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industria

(24 risultati)

Gli italiani e la manutenzione / Dal ponte Morandi a Carlo Emilio Gadda

Nelle ore successive al crollo, ho subito pensato a Gadda. Poi, quando hanno iniziato a piovere su tutti noi le solite snervanti dichiarazioni di politici e amministratori, mi sono detto che non c’è niente da fare, che siamo refrattari a tutto – come scriveva Alberto Savinio a proposito degli italiani “immortali”. Qualche anno fa con l’amico Ferrario abbiamo fatto un film sull’idea di progresso, “La zuppa del demonio”, su  cui trovate le riflessioni di Marco Belpoliti per Doppiozero. A partire dalle immagini conservate a Ivrea presso l’Archivio del Cinema d’Impresa, avevamo cercato di imbastire un ragionamento sul passato industriale del nostro paese, sulle speranze e le illusioni e gli sbagli di quella straordinaria stagione di sviluppo economico e civile, già in via di esaurimento a partire dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.   Molti spettatori, nei mesi seguenti, ne avevano sottolineato la vena malinconica, qualcuno mi aveva scritto di aver sperimentato alla fine del film la sensazione che si prova quando ci si sveglia dopo un bellissimo sogno e si rimpiange di scoprire che si trattava, appunto, soltanto di un sogno. L’ultima citazione, in effetti, è al...

Estetica della modernità / Stile Olivetti

Non si smette di parlare di Olivetti. Libri, mostre, le palinodie di Carlo De Benedetti che non si rassegna a passare alla storia come il cattivo che ha cancellato quello che oggi appare un sogno: un modello di impresa che pratica la responsabilità sociale, che inventa uno stile italiano diffuso in tutto il mondo, che innova, con un po’ di fortuna, la tecnologia delle macchine da ufficio e approda all’elettronica. Continuano anche a circolare leggende, più volte smentite, sulla sua fine, ma è bene piuttosto concentrarsi sui libri usciti negli ultimi mesi. In particolare quelli di Elena Tinacci, Mia memore et devota gratitudine. Carlo Scarpa e Olivetti, 1956-1978 (Edizioni di Comunità) e di Caterina Toschi, L’idioma Olivetti 1952-1979 (NYU Florence-Quodlibet). Entrambi i libri raccontano i tre decenni in cui si raggiunge l’apogeo dell’azienda di Ivrea (Adriano Olivetti muore nel 1960) e il suo lento declino, pieno però di momenti e di occasioni memorabili. Il cuore dei due libri tocca la creazione di uno ‘Stile Olivetti’, un’estetica della modernità che non smarrisce il filo della tradizione.     La Tinacci, ricostruendo il rapporto tra Olivetti e Carlo Scarpa, mette in...

La forza delle immagini al Mast di Bologna / Fabbriche, macchine, uomini, prodotti

“La forza delle immagini” è una mostra curata da Urs Stahel, costituita da una selezione di immagini appartenenti alla collezione della Fondazione Mast di Bologna (in corso sino al 24/9/17). Potrebbe sembrare ambizioso che una serie di fotografie provenienti unicamente dal mondo del lavoro e della fabbrica si erga a paradigma di ciò che oggi è divenuta la condizione da cui ogni spettatore è in qualche modo lambito: la forza delle immagini e il loro indiscusso potere seduttivo. Eppure questa raccolta lo illustra in un modo inequivocabile.    A un primo sguardo è vero che dinnanzi agli occhi dello spettatore sfila un’epopea di visioni dell’industria in tutte le sue possibili declinazioni: da quella pesante, a quella meccanica, a quella ormai del tutto robotizzata. Ed è vero che attraverso questa selezione di immagini è possibile cogliere il mondo del lavoro in tutta la sua complessità: la mostra non intende tanto tracciare una storia dell’industria, né una glorificazione incondizionata del lavoro, né tantomeno costituirsi come un veicolo di costruzione ideologica o di idealizzazione nostalgica. Si vedono ambienti molto diversi, fabbriche, macchine, uomini, prodotti. E sin...

