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gioco

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Sassi e altri animali / Lettera a un sasso

Busso alla porta della pietra. Sono io fammi entrare.   Così comincia Conversazione con una pietra, poesia in cui Wisława Szymborska esercita uno dei suoi talenti più caratteristici: il passaggio, senza soluzione di continuità, dal sé più prosaico alla metafisica. Come entrare in un taglio di Fontana con le borse della spesa. Dalla materia al suo mistero insoluto. Quel che si dice in medias res.    Con gli stessi due versi si aprono sei delle undici stanze di cui la poesia è composta: una lunga perorazione da parte della poetessa alla pietra affinché questa disserri il segreto che la abita, spalancando il suo dentro, il palazzo che nasconde, le sue grandi sale vuote. La pietra oppone per cinque volte un secco rifiuto:    – Vattene – dice la pietra – Sono ermeticamente chiusa. Anche fatte a pezzi saremo chiuse ermeticamente. Anche ridotte in polvere non faremo entrare nessuno.   Szymborska cerca di convincerla prima con l'argomento della curiosità, poi commuovendola, ricordandole la propria mortalità. Infine, più o meno a metà componimento, prova con un'altra tattica:   Non cerco in te un rifugio per l'eternità. Non sono infelice. Non sono senza...

Messi(a)

Se lo chiedeste, e potesse rispondervi onestamente, qualsiasi allenatore e giocatore di calcio vi direbbe che l’unico modo per contenere Lionel Messi è marcarlo a uomo. Più precisamente fargli la gabbia, con due, meglio tre, marcatori. Non per annullarlo, renderlo inoffensivo, ma solo per tenerlo fermo per un po’. Si può provare a contenere il Barcellona, come squadra, attaccando: ci ha provato la Juve nella finale di Champions League del 6 giugno 2015, almeno per qualche intervallo di gioco. E così si può anche vincere, ma a memoria d’uomo ci è riuscito soltanto il Real Madrid di Ancelotti in qualche clasico (la sfida tra le due massime squadre spagnole), e il Bayern Monaco nelle semifinali di Champions League del 2013.   Nella maggior parte dei casi si può vincere con il Barcellona soltanto con una difesa strenua e asfissiante: il Milan (20 febbraio 2013), l’Inter (28 aprile 2010), il Chelsea (18 aprile 2012). E non è sufficiente cercare di rendere inoffensivi gli altri giocatori, per impedire l’innesco inesorabile del tiki-taka (ma noi preferiamo la versione originale, onomatopeica, del...

Aciman nel deserto di Harvard

Harvard Square di André Aciman (Guanda 2014) è un romanzo fatto di un personaggio. Un personaggio che entra in scena, prende sempre più spazio, trascina narratore e lettori dentro una vita senza regole e senza futuro, per il tempo di un’estate. Una figura che sovrasta le altre, con impertinenza e dolcezza, lungo il procedere della storia, diventandone spina dorsale e cuore pulsante.   Siamo nei mesi più caldi del 1977 a Cambridge, USA, e un dottorando di letteratura ad Harvard incontra un uomo che potrebbe cambiargli la vita. Kalaj, diminutivo di Kalashnikov, è un tassista tunisino musulmano, impulsivo, vulcanico, instancabile e generoso. Ma anche insopportabile nelle continue critiche al modello americano, all’interno del quale, pure, sogna di integrarsi. E il nostro narratore è il suo doppio, intellettuale ebreo, esule da Alessandria, un po’ codardo, con il perenne timore di essere fuori posto.   Due modi di essere sradicati, due atteggiamenti opposti per provare a farsi accettare. Ma è quello di Kalaj a contagiarci e a far avanzare il romanzo. Un urlo contro le contraddizioni americane, l...

