Abitare la fine insieme: Churchill, lacasadargilla
Il tempo è compiuto, almeno a giudicare dai palcoscenici nazionali. Cataclismi e apocalissi attraversano drammaturgie e partiture coreografiche, ne determinano gli abbrivi, ne costellano l’incedere. È una tensione escatologica, un’esplorazione performativa dei destini ultimi che sembra costituire l’ovvia conseguenza di un altro evidente trend, quello dell’impegno e dell’attivismo: là dove questo ancora tenta di incidere sul reale, di mostrarne le zone d’ombra e denunciarne l’orrore, quello fronteggia con afflato filosofico gli interrogativi sul dopo, edificando utopie possibili o paventando feroci incubi. Ecco che l’estinzione di massa del Cretaceo è anticipazione di una nuova era, imprevista e post-umana (è il caso di Asteroide di Marco D’Agostin); ecco che un volontario annientamento della specie umana (incipit narrativo di DREAM di Alessandro Sciarroni) è scaturigine di una selvaggia e selvatica rinascita della vita; ecco che utopie ecofemministe (come nelle creazioni per performer e puppet animatronici di Marta Cuscunà) nascono sulle ceneri di un ambiente al collasso. La catastrofe, d’altro canto, è ormai quotidiana, al punto che è possibile sperimentarla in alcuni dei “30 esercizi performativi” di cui si compone Dance Me to the End of the World, il volume firmato da Sotterraneo e edito dal Saggiatore come atipica guida del quartiere Corvetto, a Milano: fantasticare sul nostro “ultimo giorno sulla terra” è facile, inquietante, liberatorio. Sono tempi di estinzione, quelli che viviamo: e Uno spettacolo per chi vive in tempi di estinzione è il titolo della drammaturgia firmata da Miranda Rose Hall e portata in scena da lacasadargilla nel marzo 2022 all’interno del progetto Sustainable Theatre?, tra i primi esiti del fortunato legame tra il Piccolo Teatro e la compagnia formata da Lisa Ferlazzo Natoli, Alessandro Ferroni, Alice Palazzi e Maddalena Parise. E ancora, a ripercorrere le tappe del sodalizio produttivo tra lo stabile milanese e il gruppo romano, si incontra nel 2021 l’esperienza di Ogni volta unica la fine del mondo: la rassegna estiva curata da lacasadargilla insieme a Marco D’Agostin e a Marta Cuscunà, tanto un esperimento di cooperazione tra gli Artisti Associati al Piccolo quanto l’ennesima traccia di una temperie che dall’imminenza dell’apocalisse ha saputo trarre linfa per esiti scenici stratificati. Fu proprio come evento inaugurale di quell’esperienza che il Chiostro Nina Vinchi ospitò un reading di Escaped Alone: a interpretare le amabili signore protagoniste della pièce di Caryl Churchill fu anche – insieme a Cuscunà, D’Agostin e Ferlazzo Natoli – Milena Vukotic, l’unica la cui età era corrispondente all’indicazione posta da Churchill in apertura del testo (le quattro donne “hanno tutte almeno settant’anni”).