Elisabetta Benassi alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia / Sculpture as place (of memory)

Entrando alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia, il percorso espositivo concepito da Elisabetta Benassi accoglie lo spettatore con una stiratrice industriale dal titolo Prosperity. Con la sua concretezza metallica, l’oggetto ha un fascino retro-futuristico, reperto di un’antica civiltà aliena ormai inesorabilmente estinta, precipitato nell’atmosfera dopo un lungo viaggio siderale. Nella solitudine della sala espositiva sembra di sentire il respiro pesante del mastodonte meccanico, ingombrante e quasi commovente nella sua coazione a ripetere all’infinito lo stesso movimento.   Elisabetta Benassi, Prosperity, 2017. Macchina da stiro automatizzata, vapore / automate ironing machine, vapour, 157 x 100 x 120 cm. Courtesy Collezione Maramotti © Elisabetta Benassi. Ph. Andrea Rossetti.   Il lavoro analogico, la sua presenza materiale, aleggia nel progetto site specific It starts with the firing, nuovo tassello della ricerca di Elisabetta Benassi. Una ricerca che è una riflessione in divenire sulla memoria, l’utopia, l’archivio come dispositivo artistico. Una macchina dagli echi duchampiani che, nel progetto pensato per la Collezione Maramotti, mette in relazione la storia...

Salone del mobile 2016 / Osvaldo Borsani un industriale designer

Tra i miei ricordi d'infanzia c'è anche quello di Osvaldo Borsani, l'industriale-designer e architetto, indiscusso protagonista della scena artistica italiana di Metà Novecento.   Sono nata nell'operoso triangolo d'oro del design, la Brianza, terra dominata dalla cultura del fare e, soprattutto, del fare bene. Mio padre e suo fratello Giuseppe avevano allora una bottega artigiana – divenuta in seguito molto famosa – collaboratrice della Formanova, un’azienda che rivaleggiava unilateralmente con la Tecno, fondata, com’è  noto, dai gemelli Borsani. Eh, sì, perché la storia del design è fatta anche di antagonismi (a volte reali, altre volte supposti o millantati) non menzionati dai manuali, di competizioni e di emulazioni, certamente generate dal contagio delle idee. La Tecno e la Formanova sorgono su due territori limitrofi in provincia di Milano (oggi di Monza Brianza), a Veredo la più prestigiosa Tecno, a Bovisio-Masciago la Formanova. Entrambe producevano mobili imbottiti e arredi dalla linea essenziale e dal design funzionare, in cui il metallo satinato si coniugava con il legno pregiato e il cuoio faceva a gara con il tessuto tinto nei toni acidi allora molto...

Gli House organ in Italia tra sperimentazione e ricerca del consenso

Il 16 febbraio 2016 è morto a Lugano Eugenio Carmi, figura tra le più rappresentative dell’astrattismo italiano (e di cui fino al 13 marzo si può visitare al Museo del Novecento di Milano la mostra “Eugenio Carmi. Appunti sul nostro tempo. Opere storiche 1957-1963”, curata da Davide Colombo). Tre giorni dopo, il 19, si è spento a Milano Umberto Eco, che di Carmi era amico. La loro conoscenza risaliva, probabilmente, agli anni in cui Carmi era impegnato in un ambizioso progetto di ridefinizione delle strategie di comunicazione e relazioni pubbliche di una delle maggiori industrie genovesi, l’acciaieria di Cornigliano.      La volontà di imprimere un segno forte alla comunicazione aziendale, basandosi su forme astratte e un uso sapiente del colore, connota tutti i progetti di Carmi per la Cornigliano/Italsider, dai memorabili cartelloni antinfortunistici alle invenzioni grafiche con le quali impaginava dati aziendali e bilanci, da operazioni come la mostra “Sculture nella città” a Spoleto (1962) al disegno di cartellette e altri materiali d’ufficio. Ad affidare a Carmi il compito di ripensare il design della comunicazione aziendale era stato Gian Lupo Osti, che della...

