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generazione

(18 risultati)

Ritorno al futuro. Il futuro non è più quello di una volta

Che un soggetto rifiutato da più di quaranta Studios sarebbe potuto diventare uno straordinario successo commerciale e (rarissima combinazione) uno dei cult più famosi della storia del cinema, dovette sembrare abbastanza improbabile nel 1985. Zemeckis e il suo co-sceneggiatore Bob Gale, ad esempio, temevano che la trama del film fosse troppo infantile per gli adolescenti di allora (famelici della combo sesso e violenza sdoganata ormai da un po’) e al tempo stesso la consideravano troppo rischiosa per una destinazione disneyana, vista la sotto-trama del possibile incesto madre-figlio. Senza la tenacia del regista e l’aiuto provvidenziale di Spielberg nelle vesti di produttore, oggi non avremmo Ritorno al futuro, uno dei film più citati, parodiati e amati della storia recente.   Difficile stimare se anche in Italia come negli Stati Uniti la saga vanti la stessa quantità di fanatici ammiratori, o di nerd e geek che ne fruttano ogni elemento (arrivando a darsi pena di costruire una DeLorean con le lattine di Pepsi). Quel che è certo è che anche da noi il film conta infiniti passaggi televisivi ed è considerato pi...

Pechino. Giovani lettori

È difficile dare un’età ai cinesi. La ragazza a cena con noi potrebbe averne poco meno di trenta, un filo di pinguedine come accade a molti della sua generazione: quelli del ceto più alto, che provengono magari da famiglie di un certo benessere in progressivo aumento. La vita facile che si schiude a chi fa fortuna (e ha avuto modo di farla, in un modo o nell’altro, cavalcando lo sconvolgente passaggio da un’economia di stato totalitaria a un altrettanto totalizzante liberismo rampante), in un paese che cresce. Quando inforcherà la biciclettina a fine cena, commentando la mia abitudine di tornare a casa a piedi con una lunga camminata tra le vie secondarie, gli hutong silenziosi, dirà: ho la bicicletta perché si è rotta la batteria del motorino: io non amo lo sport. Ma camminare, o spostarsi in bicicletta, non è mica sport, obbietto io. Fai fatica, dice lei. È strano, perché io la pinguedine giovanile la collegherei d’istinto a un velo di malinconia, a un’attitudine alla rinuncia, alla paura di esporre il proprio corpo a rivelazioni inattese come l’aria fresca nei capelli in...

Dissolidarizzare o no dalle "generazioni"?

Tornano impetuose le “generazioni”. La parola corre. Non importa chi l’ha usata per primo, è questione di molti giorni. Nicola Abbagnano ricorda che l’opposto di “generazione” è “corruzione”: sarà forse per questo che torna oggi come sciame?   Matteo Renzi ha ricordato la “generazione Erasmus” che esiste da anni e che in effetti ultimamente era stata dimenticata, data come ben nota, quindi archiviata; ma forse no. Marco Travaglio coglie al volo e, su “Il fatto”, parla di “generazione Telemaco”, a proposito di Pier Silvio, figlio di Berlusconi, cotanto padre, intorno al quale fino a pochi settimane fa si addensava la “generazione dei berluscones”, in cui si trova una vasta platea di “igienisti dentali”, e così via.     Michele Serra, nella sua “Amaca”, ricorda che anche i centenari servono a qualcosa: ad esempio, a rammentare la “grande guerra” che seppellì una “generazione di europei” nel sangue e nel fango. Si può aggiungere ad essa, quella dei leggendari “ragazzi del...

Intorno a Ettore Sottsass

L’incontro con Andrea Branzi è stato uno dei momenti centrali della mia scrittura su Ettore Sottsass, che ho cercato di vivere come un viaggio.   Ricordo da bambina uno strano programma televisivo dove un omino ridotto in dimensioni microscopiche, come colpito da una strana magia, riusciva a viaggiare dentro un corpo umano attraversando organi, cellule, tessuti, membrane e scoprendo parti immaginifiche che abbiamo tutti dentro di noi e che ci appartengono nel profondo. Mi sono sentita un po’ così: un essere microscopico che viaggia dentro il pensiero di un gigante.   Mi ha sempre incuriosito il meccanismo del pensiero. Esiste un libro bellissimo di Giorgio De Chirico che si intitola proprio così, dove lui spiega con una certa ironia e sprezzo per l’opprimente protervia del pensiero dominante, come parlare con le immagini, i disegni, la pittura e gli oggetti non sia altro che un modo diverso dalla parola per pensare. Anzi. Forse più profondo e universale.   Questi sono stati i miei modelli. Sono partita con la scrittura per capire come fosse possibile raccontare il pensiero di un autore che pensa, disegna e lavora a...

