Arthur Danto in memoriam

Poco dopo aver ricevuto la notizia della dipartita di Arthur Danto e l’invito a scriverne qui, scusatomi di essere in viaggio e di non poter far fronte alla richiesta, entro in visita al Convento dei Cappuccini di Via Veneto, a Roma. È la prima volta e, confesso, non so che cosa mi aspetti, per cui, immerso in pensieri di “morte dell’arte”, di determinati percorsi e teorie dell’arte, tesi fondamentale di Danto, mi trovo in quel luogo di fronte a due aspetti opposti, per me entrambi scioccanti, di riflessione sulla morte.

 

Il primo incontro, in ordine di percorso nella visita, è il San Francesco in meditazione del Caravaggio. Lo shock consiste in questo: lo vedo solo io, è una mia proiezione, o i buchi e le pieghe sulla manica del santo disegnano un volto, un po’ deformato e grottesco ma senza essere anamorfico? Non è questo volto a cui il teschio sembra rivolto – stavo per dire: che sta guardando, se mai un teschio può possedere uno sguardo (Lacan, dove sei? E Giacometti...?) – a sua volta fissato da san Francesco in una triangolazione inattesa (e secondo me ribadita dalla particolare posizione e illuminazione della croce, ma non mi inoltro in queste storie..)? Inutile dire che l’effetto è perturbante, nel senso che più freudiano non potrebbe essere.

 

Caravaggio, San Francesco in meditazione, 1603 ca. Convento dei Capuccini, Roma.

 

Poco oltre nella visita si accede al Cimitero dei Cappuccini, famoso ma sconvolgente, in cui i cappuccini hanno composto scene e interamente decorato sei o sette stanze esclusivamente con ossa umane. Perfino le lampade sono fatte di sole ossa, e tutto quello che si vede. A me pare sconvolgente perché mi viene da immaginare questi frati, ormai del tutto dimentichi di qualsiasi aspetto drammatico e trascendente della morte, che suddividono le ossa di centinaia di scheletri – di chi? dei loro confratelli? degli abitanti del loro territorio di competenza? –, le suddividono secondo la forma decorativa che hanno in tanti mucchietti e mucchi di omeri, ossa pelviche, tibie, crani, scapole, in attesa di essere di usati per realizzare una greca sulla parete o sul soffitto o quant’altro. C’è qui un’idea della morte che non riesco a pensare fino in fondo, che non mi si era mai affacciata nella mente.

 

Cimitero dei Capuccini, quinta cappella. Convento dei Capuccini, Roma.

 

Ora, ripensando all’apparizione del terzo volto nel Caravaggio, mi viene da pensare che anche qui c’è un fantasma, un terzo, che fa capolino nella dialettica tra vita e morte. Anche in questo caso mi viene da pensare all’inconscio, ma non voglio innervosire i lettori stanchi dei rimandi alla psicanalisi e a Lacan; per me che mi occupo d’arte questo terzo è appunto l’arte, un certo modo di considerare l’arte.
Allora ripenso a Danto, alle sue due morti, quella di lui e quella da lui teorizzata, dicevamo.

 

Questa seconda, come ormai tutti sanno, è partita dalla visita alla mostra delle Brillo Boxes di Andy Warhol, secondo Danto simulazione perfetta che ha reso indiscernibile, mai più percepibile la differenza tra un’opera d’arte e un oggetto qualsiasi. Non conosco, non ho mai letto di una risposta diretta di Warhol, benché Danto abbia ribadito a più riprese la sua riflessione nei decenni seguenti la prima formulazione, ma a questo punto mi sono venuti in mente i quadri di Warhol con teschi, in particolare gli autoritratti con un teschio appoggiato sulla spalla o sulla testa: tutti e due, Warhol e teschio guardano noi, o meglio guardano in macchina, come si suol dire, cioè al terzo. (Lo sguardo di Warhol è poi in realtà “vuoto” come quello del teschio, non meditativo, e questo complica ulteriormente la faccenda per chi ricordi i discorsi di Warhol sul “niente” nella sua Filosofia, ma fermiamoci qui.)

 

Andy Warhol, Autoritratto. Polaroid.

 

Caro Danto, non so come concludere senza cadere nella retorica, che aborro, e allora proseguo il racconto della mia breve vacanza – riesci a cogliere i giochi di parole in queste espressioni italiane? – romana, perché non puoi immaginare la mia ulteriore sorpresa – lo so che è figlia dell’ignoranza, ma tant’è! – quando ieri, prima di ripartire da Roma, visito la Galleria Nazionale di Palazzo Barberini e nella “sala Caravaggio” ti trovo un’altra versione del San Francesco in meditazione! Che dire? La faccia sulla manica del saio sembra ancora lì, io la vedo ancora.
Riposa in pace.

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28 Ottobre 2013