L'ultimo pane. Estratto del documentario

‘L’ultimo pane’ è stato girato nel 2000 a Gavorrano, un piccolo comune toscano in provincia di Grosseto. Protagonista di questo documentario è la più importante miniera di pirite d’Europa, che dal 1898 agli anni ’80 del ‘900 caratterizzò l'economia di questo territorio. La miniera di Gavorrano era sotto il monopolio della Montecatini, celebre colosso industriale d’Italia. La società intuì sin da subito che gli innumerevoli giacimenti di pirite del grossetano avrebbero acquistato un’importanza strategica a livello economico. Da questo minerale si produce infatti l’acido solforico, che a quei tempi rappresentava l’elemento di base di tutta l’industria chimica.  L’intera economia e la vita del paese si resse per anni sulla Montecatini che per la popolazione, come raccontano diverse testimonianze, era diventata una sorta di ‘padrone di casa’. Le abitazioni dei minatori erano di sua proprietà, forniva la luce, la legna e l’acqua, ma soprattutto per anni costituì il fulcro della vita sociale del piccolo comune. La grande società industriale gestiva infatti la squadra di calcio, il dopolavoro e persino il cinematografo organizzando anche il tempo libero dei minatori. Con l’...

Paolo Volponi: letteratura e industria

Se voi parlate di letteratura e industria con qualche grande cattedratico di letteratura italiana, dirà che è un tema chiuso, una cartella ormai consegnata agli atti: sì, si arriva al ‘64, ‘65, ci sono sette o otto romanzi, alcuni numeri di “Menabò”, ci sono delle ricerche, dei saggi, c’è il tentativo di qualche poesia o poemetto, c’è qualche smania avanguardistica; ma poi lì è chiuso. Ora si tratta di professori che restano all’interno del proprio ruolo, della propria cultura, della propria bravura di erudizione; perché il tema invece, secondo me, è ancora apertissimo e attuale. Il confronto fra letteratura e industria, se volete, è il confronto fra politica e industria, fra università e industria, fra consumo e industria, fra società e industria: fra tutto quello infine che tocca la nostra vita e quel che invece la investe e la decide secondo gli schemi della produzione e poi della distribuzione dei beni. In questo equivoco si è caduti anche perché certi punti di partenza non sono stati chiari, per esempio in Vittorini. Io ho una...

Bob Noorda Design

Se c’è una cosa davvero italiana, è la grafica. Esiste un Italian Style, inequivocabilmente elegante, efficace, moderno. Come nella moda. Ma a ben guardare lo stile grafico italiano degli ultimi sessant’anni è una sintesi di stili diversi. Dopo l’epoca delle avanguardie storiche, del Futurismo, l’Italia ha ricevuto e rielaborato una serie d’influssi provenienti da tutta Europa e anche dall’America.     Da sinsitra: Bob Noorda Design, doppia Corporate identity per Agip, 1971-1982; Packaging per Olio Cuore, Chiara & Forti. Archivio Bob Noorda, Milano   Senza il Bauhaus tedesco e poi americano, la Scuola di Chicago, senza la grafica svizzera di Max Huber, l’attenzione ad altri luoghi del mondo di Albe Steiner, non ci sarebbe questo stile, che è sintesi originale. Non a caso uno dei più eccellenti grafici italiani della passata generazione è un olandese di nome Bob Noorda. Venuto a Milano nel 1954, attratto come altri della città in piena effervescenza, con aziende quali Olivetti, Pirelli, Eni, o le piccole fabbriche della rinascente filiera del mobile, Noorda ha...

Foto/Industria: spazi, fotografie, pause

Produzione, post-produzione, produttori, pausa, prodotti sono le sezioni che costituiscono la seconda edizione di Foto/Industria, la rassegna promossa dalla Fondazione Mast in collaborazione con il Comune di Bologna e la direzione artistica di François Hébel, per anni direttore delle Rencontres de la Photographie di Arles. Nelle quattordici esposizioni, viene rappresentato il mondo del lavoro passando per undici sedi storiche: dalla Pinacoteca Nazionale a Palazzo Pepoli, dallo Spazio Carbonesi al Museo della Musica, dal Mambo a Villa delle Rose. Inoltre nella sede del Mast, con la curatela di Urs Stahel, fondatore insieme all’editore Walter Keller e a George Reinhart del Museo della Fotografia di Winterthur, vengono presentate le opere dei finalisti del concorso GD4PhotoArt (Marc Roig Blesa, Raphaël Dallaporta, Madhuban Mitra & Manas Bhttacharya e Óscar Monzón) giunto alla quarta edizione, nato per promuovere l’attività di giovani fotografi, e una mostra di libri sull’industria provenienti dalla collezione di Savina Palmieri: Dall’album al libro fotografico. L’industria italiana in...