Il nocciolo duro. Storia di Anna

Quanti sono trentasette anni per una donna, oggi in Italia? A trentasette anni si può ancora vivere a casa con i genitori, essere sposate con uno o due figli, avere un lavoro, vivere da sola, aver perso un lavoro, aver appena chiuso una storia importante nata quando ancora gli anni erano tra i venti. A trentasette anni si può vivere in un centro occupato perché il lavoro precario lo si è perso, avere un figlio piccolo e provare a crescerlo da sola. Si può essere indipendente e sola, non perdutamente sola, ma ostinatamente e orgogliosamente sola. Una donna in Italia a trentasette anni può essere capace di tutto questo e anche di molto altro, di una composta durezza come di una meravigliosa dolcezza. Può tenere i genitori affettuosamente alla larga dai propri problemi e avere ancora la voglia di divertirsi, di stare in questo tempo con tutti e due i piedi: con la politica e con il ballo, con gli amici e con l’amore per chiunque abbia gli occhi per vederlo e il desiderio di viverlo.   Dopo tutto questo, dopo una vita fatta di diritti e contrari, una donna in Italia oggi a trentasette anni vive soprattutto della fiducia...

Io lavorerò

Ho arrischiato il mio ingresso nel mondo del lavoro nel settembre del 2004, saranno quindi dieci anni tra poco. Già allora il lavoro culturale era per pochi: a nessuno sembrava interessare la mia tesi di laurea sulla governance dei musei italiani, tranne, così parve, alla galleria d'arte di Roma presso la quale riuscii ad ottenere uno stage. “Quanto ti danno?”, mi chiese mio padre. “Babbo, non essere volgare, non di solo pane vive l'uomo.” “Quindi devo mandarti il bonifico anche questo mese?” Comunque sia, le mie aspettative furono deluse, e fu un'esperienza molto breve e scoraggiante; così quando, mesi dopo, mi accorsi che al posto della galleria avevano aperto un'agenzia immobiliare per ricconi, non mi rammaricai più di tanto. Oltretutto avevo subito trovato un altro stage, questa volta in un'istituzione che si occupava di scambi culturali tra i Paesi del Mediterraneo, quindi mi sentivo felice; vuoi mettere la soddisfazione di parlare in inglese e francese con professori universitari libanesi? “Ma quanto ti pagano?”, insisté mio padre. “Babbo, non essere volgare, non lo...

Generazione Letta

In giacca e cravatta, in piedi davanti alla tribuna, con dietro l’albero di Natale e le lucine sfavillanti a intermittenza, Enrico Letta ha proclamato il 2013 l’anno della svolta generazionale. Di colpo, ha detto, l’Italia ha recuperato trent’anni nel calendario. Parlava, naturalmente di se stesso (classe 1966), di Angelino Alfano (classe 1970) e Matteo Renzi (classe 1975).     Da qualche tempo il tema della generazione è diventato un refrain in molti discorsi, visto il permanere di un blocco lunghissimo nel ricambio della classe dirigente. Punto e a capo? Forse sì, anche se resta da capire cosa sia esattamente una generazione, e di quale generazione parli Letta nel suo orgoglioso discorso di fine anno.   Una prima risposta la possono fornire i dizionari etimologici. La definizione canonica è: “atto del generare fondamentale per far proseguire la presenza degli umani nel mondo”, ovvero “la discendenza di padre in figlio”; cui segue: “l’insieme di coloro che hanno all’incirca la medesima età”; e infine una terza definizione: “tutti coloro che pur...

