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natura

(133 risultati)

Poppies! (and cornflowers)

Paradossi del paesaggio postmoderno: per ritrovare insieme fiordalisi e papaveri bisogna andare all’Expo. Per l’universale occasione li hanno seminati negli spazi verdi intorno ai padiglioni, mentre in centro vestono a nuovo le aiuole del Castello Sforzesco con il compito di richiamare alla memoria i campi di grano. Quelli di una volta, quelli ritratti da Claude Monet nei suoi celebri en plein air, vittime oggi di un’agricoltura noiosa, armata di diserbanti e volta al massimo profitto, ma che non sa (non vuole) sfamare l’intero pianeta. E pensare che mia madre raccoglieva le giovani rosette basali dei papaveri – le chiamava, chissà perché, “madonnine” – per dar gusto e consistenza alle misticanze.     Erbacee annuali, con radici a fittone, gambi nudi e pelosetti, fiori solitari, inodori ma dai colori squillanti, rosolacci e garofani dei prati (questi i loro nomi volgari) approfittavano volentieri dei coltivi per dar forma con le spighe dorate all’emblematico bouquet estivo. Scacciati dalle colture, quanti cappelli di paglia orfani! Quanti fiordalisi in crisi d’identità, in cerca di...

Gender studies. Evidentemente noi italiani

Evidentemente noi italiani ci meritiamo sempre il livello più basso dei dibattiti. Quando arrivano da altrove temi che sono stati caldi e centrali per cambiamenti di paradigmi, nuove attenzioni scientifiche e nuovi campi disciplinari vengono infilati nell’imbuto dell’arcitrito modo di “sinistra” di vagliare le cose. E questo si risolve tragicamente in un politically correct che trova ampia sponda su Facebook, una fogna di tutte le retoriche che non hanno il coraggio di mettersi in ballo, dagli animali vegetariani che si proteggono tra specie diverse alle ovvietà del mondo queer.   Che cosa queer voglia dire e cosa c’entri il queer col dignitoso dibattito sul “gender” che dagli anni 80 è stato portato avanti in buona parte dei dipartimenti di Humanities del mondo, è una questione che richiede attenzione, conoscenza e preparazione. Quello che manca al politically correct delle sezioni dell’ovvietà che ruotano intorno al politichese italiano. Così in Italia la questione sembra sia di prendere in giro quelli che pensano che il “genere” sia il nuovo pericolo da cui il mondo deve...

Farfalle gialle d’Amazzonia

Durante un’estate lontana, mi trovai per caso (mi pare si volesse andare sulle spiagge del nord-est) sulle sponde del Rio Negro, non molto distante dal punto in cui questo confluisce con il Rio Salimões per formare il Rio delle Amazzoni. Le acque del Rio Negro sono di colore verde scuro per via di una sostanza acida detta acido umico che risulta dalla degradazione incompleta della vegetazione che ne ammanta le sponde nel suo percorso attraverso la foresta amazzonica: sono acque lente dotate di una notevole acidità che impedisce a molti insetti e pesci di popolarle. Al contrario, le acque del Salimões scendono più veloci, fangose, con il colore della senape, e sono ricche di piranha e di fauna ittica. Quando i due maestosi rii si incontrano, confluendo mollemente a forma di ipsilon, le due fiumane di color verde scuro e senape si affiancano per lungo tratto esitanti prima di mescolarsi alcuni chilometri dopo la città di Manaus e proseguire il loro lento fluire verso l’Atlantico.     Mi dissi che già che si stava da quelle parti sarebbe stato interessante dare un’occhiata, anche distratta, alla fauna di...

