruzione e una stabilità in nome di fantomatici futuri migliori in Spagna, ma probabilmente mosso solo dal timore di restare solo con la propria sventura), la madre (completamente pazza, ma di una bellezza così «classicamente gitana» da sembrare una caricatura), le istituzioni francesi (timidi assistenti sociali e brutali poliziotti in tenuta antisommossa) e infine con Camille (una ventenne trapezista, rom e bilingue francese, che, con una forza a dir poco inaudita, non solo mette su un piccolo campo-scuola per apprendisti equilibristi, ma propone anche di adottare i due fratelli, nonostante la giovane età e la poca esperienza). Il documentario è lieve e romantico, ma contribuisce a mostrare il dissidio che si pone per molti giovani rom residenti in paesi dell’Europa centro-occidentale, dove l’istruzione è obbligatoria e i minori sono tutelati. L’emancipazione dalla comunità d’origine e la possibilità di un futuro migliore avviene così in un paese al quale, da un lato, si sente di appartenere, ma che dall’altro viene costantemente stigmatizzato – dalla propria cultura e dalla propria famiglia – come sbagliato e deviante. Spartacus e Cassandra, ben consapevoli di questo tremendo dilemma, faticano a prendere una decisione immediata. Quando scelgono di lasciare l’inesistente tetto paterno per vivere con Camille, sono grandi; o meglio, si sono assunti responsabilità che i genitori non hanno mai ricoperto. Che questo sia un problema culturale o umano (che sia cioè «colpa» dell’ideologia Rom che non accetta contaminazioni con l’esterno o del carattere pusillanime ed egoista del padre) non viene specificato. Ma il dubbio è proprio la forza di forme di rappresentazione per nulla patetiche o vittimiste, che al tempo stesso denunciano gli aspetti negativi delle realtà rom senza paternalismo. A rendere tutto un po’ più leggero sono alcune sequenze liriche/oniriche e la narrazione spesso condotta dal voice-over di Spartacus: due elementi che potrebbero facilmente scadere nel melodramma e invece testimoniano la stretta partecipazione tra registi e protagonisti.

 

 

Il secondo film – Toto si surorile lui – è decisamente su un altro livello: per il lungo periodo (oltre quindici mesi) trascorso dal regista Alexander Nanau a stretto contatto con i suoi protagonisti, si potrebbe quasi parlare di film etnografico. E per quanto la regia faccia proprio lo stile observational da «cinepresa invisibile», si rimane incollati allo schermo per un’ora e mezza, letteralmente col fiato sospeso, grazie a una struttura narrativa semplice e toccante.

 

Il film ha un punto di vista chiaro, esplicito, ma non giudica e non propone morali (cosa di norma difficilissima da evitare nei film sulle comunità rom). Racconta di due sorelle – Ana (17 anni) e Andrea (14 anni),e del loro fratello, Toto (9 anni) – che vivono in un monolocale occupato nel quartiere Ferentari di Bucharest: con la madre in carcere e padre inesistente, i tre sono affidati agli «zii», giovani spacciatori e tossicodipendenti che seminano squallore e criminalità quando non invadono la casa dei nipoti con siringhe e altre brutture. I tre fratelli hanno dovuto dotarsi molto presto di strumenti per capire e sopravvivere, ma sono le due sorelle maggiori che hanno l’età per cambiare qualcosa. La madre è ripresa quasi solo in carcere, con due dei sette anni totali ancora da scontare (praticamente tutta la vita del figlio Toto) che delineano incipit ed epilogo del doc. Strutturato seguendo la partecipazione e i progressi di Toto a un concorso di danza hip hop promosso dalla scuola, il film dedica all’inizio pari spazio ai tre fratelli. Quando diventa però chiaro che la sorella maggiore Ana non è in grado di badare ai fratelli minori, ma è anzi diventata a pieno titolo una drogata (nonché una spacciatrice e, nota ancora più terribile, sieropositiva), Andrea si allontana portando con sé il fratellino in un «rifugio» per minori (una specie di orfanotrofio che non rispecchia assolutamente lo spaventoso stereotipo del fatiscente orfanotrofio rumeno). Questa scelta non è priva di azione: il film passa infatti dal materiale d’archivio fornito dalla polizia che riprende raid violentissimi a casa dei fratelli, alle immagini intimiste del centro educativo frequentato da Toto, dei suoi tentativi di imparare i passi di danza o della nuova vita di Andrea. A perfezionare il discorso antropologico/cinematografico è la videocamera donata ad Andrea, che, come una sorta di voce intermediaria tra la «ormai perduta» Anna e l’«innocente» Toto, si permette momenti di introspezione e cinéma vérité dei più convincenti.