Industria oggi

Visioni   Il trittico di Vera Lutter occupa tutto lo spazio della parete. È magnetico. Attira lo sguardo dello spettatore, un invito a entrare con gli occhi nell’enorme spazio astratto delle sue immagini stenoscopiche. Le fotografie sono  insieme leggere e pesanti, vere e finte, vive e morte. Recano in sé un’idea di una sorta di attrazione nei confronti della rovina, del residuo, dello scheletro. Racchiudono in sintesi il paradosso dell’immagine fotografica, il momento che Roland Barthes definisce “è stato”, della morte apparente che ogni fotografia reca in sé e quella inevitabile dell’istante successivo: cosa diventerà? Per il momento si può solo leggere la didascalia: Centrale elettrica di Battersea, II, 3 luglio 2004.   Vera Lutter, Battersea Power Station, II, July 3 2004, Unique silver gelatin print, 192 x 427 cm. Courtesy of the artist, New York   La risposta si può trovare in una fotografia di Carlo Valsecchi. Anch’essa occupa tutta la parete. Si pone come alter ego visivo all’immagine di Vera Lutter. È colorata, aerea, immateriale, si direbbe...

I Cinema a luce solida di Fabio Mauri

Mana e Industrial design   Tra luglio e settembre 1968 Fabio Mauri espone al Mana Art Market di Roma i Cinema – multipli a luce solida. La galleria, fondata nel febbraio 1968 da Nancy Marotta, era anche un centro di produzione di multipli, quasi dei prototipi considerato il numero limitato in cui erano realizzati. L’artista e compagno Gino Marotta ne ha ricordato retrospettivamente i presupposti: ci dava fastidio […] la mitizzazione dell’artista, l’opera d’arte come miracolo. Noi pensavamo all’opera d’arte come a un bene di consumo utile alla società […] un’opera che fosse riproducibile in serie, utilizzando le risorse e i linguaggi che derivavano dalle tecnologie industriali […] contro un’idea decadente dell’arte”. A guidarli era il “sogno di un modello laico di cultura che potesse emanciparsi dall’immagine straziante del grande artista, dell’artista maledetto che riceve l’ispirazione e poi non sa bene cosa comunicare" [1].   Lontana dai cascami dell’esistenzialismo post-informale, la galleria mirava a democratizzare l’esperienza...

La calza e l’idea

Nella grande Encyclopédie française des sciences, des arts et des métiers, pubblicata nel XVIII secolo, c’è un articolo celebre dove, malgrado l’apparente modestia dell’argomento, prorompe il nuovo spirito del tempo. L’articolo parla della macchina per fare le calze.   Il testo è redatto da Diderot in persona. Da cosa deriva tutto questo interesse? Innanzitutto, ovviamente, dal fatto che la macchina per calze esprime molto bene il tema progressista della nostra civiltà tecnologica, il quale ha avuto inizio appunto nel XVIII secolo: da un lato i bisogni della vita quotidiana, colti a partire da un umile articolo vestimentario; dall’altro il potere della tecnica, che permette agli uomini di soddisfare questi bisogni, impiegando un minor tempo e un minor lavoro che in precedenza.  Così, la nuova macchina per calze simbolizza il rovesciamento della vecchia legge contabile della “fatica”, scotto inevitabile – si pensava – d’ogni esistenza.   Non è tutto. Quel che rende la macchina per calze veramente ammirevole agli occhi di Diderot è il fatto...