Vischio

Bello l’inverno quando contro i cieli chiari s’intrecciano neri i rameggi degli alberi. Tutto è terso, freddo, cristallino. Nel gelo, il vischio (Viscum album) sugge il verde che brilla nei sospesi grappoli e riluce di diafane bacche.   Cespuglio epifita ed emiparassita, nel regno vegetale il vischio è un doppio scroccone: approfitta della pianta ospite per allogarsi e, già che c’è, insinua nel legno gli austori per carpire un po’ di linfa.     L’inverno lo rivela alto sulle latifoglie, in genere rosacee (meli e peri), pioppi e robinie. Con più efficace camouflage colonizza anche conifere (abeti e pini) specializzandosi in funzione degli ospiti. Il genere viscum conta circa 70 specie a foglia persistente; nel bacino del Mediterraneo ve n’è persino a bacca rossa (Viscum cruciatum). Diversa è invece la famiglia del vischio della quercia (Loranthus europaeus Jacq.) dalle foglie caduche e bacche paglierine.   Dimentico del ramo d’oro che a Enea consente il colloquio con il padre defunto, Giovanni Pascoli dedica al vischio un poemetto ossessivo, vampiresco: «...

L'animale che racconta storie

Modellando il concetto di semiosfera su quello di biosfera Jurij Lotman ha indicato il livello di contiguità e interconnessione che l’azione della specie umana sul mondo ha stabilito tra natura e cultura, tra ambiente fisico e ambiente antropico, attraverso la proiezione di significati sulla nuda esistenza delle cose e degli esseri. In questo spazio ibrido, in questa sovrapposizione tra il dominio simbolico e quello percettivo, la fissazione, il consolidamento e la conservazione dei gruppi umani è il risultato combinato della trasmissione tanto dell’informazione genetica, che avviene attraverso la riproduzione biologica, quanto dell’informazione non genetica, che avviene attraverso la riproduzione e il potenziamento delle forme culturali. Nel suo libro L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani (Bollati Boringhieri 2014) Jonathan Gottschall esplora l’intuizione che l’attività umana di significazione possa aprire un ambiente virtuale dentro l’ambiente fisico, definendo la narrazione come un vero e proprio habitat, una biosfera aumentata che costituisce una nicchia ecologica ideale per lo sviluppo della...

Mantide Religiosa

Quella mattina in periferia la mantide si aggirava sulla pista ciclabile. Accovacciatomi davanti ad essa, si bloccò immobile fissandomi. Poggiai la macchina fotografica a terra, tra noi c’era un metro di distanza esatto; l’ho potuto leggere nella scala metrica impressa sul pomellino che regola il movimento avanti-indietro dell’obiettivo. Un metro è la distanza minima che devo tenere tra la mia fotocamera e un qualsiasi soggetto affinché possa metterlo a fuoco. Fu essa ad accorgersi dell’uomo sul fondo in arrivo verso di noi, girando la testa e rimanendo piantata col corpo nella posizione iniziale. La mantide lo seguì con lo sguardo, lo stavo sperimentando in quel momento. Fu allora che scattai l’ultima foto a disposizione nel rullo di pellicola. Riuscii anche a fotografarla tre volte mentre ancora fissava me.   Gli antichi diffidavano del suo sguardo. Rimando però a chi voglia, di leggere altrove le leggende su questo insetto. Così come le letture sul Tang Lang Quan: lo stile del kung fu che prende ispirazione dalla sua postura e dal colpo micidiale che sferra con le zampe anteriori; così come...

Le falene di Neanderthal

Non tutte le farfalle sono bellezze colorate ed eleganti. Le oscure erebie, ad esempio, paiono uscite dall’antro di Erebos talmente scure, monotone e quasi insignificanti si presentano all’occhio inesperto. Alcune comuni falene, poi, sono sovente raccapriccianti con le loro tinte grigiastre e la pelosità fitta del voluminoso e vermiforme addome e delle lunghe e fragili zampe uncinate. Da bambini le falene non si consideravano granché, se non era per quelle bellissime arctie dai colori rossi e gialli sgargianti alle ali posteriori, e nere o brune con macchie e strie bianche a quelle anteriori.   Le quadripunctaria, ad esempio, si cercavano sulle infiorescenze rosate di Eupatorium della Rovella dove in certe annate erano presenti a decine: si scuotevano i grandi cespugli e quelle volavano all’impazzata e senza meta apparente, sventagliando le ali colorate tanto da sembrare piccole e festose scintille di luce psichedelica bianca e nera e gialla e rossa brillante. Quella era una falena che non sembrava tale e che non la cedeva in quanto a colori che a poche vanesse, e da bambini non si capiva esattamente perché i dotti non la...

