La fotografia ai tempi della rete

Intervista a Linda Ferrari

Ho incontrato Linda Ferrari a Brescia in occasione del suo workshop La fotografia ai tempi della rete, presso l'associazione culturale NESSUNO[press]. Alla fine di questa esperienza abbiamo deciso di approfondire alcuni aspetti del suo lavoro e dei rapporti tra fotografia e social network.

 

Linda Ferrari, Kalofer. Monument of Hristo Botev. Botev was a bulgarian poet and national revolutionary and is widely considered by Bulgarians to be a symbolic historical figure and national hero

 

Linda, incarni una figura complessa e variegata, indice di un cambiamento antropologico: sei stata fotografa, blogger, formatrice. Raccontaci la tua esperienza e come ti sei avvicinata alla fotografia.

Sono nata a Mantova e mi sono laureata in Psicologia del Lavoro presso l’Università di Padova. Dopo la laurea ho lavorato per un paio d’anni nella Formazione Continua (FSE e ECM), lasciata nel 2005 quando ho incontrato la fotografia: ho iniziato come producer per un fotografo di pubblicità, poi come photo-editor e fotografa di cronaca per un’agenzia fotogiornalistica nazionale, assistente di un fotoreporter, ricercatrice iconografica per un mensile e, infine, come fotografa di reportage per diversi anni, fino alla realizzazione di tutte le immagini del libro Witnesses of Stone. Monumenti e architetture della Bulgaria rossa 1944-1989 (Ponchiroli Editori).

 

Linda Ferrari, Nikolajevo: Lenin's bust in an abandoned factory

 

Witnesses of Stone: cosa ha significato nel tuo percorso professionale lavorare a questo libro?

Una di queste foto (Kazanlak: The Communist Congress Centre “Buzludia") è entrata in finale al World Photo Award del 2010 ed è stata pubblicata come foto del giorno su PDN.

Il libro nasce da un’idea di Luca Ponchiroli, professore di diritto al Liceo Manzoni di Mantova, dopo essersi imbattuto nel monumento per commemorare i milletrecento anni dello stato Bulgaro a Šumen. Con lui e con Nikolai Vukov, uno dei principali esperti sull’argomento, ho fatto numerosi viaggi in Bulgaria tra il 2008 e 2009. Partecipare attivamente a questo progetto è stata un’esperienza davvero importante: ho apprezzato la costanza e la determinazione di Luca e Nikolai nel continuare a credere fermamente nella realizzazione del libro. Mi hanno indubbiamente insegnato molto nel loro saper miscelare genialmente professionalità e leggerezza.

 

Linda Ferrari, Kazanlak: The Communist Congress Centre “Buzludia”

 

E in seguito come si è evoluta la tua esperienza?

Dal 2012 ho iniziato un nuovo percorso professionale che risulta essere la fusione tra le competenze organizzative e formative e la conoscenza di un settore specifico, quello del fotogiornalismo. Photo-Berlin è stato il mio primo progetto formativo, pensato e realizzato nei sette mesi del 2012 in cui ho vissuto a Berlino. Si tratta di una serie di workshop e incontri aperti al pubblico, ideati con una precisa linea editoriale e con l’idea di creare un archivio fotografico di storie sulla città di Berlino insieme a fotografi riconosciuti a livello internazionale: Monika Bulaj, Stefano De Luigi, Jocelyn Bain Hogg e James Withlow Delano. Inoltre, come Photo-Berlin ho collaborato per la parte di comunicazione alla campagna di crowdfunding della mostra di Kai Wiedenhoefer, Wall on Wall, tenutasi proprio a Berlino nel 2013.

 

In seguito, grazie all’esperienza di Photo-Berlin, ho ideato, realizzato e organizzato insieme al fotografo Stefano De Luigi dell’Agenzia VII Photo il primo Masterclass dell’agenzia a Milano: un percorso formativo di sette mesi per fotografi professionisti.

