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La calza e l’idea

Nella grande Encyclopédie française des sciences, des arts et des métiers, pubblicata nel XVIII secolo, c’è un articolo celebre dove, malgrado l’apparente modestia dell’argomento, prorompe il nuovo spirito del tempo. L’articolo parla della macchina per fare le calze.   Il testo è redatto da Diderot in persona. Da cosa deriva tutto questo interesse? Innanzitutto, ovviamente, dal fatto che la macchina per calze esprime molto bene il tema progressista della nostra civiltà tecnologica, il quale ha avuto inizio appunto nel XVIII secolo: da un lato i bisogni della vita quotidiana, colti a partire da un umile articolo vestimentario; dall’altro il potere della tecnica, che permette agli uomini di soddisfare questi bisogni, impiegando un minor tempo e un minor lavoro che in precedenza.  Così, la nuova macchina per calze simbolizza il rovesciamento della vecchia legge contabile della “fatica”, scotto inevitabile – si pensava – d’ogni esistenza.   Non è tutto. Quel che rende la macchina per calze veramente ammirevole agli occhi di Diderot è il fatto...

Pavidi o cocciuti?

È mercoledì sera, e come al solito mi sintonizzo sul mio talk show politico preferito. Sono oramai diversi anni che seguo questo tipo di trasmissioni, e tuttavia continuo sempre a stupirmi – stupore misto a irritazione, in verità – di fronte a dialoghi come questo:   Membro dell’opposizione: “Durante l’attuale Governo abbiamo perso centocinquantamila posti di lavoro, fonte Eurispes. Questo è inaccettabile”.   Ministro del governo: “Mi spiace smentire il collega, ma ha detto una cosa falsa. I dati in nostro possesso dicono invece che la disoccupazione è aumentata solo del 2% durante il nostro mandato, quindi altroché centocinquantamila. Si parla di venticinquemila posti di lavoro, cifra spiegabile tenendo in conto la profonda crisi economica globale e l’attacco speculativo al nostro Paese”.   Membro dell’opposizione: “E no, caro Ministro, mi spiace, ma sui numeri non ci si può sbagliare”.   Già, sui numeri non ci si può sbagliare. Eppure i politici ne snocciolano così tanti di numeri, e tutti così...

Mario Guaraldi. Radici di carta, frutti digitali

Mario Guaraldi, editore, ma più che altro agitatore culturale, è stato in Italia tra i primi a cogliere le possibilità date dall’informatica e oggi dalla rete in editoria. Uomo eclettico e concreto, Guaraldi non fa semplicemente pura teoria, ma ripercorre la propria biografia intrecciandola ai cambiamenti avvenuti nell’editoria italiana negli ultimi quarant’anni: dallo sviluppo degli uffici marketing al POD (il print on demand) fino all’ebook. Una vera e propria narrazione che partendo dal dato biografico e quindi dalla messa in pratica delle proprie intuizioni descrive lo stato dell’arte dell’editoria, ne rivela i limiti e in alcuni casi ne denuncia le vere e proprie cancrene che da decenni atrofizzano l’editoria limitandone fortemente le potenzialità.   Diviso in quattro parti (quattro lezioni), nella seconda e nella terza in particolare Guaraldi delinea le possibilità dell’editoria digitale ancorandola sempre però a quella classica. O meglio, per Guaraldi, il digitale è l’occasione che ha l’editoria per ritornare alla sua vocazione originaria: diffusione e...

La sottile linea rossa tra cultura e innovazione

In principio era il mercato; libero, razionale, votato alla massima utilità. Questo spazio prima fisico poi virtuale ha ridisegnato l’assetto sociale ed economico europeo a partire dalla nascita dell’impresa, alla fine del Settecento. Quanto è accaduto è storia nota, ma la crisi, non solo finanziaria ma anche etica e sociale, che ha travolto il sistema produttivo mondiale e le grandi democrazie occidentali, ha rimesso in discussione il ruolo giocato dalla cultura nelle politiche di sviluppo di organismi complessi come i governi nazionali e sovra-nazionali.   La novità non è più rappresentata dalla forza economica del settore culturale, essendo ormai ampiamente conosciuti i dati che mostrano la vitalità di questo comparto e l’enorme potenziale competitivo insito nelle attività ad elevato contenuto culturale e creativo. Non ci sorprende più apprendere che uno studio preparato per la Comunità Europea e apparso nel 2010 con il titolo The entrepreneurial dimension of the culture and creative industries, metta in luce come nel 2008 le industrie culturali abbiano generato il 4.5% del...