Amore e libertà politica

Tra i vari sistemi politici, la democrazia è il più difficile e tra tutte le forme di democrazia, quella liberale è la più ardita, ma anche la migliore.   Parte da questo assunto un importante saggio, Emozioni politiche. Perché l'amore conta per la giustizia (ed. il Mulino), scritto da Martha C. Nussbaum, filosofa politica, personalità di spicco nel mondo accademico internazionale, famosa per avere sostenuto e studiato il ruolo delle emozioni in politica, per avere rivendicato l'importanza del sentire e dell'agire femminile nella promozione della libertà e della giustizia, e per avere fatto rientrare la natura, e soprattutto gli animali, tra i soggetti di diritti che i governi dovrebbero impegnarsi a difendere.   La democrazia politica liberale si fonda sul consenso della maggioranza attorno a valori quali l'uguaglianza, la libertà e la giustizia, e sui modi in cui praticarli. Dalla Rivoluzione Francese, che per prima li ha proclamati e resi universali, la storia ha prodotto un numero notevole di cattivi governi e di mostruosità compiute al grido di Libertà, Fraternità,...

Aquilegia o Amor nascosto

Eleganti e leggere (eleganti perché leggere), le aquilegie sono le farfalle boschive dei giardini, specie se oscillanti tra alti fili d’erba. Le doppie corolle – una di sepali l’altra di petali – monocrome o bicolori, con o senza speroni (arcuati o diritti, le orientano verso l’alto o verso il basso), fanno capolino su steli rigidi ma contornati da frastagliate foglie glauche, ariose e leggiadre quanto il fiore.   Facili e rustiche, quest’erbacee montane e perenni prediligono gli angoli umidi ma si propagano e ibridano spontaneamente, spuntando là dove meno te le aspetti con le tonalità più disparate e insolite rispetto ai capostipiti: azzurre o blu, lilla o viola, bianche o rosa, giallo oro o limone, arancio, porpora quasi nero (perso, come direbbe Dante), fin anco verdi e bronzo (Viridiflora).     Dai pochi centimetri della varietà Alpina al metro della Chrysantha, possono essere accolte in giardini ombreggiati e lussureggianti o essenziali e selettivi, anche per il pregio di una prolungata fioritura da aprile a giugno che, con la cura di recidere i fiori secchi, può protrarsi...

Rarissime erebie

Superato il confine di stato poco oltre Domodossola ci si trova nelle imponenti gole di Gondo dalle pareti verticali che scendono a picco sulla via scavata appena sopra al letto del torrente Krumbach nei pressi della sua congiunzione con lo Zwischbergenbach. A mezzora di strada sta il Passo del Sempione, su in alto a 2000 metri di quota, mentre poco oltre Gondo si aprono ad ovest due vallette: dapprima la Zwischbergenthal e poi la Lagginthal. Lungo quest’ultima, una straducola si inerpica per qualche centinaio di metri prima di finire in una sterrata che è poco più di un sentiero. È qui che fu scoperta alla fine dell’’800 una farfallina rarissima che fu chiamata Erebia christi dal suo scopritore in onore di un certo Christ. Da allora nacque un mito destinato a durare nei decenni successivi sino ad oggi.   A questa farfalla accennai in precedenza nel parlare del genere Erebia descrivendo le nostre processioni di paese verso il Santuario di Oropa. Tra gli insetti apparentemente insignificanti di questo genere, Erabia christi è la più rara tra quella cinquantina di specie che popolano le nostre Alpi e le altre montagne...