 

Ora, insieme a Chiara Luxardo, che ha lavorato con me nella parte di produzione del Masterclass, abbiamo deciso di riprendere il progetto Photo-Berlin per un’edizione nell’estate 2015 con quattro fotografe: Laura Boushnak, Alisa Resnik, Mila Teshaieva e Laura Pannack e una photo-editor: Barbara Stauss. L’intento è quello di dare un forte segnale riguardo alla presenza crescente di uno sguardo femminile nel settore fotografico (www.photo-berlin.org/category/workshops).

Locandina di Photo-Berlin

 

Poi hai trascorso tre mesi a New York. Raccontaci.

Nel 2013 sono stata a New York dove ho seguito due corsi all’International Center of Photography: uno dedicato agli aspetti imprenditoriali e l’altro sull’utilizzo dei social network per promuovere la fotografia. Tuttavia, l’evento più importante che ho avuto la possibilità di vivere in prima persona è stato partecipare al processo del fotografo Daniel Morel contro due delle più grandi agenzie fotografiche al mondo, AFP e Getty Images. Per cinque giorni ho vissuto questo momento storico dall’interno: dentro alla corte federale dove si stava discutendo la causa dell’appropriazione indebita della foto scattate da Morel durante il terremoto di Haiti. Questo mi ha permesso di capire non solo come ragionano le major dell'industria della fotografia, ma anche come e perché una foto su Twitter può arrivare a costare 1,2 milioni di dollari.

 

Quali sono le conclusioni a cui sei giunta dopo aver assistito al processo di Daniel Morel?

Tornata in Italia, ho capito che i social media erano qualcosa da studiare seriamente, soprattutto nella loro relazione con l’immagine fotografica. Per questo motivo, dopo due mesi dal mio rientro, ho deciso di condividere il mio quaderno di appunti (la mia moleskine, appunto) sulla fotografia: Photoskine.

 

Cos’è Photoskine?

Photoskine nasce come gruppo in Facebook dove si discute di fotografia, fotogiornalismo, social media e nuovo giornalismo. Ho creato il gruppo a febbraio del 2014 con l’obiettivo di dare vita a un luogo nella rete, dove fosse possibile analizzare le trasformazioni in atto nell'informazione visiva. Diciamo che “egoisticamente” volevo creare un luogo dove si parlasse in italiano di cose che mi interessavano. Quindi ho iniziato a condividere link su questi argomenti accompagnandoli sempre da una breve traduzione in italiano. Sicuramente all’inizio di questo progetto ho goduto della rete che avevo costruito negli anni: sia la rete virtuale, essendo su Facebook dal 2007, che quella reale, attraverso la frequentazione di eventi e festival fotografici. Per questo motivo, conosco personalmente molte delle persone che sono nel gruppo Photoskine, mentre altre le ho incontrate proprio grazie a Photoskine, come il giornalista Michele Smargiassi. In seguito ho iniziato a riportare tutti i post anche sul blog www.photoskine.com che, per ora, uso come archivio online, aperto e consultabile a tutti.

 

Cosa vedi nel futuro di Photoskine?

Nel futuro di Photoskine continuo a vedere l’esistenza di un luogo di scambio informale. Mi interessa sia mantenere il gruppo libero da elementi promozionali di fotografi o agenzie, sia mantenere il blog come archivio online, a cui affianco la realizzazione di workshop, come quello che ho tenuto a Brescia per NESSUNO[press] e la partecipazione a diversi talk. Il prossimo sarà il 12 Settembre al Festival Source a Firenze.

 

Qual è il rapporto tra social network e fotografia? Cosa cambierà nel futuro?

La domanda è sicuramente coerente coi tempi che stiamo vivendo. Partirei da un dato di fatto: l’Internet Trends Report del 2014, che è lo studio annuale condotto da Mary Meeker per KPCB, dice che ogni giorno vengono caricate dagli utenti dei social network circa 1.8 miliardi di immagini. Con questi numeri, non penso che un professionista debba sentirsi attaccato dalle “foto da diario personale” di un account Instagram, ma sono convinta che, se il professionista imparasse a vedere attraverso queste immagini, si renderebbe conto delle grandi opportunità di crescita e di lavoro. La fotografia, essendo veramente un linguaggio universale, ha delle possibilità infinite di comunicazione. La monetizzazione di tutte queste attività dipende molto dal talento e dalla creatività personali.