Generazione 5 stelle

Grillo si mostra ai giornalisti nella sua casa in Toscana indossando uno scafandro da sciatore. Sarà lui o non sarà lui? Di certo sembra un extraterrestre. E non solo nella politica nazionale. Sono venuto a parlare con Gustavo Pietropolli Charmet che da quarant’anni ascolta quegli extraterrestri che sono i giovani, oggi i grandi elettori del Movimento 5 Stelle. Psicoterapeuta e psicoanalista, ha diretto servizi psichiatrici, insegnato all’università, ha fondato l’Associazione Minotauro, una realtà di ascolto e cura degli adolescenti; ora sta seguendo una nuova struttura nella Val d’Aosta: accoglie giovani che hanno tentato di togliersi la vita. I due suoi ultimi libri pubblicati s’intitolano: Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi e Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli, entrambi editi da Laterza, mentre sta per uscire da Cortina un libro, La paura di essere brutti, su come i ragazzi oggi percepiscono il proprio corpo.    Il futuro dell’Italia appare assai incerto, non solo per ragioni economiche, c’è un evidente gap culturale reso...

Generazioni, eredità letterarie, fatiche

Tempo di fare il punto, dunque. Molti gli scrittori incontrati nelle ultime settimane, qualche giornalista e critico. Lunghe conversazioni, ripetute poi a distanza di giorni per il necessario approfondimento. Voglia di capire e, con mio piacere, voglia di essere capiti espressa dalla maggior parte di questi uomini e donne, pochissimi tra loro mi sono apparsi restii, tutti invece aperti alla discussione. La voglia di parlare c’è, anche la voglia di confrontarsi con noi europei: diciamo che le curiosità erano reciproche, e il saluto che molti di loro mi hanno rivolto negli ultimi giorni - “ora siamo amici” - non è di maniera, non solo cortesia alla cinese, ma la presa d’atto che sì, il contatto c’è stato. Got it.   Credo, in questo, di essere stato favorito dalla difficoltà in Cina di dibattere a viso aperto. Il ruolo dello scrittore, la Cina che cambia, il mercato e il partito, l’editoria e le associazioni statalizzate degli scrittori, la libertà di espressione e la censura. La chiacchierata informale con me, che tutti sapevano non sarebbe mai stata trascritta in intervista vera e...

Linda Lê. Lettera al figlio che non avrò

Fare i conti con il proprio futuro prima ancora che con il proprio passato è forse il primo accorgimento necessario per chi oggi oltre la soglia dei trent’anni è obbligato a gestire con adeguata calma le nevrosi e i disequilibri emotivi dati da un ambiente sociale decadente e restio al ricambio generazionale.   Linda Lê è una delle autrici più interessanti del panorama francese degli ultimi anni. Con Lettera al figlio che non avrò (Barbès editore, pp. 96, € 12. Traduzione di Tommaso Gurrrieri) del 2011 ha saputo sintetizzare e dare forma al principale fantasma di una generazione obbligata alla precarietà diffusa da un sistema che prima ancora che espellerla non ha mai contemplato la possibilità di un suo ingresso. L’assenza è la vera protagonista di un libro che ha certamente nella maternità il suo cuore, ma che, nel delineare l’esistenza come un insieme di scelte a priori piuttosto che come una serie di possibilità se non di preferenze, definisce l’amara e angosciante quotidianità delle nuove generazioni indotte a sostituire il futuro con un eterno...

Mo Yan, e poi gli altri

L’attualità, si sa, è lontana dalla letteratura. Ne è nemica. Avevo in programma giusto per oggi di raccontare un paio di incontri con scrittori più giovani (A Yi, anni 36, cupo come la pece, Yan Ge, anni 25, solare come la sua età). Poi a cena (mentre in Italia si pranzava) vengo letteralmente sommerso da sms su Mo Yan, dall’Italia. Rispondo: bene; grande; sì! Ma anche per troncare in fretta, lo scambio di messaggi.   Davanti a me c’era Zhu Wen, scrittore atipico, poco noto in Cina e fuori, regista cinematografico piuttosto (a far quel lavoro lì sei sicuro che c’è un budget per te) premiato a Venezia e Berlino, che non si scompone più che tanto: mi dice: sì, lui è il mainstream (stiamo parlando in inglese), l’accademia. Comunque è un bene per la Cina, aggiunge. Zhu Wen mi dice che, percorrendo l’Europa poco tempo fa, ha avvertito un cambio di scenario: i suoi interlocutori sapevano che la Cina esisteva. Detta così suona un po’ forte, ma noi, per esempio, noi editori di autori asiatici, aspettiamo da tempo che l’Asia e la Cina si...

