Alfabeto Pasolini

Il cuore della pineta

Non uno, ma molti. Non l’individuale ma il collettivo. E, tra le piante, il collettivo ha la sua espressione nel bosco puro, nella pineta soprattutto. Pineta di monte (abetaie o lariceti) e di costa, con pini domestici e marittimi. L’essere, l’esistere, della pineta sta nel ripetersi della sequenza, dove si fa esperienza dell’uno e del molteplice, per non dire dell’uno nel molteplice e viceversa. Ma non è il caso di impaniarsi in filosofeggianti allusioni. Piuttosto, una volta tanto, soffermarsi sul valore dell’insieme, dello stare insieme.

Misterioso è il fascino del grande albero isolato in mezzo a una piana o su una cresta collinare, oppure quello dell’ultimo esemplare che osa avanzare oltre la linea montana del verde. Molti di noi hanno il proprio albero di riferimento, nel giardino di casa o in un orto botanico, in un parco o in un’aiuola di città, e ci piace stare accoccolati ai suoi piedi o seduti su una panchina a pensare, leggere, conversare. 

Parlando di pini marittimi, un solitario pino iconico è quello dipinto da Carlo Carrà nel 1921 (Il pino sul mare), sproporzionato e improbabile con quelle fronde da latifoglia nel piccolo globo della chioma, ma sprigionante una atmosfera di presagio, metafisica e primordiale insieme.

 

 

Altra è la dimensione della pineta: vi è in essa un respiro più grande, più profondo, una vitalità multiforme. Invita al cammino la pineta, a una riflessione cadenzata dal passo, all’esplorazione dell’alto e del basso, di chiome ed arbusti, invita all’ascolto, all’avvistamento delle vite terrestri e aeree  – le «frecciate biancazzurre» delle ghiandaie – che la animano, invita ad allertare i sensi tutti per captare odori, rumori, riverberi di luce. E non sai mai in che t’imbatti.

La nostra penisola accoglie e salvaguarda molte pinete. Tra queste la più letteraria è la pineta della marina di Classe evocata da Dante nel ventottesimo canto del Purgatorio (vv. 7-21) quando, giunto in cima alla montagna ammira l’incanto della «divina foresta spessa e viva» dove cantano gli uccelli e spira un dolce vento primaverile, e dove gli apparirà Matelda leggiadra, che canterellando coglie fior da fiore:

 

    Un’aura dolce, sanza mutamento

avere in sé, mi feria per la fronte

non di più colpo che soave vento;

    per cui le fronde, tremolando, pronte

tutte quanto piegavano a la parte

u’ la prim’ ombra gitta il santo monte,

    non però dal loro esser dritto sparte

tanto, che li augelletti per le cime

lasciasser d’operare ogne lor arte,

    ma con piena letizia l’ore prime,

cantando, ricevieno intra le foglie,

che tenevan bordone a le sue rime,

    tal qual di ramo in ramo si raccoglie

per la pineta in su ’l lito di Chiassi,

quand’Eolo scilocco fuor discioglie.

 

Nella stessa pineta Boccaccio ambienta l’ottava novella della quinta giornata, quella di Nastagio degli Onesti che, spregiato dalla giovane dei Traversari, se ne allontana accampandosi in un «luogo forse tre miglia fuor di Ravenna, che si chiama Chiassi»:

 