Ludus, realtà e mondo: Julio Cortázar (1914 – 2014)

A quanti hanno letto Julio Cortázar (e anche a chi non lo abbia fatto ancora) le celebrazioni di questi giorni del centenario di un cronopio con corpo da gigante e faccia da bambino, sembrano più una delle tante diafane invenzioni di qualche suo famas. Non solo perché è ormai probabile che si trovi nell’angustioso regno degli uomini, la qual cosa potrebbe provocare l’esplosione di una nube verde, ma per quell’ingrediente in più che l’humour degli argentini portegni hanno che gli permette di prendere in giro se stessi e superare di cinque lunghezze quello degli inglesi. Humour nero, nero-nero, quello dei portegni, pieno di luci e così trasparente che gli permette, come a cronopioCortázar, oltre a duplicare il suo fascino personale e triplicare il potere di seduzione delle sue fantasticherie, di inventare la loro stessa morte e di indire le celebrazioni del centenario, di questo vivo e ammirevole fantasista delle lettere mondiali contemporanee.   Ieri, con Juliofama, redattore di uno dei capitoli di quella grande finzione spuria e meticcia chiamata per imposizione spagnola Nuovo Mondo (come se fossimo di un altro pianeta), per errore America Latina e per il capriccio di un...

Io e Alberto

Nel 1939 avevo -37 anni; a Sampieri, alla spiaggia del Pisciotto mi portò uno pteranodonte. Mi portò? Mi lasciò cadere, devo dire, su un materasso, vah, che la puliziera della casa presa in affitto da Alberto in contrada Bruffalori gentilmente gli aveva procurato; io mi ero tenuto stretto alla sua ala, nudo, il vestito di festa mio nella sua bocca asciutta, le scarpe infilzate nella sua cresta cranica, la cravatta al suo collo, come anche la camicia, i calzini alle zampe. Avevo rinunciato per il volo alla giacca e ai pantaloni, che stavano, appunto, in bocca, come l'oro, come il mattino in cui caddi sulla matrazza, a Sampieri, al Pisciotto. Sullo scoglio, poi, fummo condotti da due muli, che dentro le bisacce avevano i pantaloncini, la camicia e le infradito smangiate all'esterno di Alberto, batteva di lato il piede. Il giornale, in foto è nelle mie mani, era nella bisaccia; ai nostri capelli aveva pensato un parrucchiere per signore. E lo scoglio, se ben ricordo, non era che il celebre guerriero di Contrada Castiglione, ricondotto, dopo che prendemmo il bagno, nella casa, ancora senza pavimento e senza bagno, affittata da Alberto, e riposto...

Oggetti d’infanzia | La pila

L’infanzia, si sa, è un tempo magico, e raccontare l’infanzia vuol dire anche raccontarne gli oggetti che più l’hanno abitata. Non solo i giocattoli, ma gli oggetti più comuni e quelli più speciali, e magari anche quelli strani di cui ci vergognavamo un po’: tutti sono diventati parte di noi, ci hanno accompagnato nell’età adulta, dimenticati in un angolo della memoria.   A quel tempo di meraviglia, di scoperte e paure che è l’infanzia si può a volte tornare grazie a un oggetto qualsiasi, che però, sta qui la magia, era il nostro, e ci spiega chi eravamo, cosa desideravamo e cosa detestavamo, anche. E che forse ci diceva, allora, cose che avremmo poi capito solo molto più tardi, quando di quell’oggetto era rimasto solo un ricordo sfocato.   Per questo ricordare un oggetto d’infanzia vuol dire non solo tornare ad affacciarsi su quell’epoca di prodigi e spaventi, ma pensare a cosa siamo diventati, noi, tutti, ormai adulti, a chiederci com’era il mondo che immaginavamo e com’è ora, così grande e terribile.  ...

Note dall’Andalusia

Trentuno luglio, mattina presto. Sbarcato a Siviglia con la famiglia, mi propongo di trascorrere due settimane in Andalusia. La macchina noleggiata è una Polo che profuma di nuovo. La meta è Cadice, dove la mia figlia più giovane è impegnata in uno stage di cinque settimane presso un gigantesco albergo a quattro stelle. Ho in mente di completare il tour delle coste atlantiche europee, che negli anni ho percorso dalla Normandia ai Paesi Baschi, dalla Galizia all’Algarve. Nella valigia ho messo La verità di Agamennone, raccolta di articoli di Javier Cercas uscita da poco; un vecchio romanzo di Paco Ignacio Taibo I sulla guerra civile nelle Asturie, Per fermare le acque dell’oblio, e un altro vecchio libro, Bartleby e compagnia di Enrique Vila-Matas. Conto su questi amati scrittori spagnoli per entrare meglio in sintonia con una terra che non visito da più di vent’anni.   Cadice è intasata dai turisti, decidiamo di sistemarci a Porto Santa Maria, sul lato opposto della Baia gaditana. I primi giorni, in attesa di un appartamento con l’indispensabile aria condizionata, ci si piazza all’Hotel...