 

Faccio alcuni esempi:

 

Questi sono tre modi diversi e allo stesso tempo molto simili, di realizzare progetti fotografici pensati da singoli professionisti, che hanno saputo capire, sfruttare e connettersi con la rete. C’è chi, come Rob Hornstra, ha raccontato le storie di un luogo, diventando il fotografo del luogo (www.thesochiproject.org), oppure chi, come Michael Premo, è diventato una sorta di regista o direttore d’orchestra nella gestione di tutto il materiale foto e video che veniva inviato dagli utenti. Mi sembra presuntuoso dare una risposta su cosa cambierà nel futuro, ma posso dire quello che si sta iniziando a vedere: nella fotografia documentaria e nel fotogiornalismo, i progetti che hanno più forza, quelli che riescono ad emergere, sono quelli dove il fotografo non lavora più da solo, consapevole che la riuscita del progetto dipende dal lavoro di squadra e non dal singolo individuo. Il fotografo dovrà circondarsi da esperti di web, di social media, di comunicazione.

 

Anche tu hai cercato di promuovere un tuo progetto di “crowdworking” su Photoskine? Di che si tratta?

A fine 2014 mi è stato chiesto di pensare a una piattaforma editoriale per la fornitura e distribuzione delle notizie nella società dell’informazione. Ho affiancato la lettura di alcuni testi come: La nascita della società in rete di Manuel Castells, Paura Liquida di Zygmunt Bauman, Futuro di Marc Augé, La nuova geografia del lavoro di Enrico Moretti, Il nuovo individualismo. I costi emozionali della globalizzazione di Anthony Elliott e Charles Lemert e Outliers di Malcolm Gladwell a una precisa esperienza: da ottobre 2014 sono entrata a far parte della community di Airbnb. Ho ospitato persone da tutto il mondo nel mio spazio domestico, avendo modo di riflettere su come un servizio così semplice di soddisfazione dei bisogni (nella piramide di Maslow vengono soddisfatti tutti), fosse diventato una tale impresa di successo. Mi sono interrogata sui meccanismi di fiducia reciproca che Airbnb riesce ad attivare tra due persone completamente estranee e con riferimenti sociali, culturali, politici diversi. Da questa “iperstimolazione” ho avuto modo di capire come strutturare la distribuzione delle news utilizzando i media a disposizione e insieme ho cercato di comprendere il modo corretto per creare il giusto coinvolgimento/engagement degli utenti, un atteggiamento che conduce a una tale partecipazione emotiva, per cui dedichi molto tempo al progetto di qualcun altro vivendo in contemporanea una reale forma di gratificazione. Purtroppo non c’è stato seguito al progetto di startup, così ho pensato che invece di lasciare la mia idea in un cassetto, poteva essere utile condividerla nel web in modo tale che potesse essere da stimolo per altri. Ho quindi scritto un articolo su “Medium” dove ho condiviso la bozza del progetto mettendo online anche i miei appunti con il titolo È tempo di Crowdworking e poi l’ho portato nel gruppo di Photoskine, sia sul blog, che su Facebook.

 

Quali sono le tue conclusioni?

In questo momento stiamo costruendo una società parallela di individui perennemente connessi con tutto il mondo, abbiamo cambiato le modalità in cui avviene la comunicazione e contemporaneamente subiamo la trasformazione di interi settori lavorativi. Non è molto diverso da quello che accadde con la rivoluzione industriale: la trasformazione del lavoro (all'epoca, dall'agricoltura alla fabbrica e ora verso il mercato digitale), la costruzione di nuove forme di società (da quella rurale a quella metropolitana e ora verso una società globale), la modificazione dell'identità (da membro di una famiglia a individuo singolo e ora un individuo la cui completezza è data dalla somma della sua identità reale e quella virtuale). E, le immagini, sono già, e saranno sempre di più, il linguaggio universale e comune alla nostra società in rete: il vero Esperanto.

