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albero

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Folte fronde e legno duro / Carpino, un albero charmant

I francesi lo chiamano Charme, e di fascino il carpino ne ha da vendere. Bianco o nero per me pari son: il Carpinus betulus (carpino bianco o comune) e l’Ostrya carpinifolia (carpino nero o carpinella), ordine Fagales, famiglia Corylaceae, la stessa dei noccioli. Belli entrambi, specie nei giorni d’inizio autunno quando le foglie dalla cima, e gradualmente giù giù fino alle falde inferiori, cominciano a virare nel giallo, e il verde piglia quella sfumatura olivastra così inconfondibile. Confesso: ho un debole per questi alberi in questo preciso momento dell’anno. Sarà perché il mio moroso ha gli occhi proprio di quel colore lì, sarà perché uno (bianco) mi è capitato in giardino e l’ho tirato su aiutandolo a destreggiarsi col grande, vecchio e competitivo castagno che lo costringe in postura assai scomoda. Sarà perché c’è pure il Carpinus betulus pyramidalis, dall’armonica forma a cono ramificata fin dalla base che, in duplice filare, più di altri alberi mi conquista: la mia passione per i cimiteri m’induce a suggerire di adottarlo al posto dei cipressi, come nel camposanto di Rivarolo Mantovano dov’è sepolto il grande Gorni Kramer. Creano un’atmosfera più pacificata, più domestica...

Torino spiritualità / «Mi sono nascosto» (Genesi, 3,10)

1. La parola, il nome Adamo ha già disobbedito, ma non ha ancora imparato a mentire. Nell’Eden, quando Dio finalmente lo scova e lo interroga, l’uomo risponde con sincerità sconcertante: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gn 3,10). Dal punto di vista procedurale, è un passo falso irrimediabile. La nozione di nudità, inconcepibile senza l’accesso alla conoscenza, si trasforma nell’indizio che permette a Dio di strappare una confessione definitiva. Non avrai mangiato il frutto dell’albero proibito?, insinua l’Altissimo. E l’altro, creatura ancora sincera e già un po’ ipocrita, ammette sì di essersene cibato, ma dietro istigazione e insistenza della donna. Dopo di che, non c’è più niente da fare. Per il resto del capitolo 3 di Genesi, infatti, Dio parla e l’uomo ascolta, a testa bassa: il dolore, la fatica, la sentenza del ritorno alla polvere. Anche il serpente viene condannato per la sua malizia di tentatore, e viene condannata la donna, alla quale toccano le doglie del parto. Solo in rapporto alla sua compagna Adamo sembra ritrovare per un momento la grazia primordiale. Dona un nome anche a lei, Eva (Gn 3, 20), come in...

Jane Eyre / L’albero delle castagne, amare

Sacramentano i milanesi, perché gli gibollano le carrozzerie: in questi giorni di primo autunno i frutti dell’ippocastano (Aesculus hippocastanum) vengon giù con botti fragorosi. Ma io sto dalla sua parte: girino alla larga e non lo molestino posteggiandogli sui piedi. È un tipo solido, forte di tronco, alto di palco, infonde sicurezza da ogni ramo, vigore da ogni gemma, grossa e protetta da perule vischiose. A maggio, pure le pannocchie florali, erette, impettite all’apice delle fronde, danno un’idea della personalità e del carattere di questo individuo arboreo arrivato a Vienna dall’Europa Orientale nel XVI secolo.     È poi a Parigi nel 1615, per merito di Bachelier, e nel 1633 in Inghilterra, dov’è tenuto in gran conto per le sue qualità paesaggistiche. In Italia lo introduce il medico e botanico Mattioli nel 1557, ma da noi mostra difficoltà a naturalizzarsi (non ci sono boschi di ippocastani) e si deve accontentare dei viali e dei parchi cittadini del centro-nord. Non proprio la situazione ideale per uno che ha bisogno di spazio per mostrare al meglio il suo portamento fiero e distendere la densa chioma piramidale. Così in città, quando non è attaccato dalla...

E chi recise all’oleandro un ramo? / Oleandro

Chiamano il mare, gli oleandri. Lo annunciano. Ridono a mazzi, nel mezzo delle autostrade, con colori solari: bianchi rosa rossi (anche gialli) sul verde cupo delle lance fogliari. Ti dicono che sei in arrivo, laggiù tra poco vedrai le dune, le spiagge con i gigli della sabbia (Pancratium maritimum), e il blu. Certo, se si vuole, anche le sdraio e gli ombrelloni oni oni…     Alfieri dell’estate mediterranea, l’accompagnano con lunga fioritura da maggio ad agosto. Rustici, sopportano qualche grado sottozero, cosicché anche al nord li possiamo coltivare in giardino. Facili e generosi – basta un rametto in acqua perché mettano radichette – sono un’essenza decorativa diffusa e vistosa. I fiori, raccolti in corimbi ai vertici delle frasche, sono tubolosi con girandole, semplici o doppie, di cinque petali dal cuore cigliato. A fine ciclo producono un bruno follicolo fusiforme che a maturità si apre liberando i semi, di pappi dotati per il volo. Le foglie, verticillate in serie ternaria con saldi piccioli ed evidenti nervature centrali, sono persistenti e fanno una macchia di lame coriacee che ispira un vigore elastico, specie nei giovani rami assurgenti.    ...