La sabbia come cura

Sono oggetti minuscoli, rappresentano animali e uomini, personaggi letterari come Peter Pan e Corto Maltese, fantastici come i protagonisti dei film di Walt Disney, figure mitologiche di culture differenti, la dea cretese dei serpenti, la statuetta votiva etrusca che pare una scultura di Giacometti, simboli religiosi, il presepe e il pope ortodosso, il derviscio turbinante e la divinità indiana Ganesh. Ci sono pietre e foglie, rami e conchiglie, la flora e la fauna di più ambienti. Residui d’infanzia, acquistati nei negozi delle stazioni e dei musei, trovati sulle bancarelle, raccolti per caso e per piacere, creano un insieme polimorfo e kitsch.     C’è davvero qualcosa di tutto nel mondo in miniatura che occupa gli scaffali della stanza d’analisi dove si può giocare. Il terapeuta lo propone al compagno d’analisi che costruisce con gli oggetti a disposizione e la sabbiera, che sta lì accanto, è pronta ad accogliere la scena di chi, in quel momento, è un Gulliver tra i lillipuziani. Di fronte alla sabbiera siamo di nuovo i nostri arcaici, esseri in attesa di un presagio, nell’...

Speciale Adolescenza | Le ceneri del senso della vita: Niente di Janne Teller

Cosa succede quando il nichilismo, “il più sgradevole degli ospiti” come lo ha definito Martin Heidegger, bussa alla porta e diventa il credo degli adolescenti? É questo il tema di Niente di Janne Teller edito da Feltrinelli. Il libro, pensato per un pubblico di ragazzi, è uscito in Danimarca nel 2000, ha riscosso diversi premi e grande successo di critica ma ha anche suscitato forti polemiche per la durezza, la violenza, l’immoralità che caratterizzano i suoi personaggi. Già tradotto in Italia da Fanucci nel 2004 (con il titolo L’innocenza di Sofie), oltre che in Nord Europa è diventato un caso letterario in Germania, negli Stati Uniti, in Spagna e Francia, con eguale strascico di censure e proibizioni, proteste di scuole e di famiglie.   Inesorabile come un inverno nordico questo romanzo di de-formazione racconta la storia di un gruppo di quattordicenni della provincia danese e può essere considerato una versione aggiornata del Signore delle mosche di Golding per la capacità di mettere in luce il fondale oscuro dell’adolescenza, o una sorta di Fight Club di Palahniuk ambientato alle...

Videogame

Prima degli anni ottanta in pochi avevano messo le mani su un videogame. Le sale gioco ospitavano lucenti flipper, rumorosi calcio-balilla e caldi tavoli da biliardo, nulla a che vedere con le prime macchine elettroniche che avrebbero cambiato per sempre il modo di divertirsi. A quei tempi, l’immaginazione era fondamentale: due stanghette luminose tra le quali rimbalzava un quadratino diventavano la simulazione del ping pong, un agglomerato spigoloso di pixel era l’alieno dal quale difendere la terra e così via. Per non costringere la fantasia a salti troppo arditi, l’alternativa era creare situazioni del tutto nuove, personaggi inediti. Cose come Pac-Man, che girava labirinti che manco Dedalo in persona, divorando pasticche attraverso una bocca che altro non era che il quarto mancante di un cerchio. Una semplificazione imposta dalla scarsa potenza di elaborazione grafica che ha prodotto una vera e propria icona visiva. Ciò che stava cambiando era quella strana cosa che in seguito si sarebbe chiamata “giocabilità”, un concetto per il quale non c’è ancora una vera e propria definizione e che si riferisce al tipo di...

