Come stai

Come stai è formula di saluto convenzionale, che alcuni però interpretano alla lettera volgendola in un pretesto per trattenervi quanto meno una buona mezz’ora, pure se l’incontro è del tutto occasionale. Il figlio che cresce, il padre che invecchia, la mamma che perde colpi, il lavoro non ne parliamo, e poi il cugino, il suocero, il nonno, l’amico, il vicino di casa, l’avvocato di famiglia, il commercialista, il dentista, l’amante. Ho conosciuto un uomo che alla domanda come stai rispondeva «Bene»: sempre. Bene quando era così, effettivamente, quando era un insegnante sui generis, un professionista stimato, il primo ingegnere del paese. Poi rispose Bene quando nacquero i suoi figli, uno, due, tre addirittura, e come si farà, gli chiedeva in grande ambascia la moglie, e non ti preoccupare, ci arrangeremo, puntualmente la rassicurava. Poi era sempre Bene che andava quando moriva qualcuno, sua sorella, la madre, un giorno anche sua moglie. «Come state, ingegnè?» «Bene»: fisso.

 

Quest’uomo era cresciuto nel dopoguerra, veniva da una famiglia povera di tanti figli, suo padre lo aveva mandato a studiare in città con molti sacrifici. Ma lui non si affannava: studiava il giusto, portava i soldi a casa perché nel frattempo lavorava pure, giocava a carte, andava all’opera, si godeva la città, il sole, le sfogliatelle. Aveva il diabete dalla giovinezza, retaggio familiare, ma non se ne preoccupava: «Ciò che ti piace non può farti male», sosteneva.  E dunque si sposò, sempre con calma, con una donna che gli piaceva ma di cui non sopportava lo stato di perenne ansia: lui, serafico, non si scompose nemmeno quando il forte terremoto che colpì la regione portò l’intero condominio giù in strada. Aveva un progetto da finire e rimase al tecnigrafo senza accorgersi del trambusto. Trovava sciocco dormire in automobile: non lo consentì alla sua famiglia. Ci furono altre scosse nella notte, lui si riaveva per qualche istante dal sonno, poi placidamente vi ripiombava. «Sentito, sentito?», si affannava la figlia irrompendo nella loro camera col terrore nella faccia, a dilatargliela: «Adesso finisce, tornatene a letto». Così. E poi andava bene quando la casa era lesionata: al genio civile dicevano che bisognava fare altri controlli, uscirne. Ma nossignore, non ci saranno altre scosse, «quella che avvertiamo è la più forte». Poi spiegava con le cartine geografiche le ragioni dei moti tellurici ai figli piccoli e tutto sembrava loro meno drammatico: c’era una causa per quello spavento, si chiamava tettonica a zolle, l’avrebbero poi studiata a scuola.

 

Una volta quest’uomo si trovava in gita, con la sua famiglia, in un’isola: il mare s’ingrossò, non si poteva rientrare. O meglio: si consigliava di rimandare, se non era urgente. «Ma no, ma perché», s’impuntava il padre, «è tutto a posto: andiamo». Il mare a forza sette travolse poi con un’onda alta svariati boh il traghetto a prua (o poppa?), ma lui in quel momento si trovava a poppa (o a viceversa prua), e niente, nemmeno una goccia. Era un uomo generoso e democratico, sorrideva a tutti. Sua moglie diceva che non era bene intrattenersi coi muratori, coi perdigiorno, con gli studenti: e lui niente, andava bene così. Poi votava democrazia cristiana, perché suo padre era stato comunista e a lui non era mai andata giù. E quando arrivò Berlusconi, gli piacque perché gli somigliava. Era un po’ imbroglione anche lui, forse perché aveva giocato a carte da giovane. Ma erano imbrogli che non danneggiavano nessuno, magari un po’ la famiglia, perché ne truccava il bilancio in favore di un suo fratello scapestrato, cui passava dei soldi.