La rosa e l'albero / Verso una filosofia della natura

Il 1889 si può considerare l’anno di una biforcazione fondamentale nello sviluppo del pensiero filosofico del Novecento. Esce il Saggio sui dati immediati della coscienza di Henri Bergson, ruotante sulla distinzione tra materia e spirito, spazio e durata, che alla fine il filosofo francese salderà nella cornice monistica del vivente e della sua evoluzione creatrice, e, a Messkirch, nasce colui che porterà al successo il movimento fenomenologico del maestro Husserl, scatenando in Francia la rivolta dei giovani, come Sartre, proprio contro l’egemonia bergsoniana: Martin Heidegger.   La linea del primo è quella di una filosofia dell’immanenza assoluta, di una realtà naturale concepita come un’infinita memoria vivente, di cui l’io, l’intelligenza umana diventano una provincia. Filosofia che si pone come il “prolungamento” metafisico della scienza della natura e con la stessa dignità di quest’ultima. È la linea che nel volgere di un paio di decenni soccomberà al cospetto della linea maggiore del Novecento, della quale Heidegger consacrerà i due caratteri principali. Da un lato, l’antropologia, fondata sull’eccezione umana rispetto agli altri enti di natura, in quanto l’uomo è...

Le trame del carrubo

Ignara di usare un toscanismo di derivazione colta, mia madre nel suo vernacolo bresciano le chiamava cornacchie. Niente a che fare con i corvidi dominatori dell’urbe e del contado. La voce greca keràtion, e il calco tardo latino cornulum, vale sia piccolo corno che carruba,  il bruno pendulo baccello (siliqua in latino) frutto dell’albero del carrubo (Ceratonia siliqua). Da qui anche la voce carato, l’unità di misura dei diamanti, derivata dal peso pressoché costante dei piccoli duri semi delle carrube.   Le ho assaggiate da piccola, quando erano già in disuso e avevamo ben altri dessert, ma per la generazione di mia madre sono state spesso i soli dolcetti disponibili. Tant’è che, ridotte in farina e con l’aggiunta di grassi e olii vegetali, sono un succedaneo del cioccolato.     A produrle è un albero originario dell’Asia Minore: assai decorativo, non svetta ma ha chioma tondeggiante espansa compatta, foglie composte paripennate con tre quattro coppie di laminelle ovali, coriacee, smarginate all’apice, d’un verde intenso e brillante sulla pagina superiore...

I diospiri di Clizia

“I migliori sono quelli del ragno”, diceva mia madre dei kaki. E il ragno non era l’artropode, ma il disegno delle linee nere nell’arancio al colmo del frutto, che da lontano sembra un aracnide intento a suggerne il dolce.   Per noi al nord, i kaki (per favore, chiamatelo kaki anche al singolare) sono i nostri agrumi. Non v’è brolo o pomario rispettabile senza un albero di diospiri (Diospyros kaki) ben potato, per frutti a portata di mano. Come l’arancio, è cinese d’origine e assai ornamentale: chioma tondeggiante compatta, larghe foglie ovali dall’apice pronunciato, lucide nella pagina superiore, d’un bel verde scuro in piena vegetazione, viranti in autunnali sinfonie di rossi. Poi, a novembre, sui rami spogli spiccano i globi accesi dei frutti a sciogliere freddo e nebbia.   Per questa invernale solarità, nell’Elegia di Pico Farnese (Le occasioni), Eugenio Montale li ha eletti a epifaniche primizie della metamorfosi  di Clizia (colei “ch’a veder lo sol si gira”) in Visiting Angel, o donna del “soccorso”:     Se urgi fino al...

L’albero dei sigari

A Varvara la vista “di una catalpa in piena fioritura produceva [...] l’effetto di una qualche visione anomala ed esotica”. Nel racconto di Nabokov Pnin, lo sguardo dell’io narrante indugia benevolo sulla prosperosa ed esuberante moglie del “mediocre filosofo” Boltov che, con un gruppo di émigrés russi, trascorre l’estate del 1951 nella campagna del New England. Sconcertata e incantata dal numero di piante e animali che non conosce e non riesce a identificare, un giorno Varvara porta “con orgoglio e trafelato entusiasmo, per decorare la tavola da pranzo, un profluvio di bellissime foglie d’edera velenosa”. Oltre a regalarci una prosa dalle pennellate smaglianti, come quella sul Professor Boltov “in cui l’oscuro si coniuga in modo tanto singolare con il banale” (ottima anche per i filosofi nostrani), Nabokov sciorina disinvolto nomi di alberi; mai generico, individua ontani, lauri, aceri e, appunto, catalpe.     La bizzarria onomastica si deve - forse - a un’alterazione di Catawba, il nome di un fiume e di una tribù di nativi americani. Ma la pianta in...