Addii all’ombra delle magnolie

Dobbiamo alle magnolie orientali, caducifoglie e arbustive, le prime sontuose fioriture primaverili. Tra marzo e aprile i rami ancora nudi si ricoprono, a seconda delle varietà, di nuvolose, sfarfallanti corolle bianche, crema, rosa o viola-porpora. Solo a petali caduti compaiono le foglie poi, in autunno, sul finire del ciclo vegetativo, i frutti attraenti quando scoprono i semi scarlatti.   Il genere, antichissimo (abbiamo fossili risalenti a cinque milioni di anni fa), venne così battezzato in onore di Pierre Magnol (1638-1715) che introdusse in botanica il concetto di famiglia. Alla fine del Seicento gli inglesi scoprirono le specie arboree, sempreverdi e fragranti, d’origine americana: la virginiana prima (1688), poi la più diffusa grandiflora.   Tra le asiatiche, la prima a giungere in Europa fu la Magnolia denudata, introdotta dalla Cina in Inghilterra nel 1789 da Sir Joseph Banks. La seguirono le più piccole della specie: la liliflora, con foglie appuntite e lunghi petali porpora, variamente sfumati di chiaro, più tardi la nipponica stellata, amatissima per le trine dei fiori dai petali ricadenti. Tutte hanno le...

La linea della palma

Se le sta mangiando una dopo l’altra il famigerato coleottero noto come il punteruolo rosso della palma (Rhynchophorus ferrugineus). Sembrano in salute, il ciuffo esotico alto sul fusto dritto e vigoroso, ma internamente minate collassano di botto. Da tempo siamo in piena emergenza: il flagello asiatico (il curculionide è originario dell’Asia sudorientale) ha invaso il territorio nazionale nel 2004, per l’incauto acquisto di un vivaista che lo importò dall’Egitto. In pochi anni, dalle regioni meridionali è risalito fino in Liguria dove persino i topi lamentano gli approdi panoramici («e il volo da trapezio/ dei topi familiari da una palma»; Montale, Proda di Versilia). La mutazione del paesaggio è dolorosissima: alla peste sembra non sfuggire alcun genere di palma. Le cure chimiche sono costose, così, nel regno vegetale quanto in quello umano, si salvano le più abbienti, come le palme del giardino del Quirinale.     Qui, al nord, la Trachycarpus fortunei è la palma più diffusa: resistente ai geli e rapida nel propagarsi, porta ampi flabelli che sonori sventagliano al vento...

Girotondo sopra alle nostre teste

Qui la prima parte   Cercammo senza sosta per tutto il pomeriggio aree ove si potesse collocare la grande lampada di cui disponevamo per attirarla nottetempo. Eravamo incerti se porla su quella straducola sterrata che avevamo scoperto e che era scavata tra infinite foreste profumate di resina di pino, oppure se scendere verso il lago artificiale e turchese e cercare uno slargo ben visibile che avrebbe attratto falene anche da lunga distanza. Si discusse a lungo senza trovare una soluzione, incerti come eravamo sulle abitudini di questa falena gigante e sontuosa. Ci fermammo in un vicino villaggio a dissetarci con una freschissima «panache», la classica birretta mista a gassosa che in Francia era una bevanda molto popolare. Piscopo, invece, che da sempre odiava la birra, si accontentò di una zuccherosa aranciata,  bevanda piuttosto banale e disponibile ovunque nel mondo. Ma non ci fu verso di convincerlo ad assumere le migliori abitudini francesi. Seduti su di un comodo tavolino del bar che guardava verso i campi di petanque dove gli anziani e i meno anziani stavano giocando una partita accesa e piena di dispute, parlavamo della Isabella, ripetendo...

Bambù

Alle scuole elementari avevo una maestra brava ma terribile. Terribile con i bambini meno protetti, ai quali non lesinava bacchettate sulle dita con il righello, o sulla testa con una lunga canna di bambù con cui riusciva a raggiungere gli ultimi banchi dell’aula. Ebbene, quella canna di bambù alla maestra la procurai io. Io la chiesi al nonno.     Un folto boschetto di Phyllostachys ricopriva e rinsaldava una ripa scoscesa del suo campo davanti casa e lo riforniva di tutori per l’orto. Ricordo il giorno in cui portai orgogliosa quella liscia e lunga canna giù dall’erta del quartiere alto, dove tutt’ora s’affaccia sul paese la casa dei nonni materni, fino al piano e alla scuola come un soldatino porta il vessillo, uno scudiero la spada al suo cavaliere. E con quell’ignaro sadismo da bimba nutrito dalla consapevole certezza che mai con quella canna la maestra avrebbe colpito me, allieva tra le sue migliori, armai quelle mani e me ne feci complice.     Sarà per questo che, pur da tempo spasimando un boschetto di bambù in fondo al giardino, il suo proprietario vi si oppone? Che tema,...