A quasi cinque anni di distanza da quell’approccio germinale, oggi lacasadargilla affronta Escaped Alone nella sua prima messa in scena italiana, e con esso si misura, una volta di più, con l’incombere della fine. Da quel reading, la compagnia eredita l’intuizione di un ensemble attorale anagraficamente non coerente con le note drammaturgiche, ma accosta adesso alla scelta registica un più importante gesto produttivo, un moto affettivo che conferisce ulteriore vitalità al progetto. A dare corpo e voce a Sally, Vi, Lena e alla signora Jarrett sono così, rispettivamente, Caterina Carpio, Arianna Gaudio, Alice Palazzi e Tania Garribba: quattro attrici ben più giovani delle loro personagge, ma soprattutto quattro compagne di strada, co-artefici di alcune delle pagine più rilevanti della storia de lacasadargilla. È una piccola celebrazione di quell’ecosistema di relazioni orizzontali, impreviste e fluide, che contraddistingue il panorama teatrale odierno, e che dissolve in una rete di legami artistici sia la supposta verticalità della regia sia la rigida conformazione, ancora novecentesca, della compagnia: un cluster di competenze e ruoli, di anime affini, che si scelgono tra loro e scelgono di portare avanti, insieme, un’idea di teatro. E a scorrere la locandina di Escaped Alone, al suo debutto nazionale al Teatro Grassi, troviamo altri nomi di collaboratori storici del gruppo, accanto a quelli incontrati grazie al sistema degli Artisti Associati al Piccolo: Margherita Mauro come dramaturg, Luigi Biondi come drammaturgo delle luci, Anna Missaglia ai costumi, e poi Marta Ciappina, Marco D’Agostin. D’altro canto il soggetto tematico della poliedrica pièce di Churchill, lungi dall’esaurirsi in uno sguardo gettato verso l’abisso in cui l’umanità sta precipitando, è la stessa materia ineffabile delle relazioni amicali, la tessitura di una sorellanza quotidiana come ultimo argine posto prima del crollo. Proprio lo specifico muliebre conferisce al testo e alla sua traduzione scenica sensi ulteriori: se la materia umana che informa e ha informato negli anni lacasadargilla riverbera oggi attraverso le parole di Churchill, e grazie a esse trova nuova linfa, il tema della vecchiaia femminile, il suo scandalo – che la drammaturga inglese, con la sua consueta parsimonia di mezzi, tocca con levità menzionando gli acciacchi tipici dell’età: le anche da sostituire, le ginocchia e le schiene doloranti – diventa, nei corpi di donne di circa cinquant’anni, un orizzonte da attraversare. Il compito che Ferlazzo Natoli e Ferroni hanno affidato all’ensemble di attrici è pertanto interpretativo quanto biografico: una sfida che riflette costantemente la vita nella finzione del palco, il destino individuale nella fantasia drammaturgica, l’incendiaria materia dei rapporti professionali e amicali nella creazione artistica. Carpio, Gaudio, Palazzi e Garribba, sotto la guida esperta di Ciappina e D’Agostin (la prima autrice della drammaturgia del movimento, il secondo nel ruolo di accompagnatore alla ricerca), hanno cucito sul proprio corpo la prossemica di un’età futura, abitando la terza età come un’atmosfera. L’esito appare forse non sempre calibrato, ma ci regala già, in questa prima settimana di repliche, un collage di efficaci tic, una collezione di atteggiamenti che si imprimono nella memoria: ecco la postura rigida della Sally di Caterina Carpio, le mani sempre in grembo o ad accarezzare le anche; ecco quell’inforcare gli occhiali della Vi di Arianna Gaudio, con la malcelata stanchezza di una gestualità ripetuta troppo a lungo. Luminoso è invece l’esplodere, al di sotto della spola degli sguardi che le quattro lasciano correre tra loro, di un nucleo di amore, di solidarietà e resistenza femminile che immaginiamo cementare i rapporti tra le attrici nel piccolo mondo del teatro italiano, e che, qui nel giardino sul retro della casa di Sally, è un baluardo prima del buio.