«Ora avvenne che uno venerdì quasi all’entrata di maggio, essendo uno bellissimo tempo, ed egli entrato in pensiero della sua crudel donna, comandato a tutta la sua famiglia che solo il lasciassero, per più potere pensare a suo piacere, piede innanzi piè sé medesimo trasportò, pensando, infino nella pigneta. Ed essendo già passata presso che la quinta ora del giorno, ed esso bene un mezzo miglio per la pigneta entrato, non ricordandosi di mangiare né d’altra cosa, subitamente gli parve udire un grandissimo pianto e guai altissimi messi da una donna; per che, rotto il suo dolce pensiero, alzò il capo per veder che fosse, e maravigliossi nella pigneta veggendosi; e oltre a ciò, davanti guardandosi, vide venire per un boschetto assai folto d’albuscelli e di pruni, correndo verso il luogo dove egli era, una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e da’ pruni, piagnendo e gridando forte mercé; e oltre a questo le vide a’ fianchi due grandi e fieri mastini, li quali duramente appresso correndole, spesse volte crudelmente dove la giugnevano la mordevano, e dietro a lei vide venire sopra un corsiere nero un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano, lei di morte con parole spaventevoli e villane minacciando.»

 

 

La caccia feroce, infernale, si rivela essere il castigo inflitto per un amore non ricambiato e fungerà da monito per la giovane Traversari che, messa di fronte a tale figura di destino, convertirà l’odio in amore e sposerà Nastagio. La novella venne illustrata in quattro mirabili pannelli da Botticelli e dalla sua bottega nel 1483: i fusti colonnari dei pini sono protagonisti, dominano la scena orrorosa degli umani che si svolge sotto ai loro ombrelli (resi con pennellate più realistiche di quelle di Carrà), conferendole austerità, vigore e profondità prospettica. 

I pini dell’antico bosco di Classe sono pini domestici (Pinus pinea), pini da pinoli, che i monaci camaldolesi, fondatori della Basilica di Sant’Apollinare in Classe, seppero sfruttare e conservare con molta cura.  Patrimonio comune, fanno ora parte del Parco del delta del Po e sono di proprietà della città di Ravenna che se ne fregia anche nello stemma. 

Marinara e romagnola – chissà forse proprio quella di Classe – è la pineta cantata dalla poetessa cesenate Mariangela Gualtieri. La ritrae da dentro e da fuori in un paio di poesie, che prelevo dalle raccolte Le giovani parole (Einaudi 2015) e Quando non morivo (Einaudi 2019):

 

Nelle nere densità del parco

 

Il cuore della pineta è un putrefatto enigma

che rinasce dall’intrico del secco

con acque tenebrose immobili.

Un disordine imbattibile

di crescite ramificate e spine

e pendule cadute di edere e liane –

il cuore della pineta non si doma

non si contiene e racchiude

non si confeziona in bordature ordinate.

E questo silenzio che respira

questo buio palpitante sull’orlo

questa composta attesa di qualcosa

che noi non conosciamo.

Nella pineta si sente tolleranza

sospesa, e quando ce ne andiamo

resta dietro le spalle

l’intesa di ogni ago e artiglio e foglia

un’alleanza che tiene le vite

tutte in una.

 

 

La pineta custodiva il suo enigma

 

La pineta custodiva il suo enigma

come fosse compatta verde nave

tutta forte d’immobile solcare.

La pineta da fuori la guardavo

pedalando veloce. Contemplavo

falcando spensierando. La guardavo

stupefatta dal suo stare per dire

dal suo non dire dal suo non fiatare.

La pineta è un miracolare.

Oltre quella di là c’è intero il mare.

 

Come ben suggeriscono questi versi, nella pineta nulla è isolato, nulla è separato: tutto nella pineta è pineta, competizione e cooperazione coesistono, l’intreccio dei rami ha il suo contrario nel sotterraneo intrico delle radici dove la rete simbiotica delle micorrize unisce albero ad albero. La comunità dei pini – la comunità arborea in generale – è socievole, condivide risorse e informazioni, cure e allarmi. E bada alle nuove generazioni. Partecipazione e scambio, a questo dovremmo pensare quando camminiamo su un morbido tappeto di aghi dentro la fuga di tronchi che paiono tutti uguali. Dovremmo pensare a una comunità, a un legame solidale volto al bene comune. I boschi, le pinete anche questo ci insegnano.

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Ph Nicola Strocchi.