Fior di ginestra

Lenta, e saggia, per Leopardi è la ginestra. Ma ogni anno, tra aprile e maggio, quando i declivi ridono e profumano di giallo, non mi sovviene il canto estremo del Recanatese. A rischio d’apparir dimentica del crudo destino dell’umana specie, e sciocca quanto il secolo da lui dileggiato, quando le ginestre sono in fiore è una pagina dannunziana che mi corre alla mente. Sarà perché le ginestre del mio cuore sono marchigiane, quelle del promontorio tra Gabicce Monte e Fiorenzuola di Focara, dove il giallo taglia il verde e il blu come nell’occhio di Franco Fontana; sarà perché qui la ginestra non par proprio «fiore del deserto» e i vulcani sono tanto lontani. Sarà per questo che le ginestre dannunziane di San Vito Chietino e tutta la voluttà di Giorgio Aurispa in attesa d’Ippolita hanno il sopravvento nella mia memoria poetica: sta per arrivare la desiderata, e deve passar sui fiori al pari della Madonna dei miracoli. Cinque giovani, campagnole e canterine, sono state mandate a giuncare i fiori del maggio e Giorgio le raggiunge:

 

Trovò il ginestreto.

Era un pianòro dove le ginestre fiorivano con tal densità da formare alla vista un sol manto giallo, d’un colore sulfureo, splendidissimo. Le cinque fanciulle coglievano il fiore per riempirne le ceste, e cantavano. Cantavano un canto spiegato, con accordi di terza e di quinta perfetti. Quando giungevano ad una cadenza, sollevavano la persona di sul cespuglio perché la nota sgorgasse più libera dal petto aperto; e tenevano la nota a lungo, a lungo, guardandosi negli occhi, protendendo le mani piene di fiori. […] Emergevano, dalla cintola in su, fuor de’ cespi fioriti, mentre d’intorno ronzavano le api diligenti.

(Il trionfo della morte, 1984)

 

 

È un «incanto fuggevole», una parentesi felice d’armonia con il paesaggio, i costumi agresti, i canti popolari: Tutte le funtanelle se so’ seccate intona Favetta, «la prima cantatrice di San Vito», in sintonia con la sete d’amore di Giorgio.

 

 

Favetta, ammicco onomastico: alla famiglia delle fabacee appartengono infatti le ginestre, nome indeterminato con cui si è soliti (e non a torto) aggirare la nebulosità dei diversi generi botanici Genista, Spartium e Cytisus, (ma non dimentichiamo l’intricato Ulex, o ginestrone). Più che dai fiori simili per aspetto e colore, e per i frutti racchiusi nei baccelli, si distinguono tra loro per il portamento lasco o eretto, la sezione dei rami e la foggia delle foglie, comunque piccole e caduche. Il Cytisus scoparius porta foglie trilobate su ramoscelli a sezione quadrata; è noto come ginestra dei carbonai perché, difficilmente infiammabile, manteneva più a lungo il fuoco delle cataste migliorando la qualità del prodotto. Lanceolate sono invece le lamelle della ginestra odorosa («odorata ginestra», sempre Leopardi), unica specie del genere spartium, che si alternano su frasche lisce a sezione circolare. Al genere Genista appartengono la G. tintoria dalle intuitive proprietà, la G. januensis dai rami a sezione triangolare, e la pungente G. germanica. Favolosa è poi la Genista aetnensis, non arbusto ma albero che mal si adatta fuor di casa, e del Vesuvio – su cui pure han cercato di introdurla negli anni Cinquanta – proprio non ne vuol sapere.

 

 

 

In natura ne esistono anche d’altri colori come il Cytisus purpureus dell’arco alpino orientale, o la mediterranea bianca Retama raetam, ulteriore genere nella botanica babele nominalistica. In Italia la Retama monosperma è esclusiva ligure, coltivata come fronda da taglio la troviamo dai fiorai anche nelle indotte colorazioni pastello.

 

 

Fiori e mieli, ramazze e plantagenitiche fruste, ceste e corde, carta, tessuti e tinture, persino legno per balestre: delle ginestre, o dei citisi che dir si voglia, non si butta via niente. Ottime per consolidare ripe assolate, deliziose abbinate all’aromatico rosmarino. Ma se il vostro giardino, come il mio, non respira brezze di mare, non dimenticatevi di potarle dopo la fioritura: la neve vi dimostrerà tutta la pertinenza di quel leopardiano lenta ginestra.

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