È infatti in un pomeriggio estivo – o piuttosto in una lunga, potenzialmente infinita serie di pomeriggi estivi – da trascorrere sorseggiando tazze di tè e scambiandosi illusioni, paure e disincanti, che Churchill immagina il rendez-vous tra le quattro signore: un appuntamento che intuiamo essere ordinario per Vi, Sally e Lena, e nel quale irrompe – imponderabile e tuttavia attesa, come fosse stata preannunciata – la signora Jarrett: è lei, che aveva “già visto da qualche parte” le tre donne, a scompigliare la normalità di quel pomeriggio, di quelle ore che non hanno più lo splendore del mattino ma che non lasciano ancora intuire l’oscurità della notte, è lei a far caracollare a tratti – nella banalità di una conversazione tra amiche, tra commenti sui cambiamenti della città e confidenze sui figli ormai lontani – l’alterità della profezia, la cronaca del disastro. La struttura di Escaped Alone è d’altro canto di rigida geometria: una sequenza di scene prive di accadimenti concreti, nelle quali rapidissime battute si susseguono tra vacuità, frivolezze e squarci di vertiginosa verità, e al termine di ciascuna delle quali si stagliano impervi monologhi. Sono commossi flussi di coscienza per Vi, Sally e Lena, e sono soprattutto, per Jarrett, aperture su scenari di apocalissi possibili o piuttosto già in essere, pronunciate ricorrendo a un tempo verbale (il passato remoto) che acuisce l’ambigua natura profetica delle visioni. È il tempo – per citare il Broch de La morte di Virgilio – del “noch nicht und doch schon”, del “non ancora, eppure già”: l’attimo sul confine, la cronologia del margine. È il tempo della fine e nella fine, è il collassare degli ieri e dei domani in un oggi in cui si confondono e sovrappongono, perdendo consistenza o acquisendo quella del sogno.
La sfida registica che il testo di Churchill impone (qui nella traduzione di Monica Capuani) è perciò quella di lasciare coagulare, al di sopra di una partitura verbale di matematica linearità, i rimandi interni e le sfumature del linguaggio, e soprattutto quella di restituire la valenza di un testo che, sotto l’aspetto di un sofisticato esercizio di stile, cela acuminate valenze etiche e politiche. Non nuova alle trappole disseminate nella scrittura di Churchill – L’amore del cuore, produzione del 2021, ha nella reiterazione di un medesimo pattern drammaturgico un punto in comune con Escaped Alone – la regia di Ferlazzo Natoli e Ferroni si trova pertanto a gestire adesso un materiale ancor più magmatico e inafferrabile. Abbandonando l’asciuttezza formale che aveva contraddistinto quel primo incontro con Churchill, qui lacasadargilla opta per uno straordinario impianto scenografico (lo spazio è ideato da Alessandro Ferroni, mentre le scene sono di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi), architettando una macchina teatrale di imponente efficacia visiva, esaltata dalle superbe, drammatiche luci di Luigi Biondi. Il palco del Grassi, coperto da un manto erboso, è ora un anonimo giardino suburbano: alcune sedie in metallo, un tavolino e un set da tè, basse siepi a delimitarne il confine. Dietro di esse, incombente al di sopra di questo idillio cittadino, è un gigantesco megaschermo sul quale campeggia, all’ingresso del pubblico in sala, il titolo della pièce nel riconoscibile font della Coca-Cola. Quasi un omaggio a Luna e GNAC, il celeberrimo racconto di Italo Calvino contenuto in Marcovaldo, quel ledwall pubblicitario è al contempo il rigido sipario posto a negare qualsiasi panorama, e la tela sulla quale gli ambienti visivi di Maddalena Parise – creati facendo ricorso con chirurgica cura ad alcuni software AI, di cui ereditano l’estetica posticcia – perimetrano ulteriormente il paesaggio tematico: sprazzi di un cielo nuvoloso si alternano ad ambigui e patinati spot di società immobiliari, di centri di bellezza, perfino a sequenze di una serie tv esotica e glamour, di cui le quattro amiche sono appassionate spettatrici. Il mondo che dilaga da quel fondale è artificiale e