Occupy London Stock Exchange: la protesta a Londra

Nonostante le minacciose richieste di evacuazione da parte della City di Londra e le dimissioni di tre importanti rappresentanti della Chiesa inglese (Giles Fraser, Fraser Dyer e Graeme Knowles, rispettivamente canonico, cappellano e decano della cattedrale di Saint Paul) Occupy London sembra aver resistito alle intemperie della scorsa settimana e anzi ha conquistato nuovo terreno. A distanza di quasi tre settimane dal tentativo di occupare Paternoster Square, sede del London Stock Exchange, l’accampamento degli indignati insediatosi ai piedi di Saint Paul è di fatto cresciuto in misura, organizzazione e contenuti. Occupy London LSX conta oggi più di 200 tende e un’occupazione gemella a Finsbury Square (Occupy LFS).   Sebbene sia difficile affermare che la Chiesa inglese abbia giocato un ruolo nella scelta della Corporation of London di offrire una tregua ai manifestanti fino all’anno prossimo, è vero d’altro canto che la solidarietà manifestata dalle autorità religiose nei confronti dell’occupazione e del suo carattere pacifista, sembra aver esercitato una certa influenza nell'evitare un intervento...

La scuola e la mente

Gran parte di quello che ci succede quando siamo a scuola avviene nel nostro cervello, incluso quello che viene insegnato nell’ora di educazione fisica. Non possiamo quindi parlare di come cambierà la scuola senza discutere di come ci relazioniamo con il contesto attorno a noi e come questo già sta cambiando la nostra attività mentale. Avere accesso in ogni momento e in ogni luogo a enormi reti di dati (i media digitali) e di persone (le tecnologie sociali), insieme a un perenne bombardamento di informazioni, cambia la nostra inclinazione a distribuire attenzione, comprensione e abilità connettiva tra le informazioni stesse. Non sappiamo se Google ci stia davvero rendendo stupidi - cosa vuol dire “stupidi”, tra l’altro? - ma sicuramente qualcosa sta cambiando.   A. Se si modifica l’attività mentale tipica, cambia anche la scuola. B. L’attività mentale tipica sta cambiando in gran parte a causa dell’interazione con sistemi digitali di gestione e connessione di informazioni e persone che d’ora in poi riassumeremo come intelligenza artificiale, anche nel caso ad esempio dell...

Il raid partigiano

  La guerra di resistenza contiene tutti gli elementi canonici del raid. Il Johnny di Fenoglio polemizza con la conquista dello spazio, che hanno in mente i comandanti comunisti, affermando: “Dobbiamo inapparire, agire e risparire, mai fermi, sempre ubiquitous, e pochi e mai in divisa”. In effetti l’occupazione territoriale ampia, con creazione di repubbliche partigiane, ha rappresentato sempre un grande problema dato che si esponeva alla riconquista da parte di forze nemiche preponderanti. Le azioni, perlomeno in una fase iniziale, dovevano essere leggere, anche se talvolta combinate. Ancor più decisivo questo movimento a doppia freccia per i Gap, combattenti anonimi, il cui motto è “colpire e sparire”, come sostiene Giovanni Pesce, uscendo dalla folla metropolitana e risciogliendosi subito in essa. Infliggere danno senza subirne è prova di destrezza che crea frustrazione e paura tra i nemici, ammirazione ed emulazione tra i simpatizzanti, fino a generare un alone mitico di imprendibilità. Così Roberto Battaglia racconta, per esempio, delle gesta già leggendarie del capitano Melis nelle sue terre...

Snament

  Dialetto Romagnolo (Forlivese). Riferito ai bambini indica il loro giocare, rivolto ad adulti può descrivere l' intenzione di tenere un atteggiamento particolarmente scherzoso.   Di Loris Sarti