 

Un giorno quest’uomo si ammalò gravemente. I medici non glielo dissero, perché raramente lo fanno, in barba alla deontologia. Lo comunicarono ai figli, che non sapevano come affrontarla. «Papà», cominciavano, «devi curarti». Ma lui tagliava corto, rispondendo di no, che stava bene: mai stato meglio, anzi. Poi quando peggiorò di colpo, dovettero portarlo in ospedale. A lui non dispiaceva, una volta ogni due-tre mesi: poteva leggere indisturbato, conversava coi medici e coi pazienti, non disprezzava nemmeno il vitto, tranne il caffè che i figli dovevano portargli dal bar. Ma era l’unica richiesta: «Come stai, vuoi qualcosa?» «No, grazie, tutto bene». Il pomeriggio guardava il tour de France: l’aveva sempre fatto, a casa, monopolizzando l’acustica del tinello per  interi pomeriggi con le interminabili telecronache urlate. Quella volta in ospedale, la moglie del vicino di letto, appena deceduto, gli chiese più volte di abbassare il volume del televisore da tavolo: «E perché, oramai non gli do più fastidio». Poi però si alzò con tutti i drenaggi e intubato com’era si trascinò coi trespoli fino alla saletta comune. È lì che lo trovò la figlia: «Tu che ci fai qua, non dovresti essere a letto?» «E per piacere», si spazientì, «non mi seccare». Ma fu un caso eccezionale: di solito era placido, composto, sorridente.

 

L’altra sola volta che l’aveva sgridata, la figlia era alla guida e la marcia non ingranava, per non parlare del gioco frizione-pedale. Motore morto. E due. E tre. Non capiva proprio come si potesse non capire, lui: se spiegava, una doveva bastare. La seconda la trovava già sovrabbondante, alla terza il suo abito di compostezza e civiltà si sfilacciava: poteva diventare severo fino alla crudeltà, invitare ad altre attività più consone, tipo coltivare piantine di basilico in terrazzo. Ma era solo in macchina che accadeva, a ripensarci. E poi se si diventava assillanti con lui, in particolare quand’era malato. Prima, prima era stato solitario e autonomo, liberale e scarsamente incline al conflitto, alle scenate. Quando la figlia si fidanzò, la madre pretendeva che lui andasse a raccattarla in giro o che la coricasse di sberle per le figuracce cui esponeva la famiglia, col suo comportamento trasgressivo e immorale. Il padre, dopo molte insistenze, si limitava a segnalarsi: la figlia capiva a distanza e lo seguiva, entrambi  senza dare nell’occhio. Poi a casa nessun rimprovero, un silenzio bivalente che alla madre sembrava minaccioso e a lei complice.

Una sera quell’uomo ha sussurrato: «Non arriverò a domani». La figlia e tutti: «Ma cosa dici», lo sgridavano, «ma non è vero, stai migliorando, vedrai che questo e quest’altro farmaco… » e persistevano nel malinteso della bugia pietosa, ma lui deciso: «No, chiamate gli altri», interrompeva, «non sto bene per niente». E gli altri arrivarono, furono corse in ospedale e i medici del tipo Che- ce- l’avete- portato- a- fare, e pianti e preoccupazione e occhi lividi e adesso come facciamo col lavoro, coi permessi, col trasporto, col funer..non finivano di dirlo che lui, quell’uomo, si mise a fissarli, e poi guardava la stanza: con una mano faceva il segno della rotazione che i figli non seppero bene come interpretare. Poi volle poggiare i piedi a terra e quando fu l’ora di cena li mandò tutti a casa. Alla prima telefonata dell’indomani sapevano che se n’era andato: senza disturbare, senza essere scocciato.

 

Quell’uomo si chiamava Vincenzo: quando morì aveva settantaquattro anni, tre figli e alla domanda Come stai aveva risposto Bene fino all’ultima volta, quando non c’era stata proprio più nessuna ragione per essere gentile, con noialtri.    

Gino Severini

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23 Aprile 2014