Sulle orme dell’Orma

Il 4 ottobre sono approdati in libreria i primi due titoli di una nuova casa editrice, L’orma, fondata a Roma da due (anagraficamente) giovani intellettuali che conosco da molto tempo, Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi. Li ho incontrati più o meno a metà dello scorso decennio: dapprima leggendoli in Rete, su un sito di Letteratura comparata (entrambi sono transitati dalla scuola senese di Antonio Prete), Sguardomobile, che si distingueva per ricercatezza grafica e di scrittura; e poi incontrando un paio di volte Lorenzo, e la sua facondia appassionata, in qualche occasione direi convegnistica (entrambi da tempo emigrés e giramondo, in Italia venivano nell’unico modo in cui sia dato godersela: cioè in vacanza). Mi colpì una sua recensione iper-virtuosistica, apparsa sul sito, a Nel condominio di carne di Valerio Magrelli: mirabile operetta in prosa della quale il critico, critico-scrittore, con finezza evidenziava come fosse intessuta – più ancora delle poesie del medesimo autore – di dissimulati endecasillabi. L’intera recensione era a sua volta – a questo punto direi ovviamente – per intero...

In cerca dei nuovi narratori cinesi

Molto si muove sotto i cieli della Cina. L’impressione è quella di essere alle soglie di una stagione foriera di sorprese. Eppure trovare i nuovi autori forti da proporre al pubblico europeo ancora non è facile. Gli editori occidentali se ne sono lamentati a lungo, in questi anni, a cavallo delle ospitate cinesi a Francoforte e, l’aprile scorso, a Londra. Non in pubblico, ma in privato, si dice: I cinesi non hanno qualità: quando nasceranno le nuove stelle del panorama letterario locale?   Il paese più grande del mondo, la lingua più parlata del globo: ma i nomi che sono arrivati sugli scaffali in questi tre decenni (diciamo dalla fioritura culturale della metà anni ‘80 in poi, cioè dalle prime timide aperture di Deng Tsiao Ping) sono molto spesso nomi di autori in esilio (il premio nobel Gao XinJian su tutti, o Ma Jian, o l’apprezzatissimo - in Italia - Qiu Xiao Long. Gli scrittori che hanno scelto di vivere in Cina, e quindi forzatamente di ammorbidire la propria proposta culturale per renderla digeribile alla censura, non hanno lasciato indelebile traccia nei cuori dei nostri lettori:  Mo...

La storia della mia generazione

Nel 2008 Andrea Malabaila mi contatta. Dice di voler aprire una casa editrice. Allora era ancora tutto in fieri. Malabaila stava ancora scegliendo il nome. “Ma penso che alla fine la chiamerò Las Vegas”. Io ricordo di essere sbiancato. Ricordo di aver pensato “Ma perché proprio Las Vegas?”. Las Vegas mi ricordava slot machines, casinò, Cadillac, plastica, tette siliconate, fiches. Perché voler evocare questa dimensione nella mente dei lettori, quando in fondo un libro vuole portare un po’ di sapere, silenzio, meditazioni, monotonia, monocromia, pace, apertura agli altri? “Beh”, ricordo che mi ha risposto Malabaila, “Ma perché per me è una scommessa. Aprire questa casa editrice è più o meno come scommettere al casinò”. Certo, a ripensarci adesso, questa è proprio una frase tipica delle persone della mia età. È una scommessa. Un tentativo. Una questione provvisoria. Malabaila ha ragionato come uno della mia età – non posso dire della mia generazione, perché la mia generazione non esiste, non è mai esistita e se...