 

 

Linda Ferrari, Elaborazione del concetto di Rete

 

C’è anche un altro aspetto del tuo lavoro di fotografa che mi ha incuriosito e di cui vorrei parlare: si tratta di un progetto che hai chiamato Caucasian Woman, in cui ti diverti a ironizzare su alcuni stereotipi legati a certe icone femminili, mettendo in gioco la tua immagine. Ci racconti come nasce e come si svilupperà questo lavoro?

Caucasian Woman nasce dopo aver lavorato per un breve periodo come ricercatrice iconografica per il mensile femminile “Cosmopolitan”. All'epoca il giornale era sotto la direzione di Annalisa Monfreda, persona che conosco da diversi anni, e per la quale provo una profonda stima, sia per la passione che è riuscita a trasmettermi nel "raccontare storie", sia per la capacità di mantenere sempre una notevole apertura mentale. Nell'estate del 2011 ho collaborato da esterna, facendo ricerche iconografiche per alcune sezioni del giornale. Sin dall’inizio ho notato come i database di immagini (da Getty a Corbis, ecc.) fossero per lo più archivi americani e quando dovevo cercare un'immagine di una donna da inserire nell'articolo, era necessario selezionare "caucasico", per avere dei volti che fossero il più possibile simili ai nostri (le altre categorie andavano dall'asiatico al latino-americano, al nero).

 

Ho iniziato, quindi, ad avere una percezione diversa di me, come donna bianca: vista dagli americani ero, appunto, una "caucasica". Da lì, il passaggio successivo è stato pensare che sarebbe stato molto divertente vedere una di queste donne delle immagini stock, crescere negli anni, vedere lo stesso volto invecchiare, una sorta di storytelling dentro allo stock. Dopo alcuni mesi trascorsi a capire quali e quanti lavori simili fossero già stati realizzati, ho deciso di scegliere me stessa come soggetto, sono e sarò l'unica persona che devo frequentare per tutta la vita! Ma non mi interessava un'autocelebrazione narcisistica, bensì riuscire a standardizzare la mia identità. Per questo motivo Caucasian Woman non porta la mia firma, volevo essere “stock” anche nello pseudonimo: “Una Fotografa”.

 

All'inizio avrei voluto scattare immagini ogni tre anni, ma dato che geneticamente invecchio con lentezza, ho deciso di estendere il periodo a cinque anni e realizzare cinque sessioni, per arrivare alla produzione di un libro fotografico quando compirò sessant’anni. Dopo alcune settimane dall’inizio del progetto, Luca Ponchiroli, con cui avevo collaborato a Witnesses of Stone, mi confermò che negli anni Sessanta (gli anni del boom economico, importanti anche nella definizione di una nuova immagine femminile), era uscita in Italia sotto forma di una serie di allegati, l'Enciclopedia della Donna, venti volumi pubblicati da Fabbri Editori, che spiegavano come essere e come comportarsi nella nuova società. Vi si potevano leggere una serie di indicazioni che andavano dal "come rispondere al telefono se qualcuno ha sbagliato numero", al "conoscere gli usi e i costumi della donna giapponese". Da lì, associare le immagini prodotte ai testi dell'Enciclopedia, è stato un gioco divertente di associazioni mentali. Il contrasto tra i due mondi era quanto di più armonioso la mia mente riuscisse a concepire, scattare quelle immagini è stata (ed è) un’esperienza catartica: nello stesso momento sei regista, attrice, costumista, truccatrice, ti vedi da fuori e ti percepisci da dentro, modifichi la tua forma e segui un pensiero che vuoi manifestare, oscilli tra un velato delirio di onnipotenza e una potenziale schizofrenia. Accettare di dare una forma bidimensionale a un proprio pensiero, utilizzando la propria emanazione corporea, ridicolizzandola per renderla universalmente leggibile, è un passaggio abbastanza complesso che però è necessario fare per non provare vergogna a posteriori. Per questi motivi, è uno dei progetti che amo di più, perchè esprime quello che penso e come vedo il mio contesto sociale e ambientale.

Linda Ferrari, Autoritratto, dal progetto Caucasian Woman

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