Le idee non valgono niente

Le idee non valgono niente. Letteralmente. Eppure la retorica delle buone idee prolifera: avere idee sarebbe l’unica strada possibile verso l’innovazione, e quindi per l’uscita dalla crisi sociale ed economica che non sembra volersene andare più. Capita sempre più spesso di sentire frasi come: “Mi alleno ad avere almeno una buona idea a settimana”. Tutti vogliono essere speciali, tutti vogliono avere idee speciali ed una chance di essere un genio, anche solo per 15 minuti. Questo grande quadro naif della creatività ha come figure centrali i guru-imprenditori della tecnologia: è grazie alle idee che le nuove popstar Steve Jobs, Bill Gates e Mark Zuckerberg sarebbero diventate gli artefici del mondo in cui viviamo.   Quello che sembra sfuggire a molti è il fatto che le buone idee oggi si trovano dappertutto: strabordano dai gruppi di discussione su Facebook; vengono sparate al ritmo di 140 caratteri su Twitter; vengono prodotte e rilanciate dai blog di decine di migliaia di media guru, opinionisti ed esperti. Secondo Kevin Kelly, fondatore di Wired e tra gli osservatori più autorevoli dei mondi digitali...

Sulla didattica della fotografia

È molto interessante osservare la geografia delle idee fotografiche che si dispiegano in un dato periodo storico. È un esercizio rispetto al quale il mio impegno didattico ha assunto nel tempo un ruolo piuttosto rilevante. Sia che io mi rivolga a studenti universitari che a fotografi o aspiranti tali, spesso mi guida la premessa che ogni fotografia, nel momento in cui elabora un qualche genere di “verità” o di “finzione”, produce al contempo anche un sapere invisibile: non detto,intravisto, uno scarto indietro o in avanti (un “anacronismo”), un rapporto con altre immagini che l’hanno preceduta, con altri punti di vista, altre conoscenze e altri linguaggi.   Originariamente, nella storia del medium, questo dialogo inizia con la pittura e con l’ambito delle credenze e dei saperi scientifici formatisi in seno alla cultura positivista; poi si sposta verso la letteratura, la politica, la filosofia, il cinema e le arti performative, la grafica e il design, l’architettura e l’urbanistica, la moda, per confluire oggi in quel sistema strutturalmente interconnesso e dialogante (ma anche fortemente...

Foto d'altri tempi

  Succede, vagabondando per la rete, di uscire fuori dal rumore giornalistico generale, dal borbottio sul/del presente, e finire a riposare lo sguardo in un progetto vero. Un’idea. Niente notizie, niente opinioni, niente social network, niente fracasso starnutito a raggiera, solo il tepore di un’idea unica ma forte. E così accade che finisci in un posto dove l’unica cosa che fanno, ogni giorno, è collezionare la stessa immagine, la stessa foto, la stessa idea, in un unica pubblicazione (chiamiamoli così i siti quando sono belli: come si faceva coi libri). Una dietro l’altra,  dearphotograph mette in fila foto di una collezione collaborativa di scatti (doppi) senza tempo. Un’immagine nell’altra. Fuori la cornice del nostro tempo: quel luogo, oggi, fermato lì. E dentro un piccolo tunnel retrivo, lo stesso luogo fermato lì, molto tempo fa. Una specie di cortocircuito visivo, alimentato da tutti. Vengono in mente gli esperimenti concettuali della fotografia anni ‘70 (Boetti, Vaccari), vengono in mente i collage Dada, o vengono in mente i fotomontaggi fake giornalistici (su tutti, Bin Laden...

Elogio del dubbio

Mi sono sempre chiesto la ragione per cui i filosofi cosiddetti realisti, di ieri ma soprattutto di oggi, per dimostrare l’evidenza delle loro adorate concretezza e oggettività facciano ricorso a esempi sfigati: il vaso che cade sulla testa, l’ostacolo in cui si inciampa, il muro contro cui si va a sbattere, la cartella delle tasse che giunge inaspettata, giù giù sino a eventi sempre più truci come il massacro di Nanchino e, gettonatissimo, l’Olocausto. Se non sei realista, ripetono corrucciati, allora sei uno sporco nazista negazionista! L’argomento a sfiga, definiamolo in latino, ha un che di intimidatorio: come dire che se non accetti il mio punto di vista, che poi è quello del senso comune, finisci per attirarti tutte le disgrazie del mondo – tanto non esistono! O mangi questa minestra… (e così a Bruno Latour, che stava spiegando i nessi fra teoria secentesca del potere e legge della caduta dei gravi, una volta un dotto sorboniano ha proposto di gettarsi dal sesto piano). Ma dall’intimidazione discende, per contrappasso, un certo buonumore: se la realtà è quel genere di cose l...