perturbante, un’immagine di un incubo del quale finalmente iniziamo a essere consapevoli; il Bosco Verticale progettato da Stefano Boeri, che per brevi istanti appare in un’angolazione prospettica inconsueta, ha già da tempo smesso di affascinare, diventando suo malgrado il simbolo di una speculazione edilizia feroce e brutale, la pietra miliare dello sfruttamento ipercapitalista delle nostre città. Churchill, non a caso, scrive Escaped Alone nel 2016 (quando ancora eravamo convinti che pandemie e guerre, genocidi e massacri fossero relegati nei libri di storia), durante quella bolla immobiliare londinese di cui registra il pericolo: “il vento agitato dalle società immobiliari (…) ben presto rivoltò le teste al contrario”, fa dire a Jarrett in uno dei suoi profetici assoli. Accanto a questa si affastellano paure vecchie e nuove, immagini fantastiche e surreali si alternano ad altre ben più concrete: disastri ecologici (“quattrocentomila tonnellate di roccia (…) si sono staccate dalla collina”) obbligano le comunità di sopravvissuti al cannibalismo; alla frequenti carestie si pone rimedio invitando gli affamati a consumare, su schermi televisivi, soltanto programmi di cucina; i monconi carbonizzati delle vittime di colossali incendi sono materia prima per “arte e biscotti”. A fare da contrappunto alle apocalissi dipinte da Jarrett si stagliano invece i drammi ordinari delle tre donne: fobie sociali e pensieri ossessivi, la solitudine e la difficoltà di adattarsi ai cambiamenti, lo spettro della depressione, la violenza domestica subita e quella inflitta per sopravvivere. Eppure non è forse qui, in questa complessa melodia ritmica di terrori sognati ed esperiti, che Escaped Alone cela il proprio segreto: quanto in una riflessione sull’assuefazione contemporanea al male, e sui modi con cui proviamo a raccontarlo, a scenderci a patti. Non a caso è Ismaele l’escaped alone citato nel titolo, colui che sopravvive al naufragio del Pequod nel Moby Dick di Melville e, come Giobbe, è costretto a testimoniare e raccontare quanto vissuto. Ma come narrare, oggi che la favola bella di Caino e Abele non ci basta più, un mondo nel quale per uccidere è sufficiente un drone, del tutto simile a quelli che lasciamo volare, nei pomeriggi d’estate, al di sopra dei nostri giardini?

La vastità di suggestioni che il testo dipana è, nelle mani di Ferlazzo Natoli e Ferroni, spinta fino al parossismo, in una pluralità di segni a tratti eccedenti l’arco drammaturgico: le quattro donne giocano a cricket, si dilettano col tai chi, oppure eseguono sequenze di un esercizio di danza alla sbarra; rapidi sommovimenti, come di talpe che emergono dalle profondità del terreno, dichiarano fin troppo esplicitamente la persistenza di un altrove d’inquietudine; la gestualità misurata delle anziane signore lascia spazio in alcuni momenti a confusi cedimenti, all’improvvisa ricerca di un contatto con il suolo. Nei momenti di brio, negli sprazzi in cui questo Escaped Alone si concede, fino in fondo, di aderire anche alla propria natura di commedia, lo spettacolo trova invece la propria cifra più felice, con esiti altissimi: è quando Sally sbeffeggia con affetto l’agorafobica Lena; è quando i dettagli dell’omicidio compiuto da Vi emergono con complicità e ironia; è soprattutto quando l’impalpabile natura di un’amicizia dilaga in canto, e le quattro si lasciano andare, bislacche e gioiose, a un’indimenticabile esecuzione a cappella di Smells Like Teen Spirit. “Bring your friends / It’s fun to lose and to pretend”: Kurt Cobain ci invitava a stare insieme, godendo anche della sconfitta, come spiriti adolescenziali frapposti al tramonto del mondo e delle nostre vite. Forse è in questo riconoscersi – nel tornare, per un istante, le ragazze di un tempo – che l’apocalisse smette di essere solo annientamento e si rivela come possibilità di uno sguardo condiviso. Un ultimo, ostinato gesto di relazione prima del buio: è questa la rivelazione che l’apocalisse promette.
Le fotografie sono di Masiar Pasquali.