Philippe Descola. Diversità di natura, diversità di cultura

È di pochi giorni fa una triste notizia: in Florida hanno abbattuto un senatore. Ciò che colpisce, tuttavia, non è la notizia in sé quanto piuttosto il suo genere: non si tratta di un assassinio politico ma di un disastro ecologico. Il Senatore in questione, infatti, non era un uomo politico ma un albero, per la precisione un cipresso, e aveva 3600 anni.  Stava lì da moltissimo tempo prima dell’arrivo di Colombo, quando gli indiani seminole lo adoravano come un totem, e lì è sempre rimasto, sorta di attrattiva turistica venerata dagli ambientalisti che giungevano numerosi in pellegrinaggio, a cui perfino i presidenti statunitensi andavano a rendere omaggio. Recava un targa di bronzo, a memoria delle tante visite illustri, che devastatori di turno avevano provato più volte, e inutilmente, a far sparire. Il Senatore, considerato il secondo albero più longevo del mondo, ha preso fuoco inaspettatamente ed è ora un mucchio di cenere. Cosa abbastanza strana, dato che per proteggerlo già da tempo gli avevano applicato un parafulmine.   Questo fatto, e il modo in cui i giornali di mezzo...

Nudo di albero

Nel mio landscape di colline moreniche tra il Lario e il Sebino, d’inverno la vegetazione di latifoglie vuole attenzione estrema, sguardo concentrato. Gli alberi nudi non sono meno interessanti che vestiti. Meglio se ne coglie il profilo, il portamento: l’angolo più o meno acuto d’incidenza dei rami, il punto più o meno alto d’innesto sul fusto. L’esercizio di riconoscimento, arduo senza clorofilla, si appoggia ai dettagli. Si fa spirituale, religioso.        In cresta, lo skyline rivela il rameggio fine delle robinie interrotto qua e là dai palchi neri di querce e castagni. A mezza costa, le foglie secche persistenti sbalzano, sul manto bruno in linea continua con la terra arata, carpini o farnie. L’alone violaceo delle gemme pronte alla schiusa dice che la macchia dei castagni resiste al “verzicante assedio” dell’invasore, carico di spermatici baccelli, spregiato da Gadda: “Al passare della nuvola, il carpino tacque. […] La robinia tacque, senza nobiltà di carme, ignota al fuggitivo pavore delle driadi, come alla fistola dell’antico bicorne:...

Rizoma

Presentato per la prima volta in un testo omonimo pubblicato dalle Éditions de Minuit nel 1976 e poi ripubblicato come primo capitolo (Introduzione) di Millepiani quello di rizoma è un concetto cardinale della coppia filosofica formata dai francesi Gilles Deleuze (filosofo) e da Félix Guattari (antipsichiatra).   “Il rizoma (da rizo-, radice, con il suffisso -oma, rigonfiamento) è una modificazione del fusto con principale funzione di riserva. È ingrossato, sotterraneo con decorso generalmente orizzontale” (da Wikipedia). Tuttavia nel repertorio concettuale di Deleuze & Guattari il rizoma indica tutt’altro che radicamento, verticalità e gerarchia (si pensi alla metaforica heideggeriana legata al Grund): il rizoma cresce infatti orizzontalmente e ha struttura diffusiva, reticolare, anziché arborescente. Il rizoma è un anti-albero, un’anti-radice, un’anti-struttura.   L’orizzontalità rizomatica è giocata simbolicamente contro l’immagine filosofica di una conoscenza “verticale” (l’albero della conoscenza, dalla Bibbia a Descartes a...

Corylus colurna / nocciolo di Costantinopoli

Molti milanesi storcono il naso di fronte alle squadrate architetture della Bicocca e si lamentano del verde lesinato, irreggimentato nelle linee ortogonali dei viali o nella scacchiera di cemento di piazza dell’Ateneo nuovo. Un verde costruito, piegato alle geometrie urbanistiche, metafisico. A me la Bicocca piace così, anche per quest’uso matematico del verde. E poi perché riserva piacevoli sorprese: i dislivelli pedonali consentono talora inaspettate prospettive aeree da cui osservare alberi e cespugli, il glicine scompiglia la regolare fuga dei pergolati intorno alle fontane, la grazia giapponese dei bambù ben si accorda con la pulizia razionale dei palazzi e al contempo ne mitiga il rigore. Così appare economica ed elegante la scelta del profumato caprifoglio per tappezzare tra gli alberi d’alto fusto le aiuole dei viali, ad impedire che la gramigna prenda il sopravvento.   Ma il tesoro della Bicocca, tutto commestibile, sta a pochi passi dal fabbricato, bellissimo, che ospita la Facoltà di Matematica sul viale che porta alla stazione di Greco Pirelli. Qual meraviglia, a Milano, poter camminare fermandosi a...