La croisette e il mondo reale

Non emerge spesso dalle recensioni dei giornalisti che sono qui a Cannes, ma se qualcuno provasse a fare due passi sulla Croisette durante i giorni del festival troverebbe un luogo davvero singolare. Il cinema è in realtà una piccola parte di un grande circo che invade non solo la città ma l'intera regione e che riesce nel capolavoro di mettere insieme lo snobismo della haute bourgeoisie della costa azzurra con il kitsch in stile Las Vegas. Gli immancabili negozi di Gucci e Chanel (che spuntano ovunque si senta la puzza di contante) inframmezzati da pessimi ristoranti overpriced vengono popolati da un misto di professionisti del settore in cerca di affari, riccastri (o wannabe tali) di paesi arabi o russi, prostitute e gente in cerca di vip che anima le varie feste notturne e che forma l'enorme indotto del festival (ovvero, ciò che in realtà porta concretamente soldi all’industria del turismo della città). A farne le spese non è soltanto il cinema o il buon gusto, ma più in generale il mondo reale. A vederla da qui, infatti, l’Europa sembra molto lontana della devastante crisi economica e sociale che da...

Stravinskij per 40 macchine: firmato Castellucci

All'interno di un'ex acciaieria della Ruhr, trasformata in monumento di archeologia industriale, Romeo Castellucci presenta per il festival Ruhrtriennale la sua versione del Sacre du Printemps: una coreografia senza danzatori, per sole macchine e polvere.   La registrazione della musica di Stravinskij, eseguita lo scorso anno per lo stesso festival in occasione del centenario della prima esecuzione del 1913 dall'orchestra MusicaAeterna sotto la direzione di Theodor Currentzis, accompagna l'insolita danza meccanica del regista italiano, con gli interventi sonori di Scott Gibbons.     Se un secolo fa Stravinskij cercava di accostare tradizione e modernità combinando melodie tradizionali a ritmi che suggeriscono la dinamica dell'industria, Castellucci oggi indaga in profondità il rapporto perduto con la tradizione. Il tema del Sacre du Printemps, che racconta la storia di un sacrificio umano offerto al dio della fertilità, viene presentato nel modo più reale e vicino possibile a ciò che oggi ha sostituito un'usanza primitiva ormai da tempo estinta. La conseguenza è che non vediamo più...

Come sopravvivere alla fine dell’anno europeo della cultura

Continua con una nuova forma la collaborazione con Il Giornale delle Fondazioni - Giornale dell'Arte. Da oggi pubblicheremo un approfondimento sulle città italiane candidate a Capitale Europea della Cultura 2019. Oggi pubblichiamo un'intervista a Franco Bianchini, Professore di Politiche Culturali e Pianificazione alla Leeds Metropolitan University.     Il titolo di Capitale Europea della Cultura rappresenta una grande occasione, da saper cogliere, per sviluppare un approccio alla pianificazione strategica, che faccia della cultura uno strumento per lo sviluppo economico e sociale, una nuova forma di welfare. Quale evoluzione ha avuto il ruolo della progettazione culturale nella storia del programma ECoC (European Capital of Culture)? Tutto iniziò da Glasgow, quando ancora il programma si chiamava città europea della cultura. Era il 1990 e la città  scozzese era simbolo del declino economico e della disoccupazione, ben lontana dalla solida reputazione internazionale che potevano vantare, dal punto di vista artistico-culturale, le città che l’avevano preceduta, ovvero Parigi, Berlino, Amsterdam, Firenze e Atene...

Sulle tracce/facce di Munari

Acciuffare Munari è impossibile: l’inafferrabilità, che Paolo Fossati annotava più di quarant’anni or sono come prima connotazione di quella figura frattesa tra arte e design – fra un’arte sempre “a disagio tra le definizioni dell’attività artistica” e un design libero dalle durezze ideologiche dell’industria e dello stile – rimane intatta, oggi ancora. È come coi pezzi delle sue “macchine inutili”, strutture leggere realizzate a partire dagli anni Trenta, fatte di legno plastiche e cartoncini colorati, che fili sottili legavano in equilibri appena fluttuanti: se afferrate in un punto, o se turbate dal minimo soffio dell’aria, modificano subito la configurazione complessiva per poi tornare spontaneamente, con ostinazione serena, al primo muto equilibrio in cui tutto naturalmente si tiene. Munari non va catturato, è da accogliere intero, per non tradirlo o tacerlo tendenziosamente; è da comprendere dentro la configurazione sfaccettata degli episodi, delle parti – e il titolo della mostra che a Milano ne riprende il discorso e il ritratto accosta al nome del...