Al parco

Il progetto nasce dall’idea di riprendere il parco urbano pubblico nei giorni di festa. È iniziato nel 2006 dal Parco Sempione di Milano, un luogo a me caro, legato ai miei ricordi d’infanzia, dove andavo a giocare da bambina. In seguito il progetto ha assunto una dimensione molto più ampia, proseguendo nei parchi di altre città, italiane – Torino, Roma, Palermo, Milano e Bologna – per proseguire nelle capitali europee e infine al Central Park di New York.In molte città italiane, nei giorni festivi, il parco si trasforma in un teatro di gioco, specialmente per i migranti. È un luogo di ritrovo di persone provenienti da diversi paesi e diverse etnie che si incontrano tra loro per chiacchierare, ascoltare musica, ballare e mangiare. È per loro il punto di connessione, di collegamento con la loro cultura d’origine, e quindi la possibilità di stare insieme, di non essere soli e di non essere separati. In questo “rito festivo” c’è una situazione di condivisione pacifica dello spazio – che certamente non va idealizzata – in cui si evidenziano i resti sublimati della condizione stessa del migrante, della sua precarietà, del viaggio, della lontananza e dell’essere separati.In generale, il...

Raccontare ai tempi del 2.0. Curation services e nuove forme del giornalismo in Rete

Nell’era dei social network il giornalismo ha subito alcune rilevanti variazioni, destinate ad avere sempre più largo corso nel nostro futuro. Sarà questo il tema del mio intervento, in cui cercherò in particolare di tracciare il percorso che ha portato all’emergere dei curation services: piattaforme che permettono di selezionare, aggregare e presentare in forme narrative articolate le notizie che provengono dalla Rete e dai social network. Su Wikipedia c’è una pagina, dedicata a Andy Carvin, in cui si ricorda come questo senior product manager for online communities della NPR (prima nota come National Public Radio, una sorta di “servizio pubblico” radiofonico americano) sia diventato un’agenzia stampa 2.0 su Twitter (ed ora che “2.0” l’ho scritto possiamo passare alle cose serie). Carvin ha seguito sin dalla fine del 2010 su Twitterle rivolte nordafricane, sviluppando un largo seguito e usando al meglio i suoi precedenti contatti per fornire un importante servizio in tempo reale di informazione e verifica delle numerosissime notizie, prima di tutto in forma di tweet, che provenivano da quei...

Stefano Bartezzaghi. Sedia a sdraio

Pubblichiamo in anteprima la copertina e un capitolo del nuovo libro di Stefano Bartezzaghi, Sedia a sdraio. Giochi impensati per svagare la mente, in uscita per l’editore Salani.   Il libro viene presentato stasera a Milano alle ore 19 da Stefano Bartezzaghi, Benedetta Tobagi e Fabio Fazio. Al Vivaio delle Sorelle Riva (via Arena – di fronte al civico 7).   Scarica il PDF del capitolo sul jogging mentale.

Le mani di Boetti

Premessa sulla sintassi dell’indeterminazione.   Una delle frasi che Alighiero Boetti ha scritto nei suoi famosi quadrati dice: “Mettere i verbi all’infinito”. Come possiamo interpretarla?   Mi rendo conto che si tratta di un paradosso, ma qui l’interpretazione che viene in mente per prima è la meno immediata e la meno letterale: è l’interpretazione di tipo simbolico. “Verbi” sono tutte le parole, tutte le cose che diciamo. L’“infinito” è il limite di quello che si può pensare e immaginare, segna il punto oltre il quale la mente non può andare. Mettere i verbi all’infinito significherebbe, così, portare il linguaggio alla sua massima potenzialità e oltre ogni limite, fargli dire tutto e il contrario di tutto. A parlarci, qui, è quello stesso Boetti che gioca con il tempo, con la morte, con i sensi che gli uomini scopriranno in futuro, oltre ai cinque classici e oltre al senso del “pensare”. Ma questa non è che l’interpretazione simbolica, del tutto opinabile, della frase.   Un’altra...

Il primo mascherone della fontana del Carmine

Il primo mascherone della fontana del Carmine era quello riservato alla squadra vincente, alla più forte del pomeriggio passato sul campetto in terra battuta a pochi metri di distanza. Perché è quello più vicino, con l’acqua che sgorga con dolcezza e regolarità; perché è sul lato sinistro, che ti permette di bere meglio, e perché non ti sporcavi le scarpette da calcio col fango sempre presente ai piedi di quello opposto.   Il rito del dissetarsi al termine di ore e ore passate sotto al sole su quel campo metà sabbia e metà erba, ottimo come pascolo, ma non per giocare a calcio (per noi era comunque un “erbetta” perfetta) non si dimentica facilmente. È il ricordo degli anni più spensierati. E mentre l’acqua ci ripagava del sudore disperso nel sempre presente polverone delle partite che finivano puntualmente a “coppia e rigori”, una sorta di compensazione calcistica che permetteva alla squadra perdente di salvare ai supplementari almeno l’onore; e mentre tu, sconfitto ancora una volta, rileggevi da grande stratega di calcio tutta la gara cercando...