La generazione peggiore

Quando il contratto non c’è, i topi ballano. Stanno tutti in fila davanti al nuovo Trony di Ponte Milvio, i topi, fanno rumore puntando al formaggio, sgomitano, rosicchiano altri dieci centimetri verso la linea gialla, perché quella è la cosa più vicina alla pensione a cui possono aspirare: è la dignità dell’arrivo, il conseguimento del legittimo risarcimento per tutta quella fatica fatta. D’altra parte si sono presentati lì alle cinque del mattino e quando hanno girato l’angolo si sono accorti di non essere né i primi né i soli. Hanno dormito in macchina, hanno accampato tende, si sono portati i fornelli da campo e sul farsi dell’alba hanno riscaldato fette biscottate col burro: se la meritano la linea gialla, se lo meritano di guardare negli occhi l’addetto alla fila che ne fa entrare due o quattro alla volta. Sono anche loro lavoratori, tutto sommato: devono arrivare a timbrare il cartellino per tempo e devono riuscirci da soli. Non si possono dare il cambio, altrimenti non vale: a uno che ha provato la carta della furbizia hanno urlato tre vaffanculo e hanno rotto gli...

Simone Lenzi. La generazione

Una donna vive di giorno, si alza con le prime luci, pensa, sogna e desidera al calore del sole; un uomo, il suo uomo, di giorno dorme disturbato dai rumori del ciclo vitale diurno, e di notte lavora, e mentre lavora pensa e legge e studia, nel tentativo disperato di spiegarsi perché la sua vita e quella di sua moglie sembrino escluse dai ritmi naturali dell’esistenza, sterili alla procreazione. S’immerge nella lettura di Comenio, di Aristotele, di Ippocrate, di scienziati dei secoli addietro, alla ricerca di una spiegazione razionale; pagine digitali scorrono sul monitor del computer, pagine scannerizzate, sterilizzate. La voce narrante è quella di un guardiano d’hotel la cui notte non è né nera né blu, ma grigia, di un “grigio mal di testa” che accompagna le ore lente di lavoro, immerso nei ronzii di computer, fax e macchine per il ghiaccio. È un buio in movimento, un buio grigio, in cui “il desiderio delle cose sensibili del mondo è infinito”. La generazione è il romanzo d’esordio del cantautore livornese Simone Lenzi (Dalai, pp. 155, € 15) da cui Paolo Virzì...

I ragazzi del ’77

Vedi scorrere tutti i volti di quell’anno, il 1977 a Bologna, le case, le manifestazioni, l’università occupata, l’immaginazione al potere e le fiamme degli scontri. I ragazzi del ’77. Una storia condivisa su Facebook ora è un librone di oltre 500 pagine con 1272 fotografie. Ma si è formato giorno per giorno, riannodando sul più diffuso social network i fili di una memoria che appariva dispersa se non cancellata.     Tutto è iniziato il 5 febbraio di quest’anno, quando Enrico Scuro, il fotografo di quel movimento ormai lontano, ha pubblicato sul proprio profilo Facebook la foto dello spettacolo di Dario Fo che concluse il convegno contro la repressione del settembre 1977. Chiudeva, quella manifestazione europea, l’anno iniziato con le occupazioni delle università, culminato con la drammatica uccisione da parte di un carabiniere dello studente Francesco Lorusso in via Mascarella a Bologna e con l’espugnazione della barricate della cittadella universitaria con gli autoblindo inviati dal ministro degli interni Kossiga mentre un pianoforte suonava Chicago.    ...

Gus Van Sant. L'amore che resta

C’è un aspetto dell’ultimo film di Van Sant che affascina nel momento in cui irrita o se volete, al contrario, irrita nel momento in cui affascina. È un aspetto indefinito e molto americano che riguarda l’estetica indie, qualcosa che si vede nei corpi dei giovani interpreti, nel loro taglio di capelli e nei loro vestiti vintage, che si ascolta nelle scelte calcolate della colonna sonora (i Beatles, Nico, Sufjan Stevens), che si respira come aria di carineria e abbandono, una cedevolezza che incarna lo sguardo dislocato di che afferma la propria ritrosia e al tempo stesso si mette in posa. È una patina, insomma, una serie di riferimenti iconografici e musicali che se oggi rimanda all’indie rock e all’ambiente hipster degli occupy più che degli indignados, all’origine ha proprio il cinema di Van Sant, la sua gioventù tradita ma pur sempre affascinata dalla vita. L’universo indie e underground è da sempre per il regista il filtro di una visione intima della realtà, un attestato di esistenza che si riconosce in due parole fondamentali per la cultura contemporanea, sinonime ma affiancate per...

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