Torino, le rovine

L’Architettura non è un’Arte facile   L’Architettura non è un’Arte facile, sostiene Daniel Libeskind, architetto fra i più influenti al mondo, ebreo polacco, newyorkese di adozione, stimolato sulle recenti battute di arresto del suo controverso cantiere milanese Citylife. Certo è che il tormentato passaggio della nostra epoca nel giovane millennio ha segnato il manifestarsi conclamato di uno stato di crisi permanente e disatteso le speranze verso un futuro di nuovi paradigmi. A pagarne le spese più di altre discipline, è stata l’Architettura per la sua natura così compromessa alla capacità della società di esprimere i valori della giustizia e della bellezza.   Se il primato dell’Architettura è la complessità del suo linguaggio, saper ascoltare ed entrare in dialogo con i contesti, interpretare nel profondo la natura dei luoghi,  rendere espressivi e confortevoli gli spazi, nei suoi pieni e soprattutto nei vuoti, stiamo vivendo un’epoca infelice dove la pratica del costruire e disegnare gli spazi sembra aver smarrito il rapporto con l...

Borgosesia / Paesi e città

Sarebbe fin troppo ovvio candidare Varallo a rappresentante della Valsesia, ché la città è la gemma di cui la valle è il portagioie, col centro storico gremito di cose belle, i musei, le piazze, le vie così piccole che pare ci possa trascorrere solo un’aria leggera. Qui c’è il Sacro Monte e il fiore delle opere di Gaudenzio Ferrari e di Tanzio da Varallo, la Pinacoteca, il Museo di Storia Naturale, chiese punteggiate di affreschi fulgidi, e…   E quindi parlerò meglio di Borgosesia, dove son nato, città che fa il doppio di abitanti rispetto a Varallo (che ne ha 7000), e che, coi comuni limitrofi, compone un centro industriale un poco grigio e un poco anonimo. E anche ibrido: sta infatti a mezza via tra due distretti dalla fisionomia più nitida, quello biellese della lana, e quello delle valvole e delle rubinetterie che ha il suo centro d’attrazione nel Cusio; così Borgosesia ha un po’ dell’uno e un po’ dell’altro.     Sembrerebbe che la città ami scaricarsi delle proprie memorie, anche quando sono gloriose. Per dirne qualcuna, senza avere la pretesa di farne una gerarchia, ricordo che grazie a un borgosesiano, Alessandro Antongini, fondatore assieme ai fratelli...

Motta di Livenza / Paesi e città

Mita, Mota, Mata, da due fiumi sei bagnata dal Livenza e ‘l Montegàn, tuti i mati i sta in Alban.   Parto da questo motto-scioglilingua locale, dal bilinguismo italiano-dialetto, per parlare del mio paese, perché in esso è contenuta, in geografia e idioma, tutta la mia vicenda umana. E incomincio dai versi centrali dello stesso: il paese in cui vivo è bagnato da due fiumi, il, o meglio, la Livenza, al femminile come qui si usa (fiume dalla duplice sorgente di natura carsica sita nella località friulana di Polcenigo; sinuoso il suo corso, verdastro, assiepato di salici, con continue morbide anse sino alla foce di Caorle) e dal Monticano, che di sorgenti ne ha addirittura tre, sulle pendici del piccolo monte Piai, presso Vittorio Veneto; fiume che, a due passi da dove vivo, viene a confluire proprio nella Livenza. Parto dai fiumi anche perché hanno una certa rilevanza nella storia dello stesso: la Livenza circoscrive il nome del paese, altrimenti abbastanza comune (secondo la maggioranza degli storici l’etimologia del toponimo deriverebbe da Motha, altura, dosso di terra; secondo altri da palude fangosa, mota) in una...

Il paradosso di Pino Musi

L’interminabile agonia della fotografia, che, tra inutili lutti e opportunisti entusiasmi, da una ventina d’anni non accenna ad arrestarsi, mi sembra abbia avuto con un recente, sorprendente lavoro di Pino Musi, un singolare, inatteso sviluppo. Perché singolare e inatteso? Per rispondere occorre fare riferimento alle varie forme della apparentemente variegata ma sostanzialmente unidirezionale via, o vicolo cieco, imboccati dai molti “artisti” e teorici della cosiddetta post-fotografia. La faccenda meriterebbe un dettagliato studio di carattere estetico-sociologico che non mi sembra sia ancora stato intrapreso. Forse a causa della incoercibile noia suscitata da così tanti fuochi d’artificio, in fin dei conti tutti riconducibili ad un unico, e miserello, petardo.   Per violentemente riassumere, pur a rischio inevitabile di caricatura, si può dire che una certa presa d’atto della crisi della vicenda storico-culturale della fotografia ha suscitato un tentativo di superamento – e che cosa se no? Sono cent’anni che sul terreno della cultura più si rimane fermi e più si parla di...