Battaglie

Non sapevamo che venissero  dette “vedovelle” e non credo di aver mai fatto troppo caso a che l’acqua uscisse dal Drago (sempre smagliato, ingiallito dall’uso e che brillava come oro), ma una cosa la sapevamo bene, anzi due: che sul Piazzale Martini c’era una sola fontanella, così la chiamavamo, sul lato verso via Cicero Visconti, avamposto del territorio ostile e pericoloso  costituito dalla via Fausto Tommei e da Piazzale Insubria, e che non era prudente avvicinarsi quando i ragazzi più grandi la presidiavano con un piede appoggiato sulla piccola vasca, dimostrando così che la consideravano una proprietà loro e che se ne sarebbero andati forse mai. Ma quando, in certi torridi pomeriggi di tarda primavera o d’estate, vedevamo da lontano che era tutta a nostra disposizione, ci precipitavamo, la palla sotto il braccio, per rinfrescarci e bere a più non posso. C’erano tre modi di bere: il primo consisteva nel succhiare avidamente l’acqua che scendeva fresca bagnandosi la faccia e i capelli, il secondo raccogliendola nel palmo delle mani (questo era tipico dei più educati e dei...

Italia: rien ne va plus?

È il caso di chiedercelo: Italia, a che gioco giochiamo? Zitta zitta l’industria del gioco occupa una fetta di mercato che macina un fatturato, oltre 60 miliardi di euro nel 2010, che è appena dietro a quello dell’Eni, a pari con quello dell’Enel, dieci miliardi in più della Fiat, sei volte quello delle Poste. In un’Italia dove tutte le attività industriali sono in crisi l’industria del gioco, che a Rimini pochi giorni fa si è esibita nella 23° mostra internazionale degli apparecchi di intrattenimento e da gioco, sventola risultati in ascesa anche per l’anno che si è chiuso.   In valori assoluti il mercato italiano dei giochi, terzo a livello mondiale, è passato dai 54,4 miliardi ai 60,8 miliardi. Trasferendo nelle casse dello Stato quasi 10 miliardi tra entrate ordinarie e somme incassate dai concessionari, “una tantum”, per le nuove linee di gioco. Un modo apparentemente comodo, e indolore, per lo Stato di fare cassa evitando di tassare settori, o rendite speculative e finanziarie, che potrebbero reagire male. Con le concessioni erariali sul gioco si tassano ancora una...

Intervista video a Giovanni Anceschi

Giovanni Anceschi è un incrocio, un trivio o più probabilmente un quadrivio: arte programmata, scuola di Ulm, grafica di pubblica utilità, insegnamento universitario, dal Dams di Bologna allo Iuav di Venezia. La sua persona ha attraversato, ed è stata attraversata, da mezzo secolo di cultura italiana, quella che ha praticato l’innovazione dei linguaggi e delle forme espressive nel modo più utile e sintetico: mediante il fare. Anceschi rappresenta la linea lombarda, come recita il titolo di un libro del padre, il grande Luciano, filosofo, studioso di estetica. La sua casa nel cuore di China Town, a Milano, è ingombra di scatoloni e pacchi: ha appena ristrutturato ed è ancora per aria. Ci sediamo nella cucina-ingresso-sala, ad un tavolo quadrato. Sopra, in bella vista un pieghevole della mostra che si è appena aperta alla Galleria Nazionale d’Arte Modena di Roma: Gli Ambienti del Gruppo T. Dentro una fotografia che ritrae i giovanissimi Gabriele Devecchi, Davide Boriani, Gianni Colombo e lui. Tengono tra le mani un lungo tubo di plastica. In alto, in un ovale, Grazia Varisco, che s’unì in seguito....