 

Il film è impeccabile, una lezione di cinema documentario, quello che instaura un rapporto di grande fiducia tra soggetti, regia e pubblico; dove ci si fida dell’occhio dell’autore perché ci mostra storie e impercettibili guizzi che sappiamo di capire.

 

 

Ripensandoci bene, però, rimane ancora l’incognita del perché “il documentario sui Rom.” Ripensando ad altri lavori di finzione, come An Episode in the Life of an Iron Picker di Danis Tanovic, Just the Wind di Benedek Fliegauf (Gran premio della giuria, Berlino 2012), o a documentari come Escape di Srđan Keča e Vojta Lavička: Ups and Downs di Helena Třeštíková, girato in quasi vent’anni, emergono due comuni denominatori: una forza narrativa speciale e un interrogativo sociale-culturale. La specialità narrativa sta nel fatto che le rappresentazioni della comunità Rom tendono a cogliere i suoi personaggi in momenti in cui devono compiere delle scelte. Motivo per cui, molto spesso i protagonisti sono adolescenti o ragazzi: perché rappresentano la generazione che può scegliere l’emancipazione dalla comunità di origine. Sia quando propongono dilemmi umani originali, sia quando sfruttano l’idea del «vivere spostandosi, sostenersi con espedienti», le storie sui Rom, e dei Rom, propongono sempre svolte d’intreccio decisamente adatte alla rappresentazione cinematografica. (Certo, bisogna anche sottolineare che il problema smetterà di esistere quando finalmente avremo un film su una figura Rom che “non fa il Rom”, un po’ come è successo con Smoke Signals (1998), una delle prime volte in cui un attore nativo americano non interpretava un indiano e basta).

 

C’è poi l’interrogativo culturale-sociale: in un libro cruciale sulla storia degli «zingari» in Europa, Anna Rita Calabrò spiega come la loro particolarità antropologica risieda proprio nel loro modo «contrastivo» di intendere l’identità culturale zingara, ovvero trovando nel comune denominatore dell’essere «non non-zingari» il collante sovranazionale che permette loro di riconoscersi in un popolo, nonostante la residenza in paesi distanti e le sostanziali diversità fra i vari gruppi. Concepire una collettività nel nome dell’opposizione è un’azione che porta «al disimpegno dal modo di produzione e dalle istituzioni dei non-zingari», che però non si traduce con il rifiuto in blocco di tali istituzioni, ma piuttosto con una «strategia del disimpegno» che ne fa un uso indipendente e autonomo.

 

Nella rappresentazione cinematografica del Rom lo scontro con l’istituzione è quasi sempre presente: con il sistema sanitario o scolastico, con il sussidio statale e il diritto alla casa, con il mondo del lavoro o la cittadinanza anagrafica (che non rispecchia quella culturale). L’inserimento dell’individuo in un sistema di regole riconosciute dallo Stato e il rispetto di queste porta spesso con sé la promessa di un futuro migliore. Ed è quello che accade nei migliori dei casi. Eppure, interrogare le istituzioni sovranazionali, soprattutto oggi in Europa, è un esercizio intellettuale utile per capire il mondo in cui viviamo. In un momento in cui in molti Paesi diverse istituzioni non sono in grado di rappresentare precise funzioni civiche, sociali ed economiche, l’individuo – noncurante della propria estrazione sociale, della propria formazione o provenienza geografica e religiosa – si assume spontaneamente (e perciò in modo confuso, disordinato, a volte illegale) quelle funzioni che lo Stato non è riuscito a ricoprire. I critici pigri potrebbero dire che c’è disimpegno, ma un occhio più attento potrà notare che il cittadino del 2015 negozia il proprio ruolo all’interno della società con strumenti che spesso non sono quelli forniti dallo stato, ma tramite invenzioni, stratagemmi, espedienti non sempre edificanti, rifiutando scenari che non gli appartengono e fabbricandosi da sé soluzioni d’esistenza.

 

Penso insomma che la storia recente dei Rom al cinema offra uno spunto molto importante, non solo per conoscere una comunità che trova rari e difficili momenti di rappresentazione rispettabile, ma anche per leggervi problemi più ampi e fenomeni tutt’altro che distanti o estranei a noi. Anzi, spesso molto contemporanei e presenti nella nostra vit quotidiana.

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14 Marzo 2015