I neoborbonici a “Piazza Garibaldi”

Ermanno Rea ha l’età di mio padre e per il lettore impaziente aggiungo che mi ritrovo a navigare con una certa sorpresa verso i sessanta. Credo che il suo ultimo La fabbrica dell’obbedienza sia stato piuttosto sottovalutato: ci si è soffermati sulla diagnosi dell’origine controriformistica dell’inciviltà degli italiani, peraltro condivisibile, trascurando il coraggio ammirevole mostrato nel tracciare le coordinate di una possibile via d’uscita, e nel darle un nome. E quando scrivo di coraggio, intendo quello proprio degli eretici, come proverò a spiegare. C’è un innegabile furore nella costruzione argomentativa di Rea ed io a quel furore intendo rendere omaggio. Per quanto sappia che l’intransigenza oggi non paga e che, come in tanti ci ricordano, la complessità dei giorni nostri non sopporta semplificazioni.   Gli eroi del libero pensiero meridionale sono, per Rea, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e l’Università napoletana postunitaria, quella di Francesco De Sanctis e, soprattutto, di Bertrando Spaventa. Alla storia meravigliosa di quel “cantiere napoletano di...

Trani / Paesi e città

Noi, a Trani, abbiamo avuto un’infinità di bandiere. Siamo stati Apuli – o meglio: Peucezi – Greci, Romani, Bizantini, Longobardi, Svevi, Saraceni, Angioini, Veneziani, Aragonesi, Borboni, francesi. Oggi siamo italiani. Lo siamo da quando Garibaldi occupò militarmente, per conto dei Savoia, il Regno delle due Sicilie. Son passati tutti, di qui. Eravamo lo snodo naturale dei traffici commerciali sull’Adriatico: il collegamento fra l’Europa e il resto del Mondo. Se volevi andare in Terra santa, dovevi passare da Trani, dal suo porto, che è un’insenatura creata dalla natura, e sembra che c’abbia ragionato su, la natura, che l’abbia disegnato, il porto, per farci stare le barche.   Son passati tutti, da Trani. Una volta Ferrante II, re Aragonese, aveva bisogno di ducati, per combattere gli Angiò, e li chiese alla Serenissima. In pegno, diede Trani, per quindici anni. E i Veneziani sono stati qui, dal 1495 al 1509, e hanno costruito due chiese, coi leoni di San Marco. Federico II di Svevia, invece, costruì un castello, sul mare.   Questa è la storia, e la storia dice tante...

Angri / Paesi e città

Per arrivare ad Angri, si può andare in treno, in autostrada o per le strade provinciali e statali che lo collegano a Napoli e a Salerno fin dai tempi dei Romani. Angri si trova vicino a Scafati e a Pompei, a Pagani e a Sant’Egidio del Monte Albino, e a pochi chilometri, massimo una cinquantina, dalle principali città campane (solo Benevento è piuttosto lontana). Si trova anche vicino a Torre Annunziata e a Torre del Greco, a Siano e a Sarno, dove qualche lustro fa ci fu una frana che travolse l’intero paese, a causa della quale morirono decine di persone. Percorrendo l’autostrada che porta ad Avellino, si vede ancora la montagna franata in lontananza.   Angri è a pochi chilometri da Nocera Inferiore, la città più grande del comprensorio dell’agro nocerino-sarnese, meta di migliaia di studenti pendolari. A Nocera Inferiore c’è l’Inps, l’Enel, un grande ospedale, e adesso c’è anche un’unica ASL che serve i paesi circonvicini, perché ormai le ASL di questi paesi sono state chiuse per la crisi dei bilanci degli enti pubblici. A Nocera è nato Domenico...