L'erba delle talpe

In giardino ricevo i gatti vagabondi in visita per la merenda; allo stesso modo accolgo, con maggiore disponibilità di un tempo, le erbe randage. A mitigare la mia ossessione per le invasioni indesiderate  sono stati i testi di Gilles Clément e, soprattutto, l’incontro con un delizioso libretto di Maurice Maeterlinck.     Nell’Intelligenza dei fiori il drammaturgo e saggista belga sollecita attenzione non solo per i colori e i profumi di fiori e piante, ma anche per l’ingegnosità delle loro strategie di sopravvivenza.    Pensiamo ai vegetali come creature ferme, le radici li nutrono ma li legano indissolubilmente al suolo. Maeterlinck racconta con garbo quali raffinatissime, molteplici, diversificate armi d’insubordinazione a questo destino d’immobilità essi possiedono: come l’ “erbaccia” che estirpavo sul nascere.     Volgarmente detta Catapuzia, è un’euforbia biennale (Euphorbia lathyris) dal fusto eretto, vigoroso, glauco, sul quale si innestano lunghe foglie lanceolate, cuoriformi alla base, opposte e decussate. Vistosa anche l...

Il cocomero degli asini

«The exciting fruits are always an amusement to catch the uninitiated observer», è l’ironica clausola alla voce Ecballium elaterium del manuale inglese sulla flora selvatica mediterranea (M. Blamey-C. Grey-Wilson, Wild flowers of the Mediterranean, A&C Black, London).       Lo consultai per identificare la strana pianta che mi fece sobbalzare di sorpresa mista a spavento lungo un sentiero della Basilicata. Si trattava certo di una parente del cetriolo per il fusto prostrato, peloso e scabro, per i fiori femminili isolati, gialli, a cinque petali, portati all’ascella di foglie triangolari, alterne, spesse e ispide, dal grosso picciolo e margine dentellato. Infatti vi trovai la pianta classificata tra le cucurbitacee, me stessa – invece – tra gli osservatori ingenui.     Ancora una volta, Maurice Maeterlinck mi solleva dall’incarico di descrivere quel congegno a orologeria, quell’arma tossica pronta a esplodere al tatto degli impreparati novizi: Il suo frutto carnoso, che somiglia a un piccolo cocomero è dotato di un’energia, una vitalità inspiegabile....

Roggia Carlesca

Scorrono limpide e popolate di cavedani, passando in prossimità dell’impianto di teleriscaldamento in zona Famagosta e poi vanno a irrigare un vasto comprensorio che si estende nel sud milanese fino a interessare la Provincia di Pavia. Sono le acque della roggia Carlesca, ho fatto gli scatti a poche decine di metri dall’ex comprensorio industriale dell’ex conceria sulla via Boffalora.   In questo piccolo quadrato bucolico, la fauna è ricca e di facile osservazione; ormai è quasi un anno che sto da queste parti e col passare delle stagioni, mettendosi sul piccolo ponte che la oltrepassa, si possono vedere aironi, gabbianelle, cornacchie che litigano coi gheppi, anatre di vario genere e persino un piccolo martin pescatore che vola, coi suoi colori arancione e azzurro, rasente l’acqua; non mancano una famiglia di nutrie e qualche ratto. La notte estiva invece, quando mi ritiro stanco a casa percorrendo l’ultimo e interminabile pezzo a piedi, lasciandomi alle spalle l’ormai lontana linea del tram numero tre, è possibile avvistare rane e leprotti pronti allo scatto. A giugno e luglio c’erano anche le...

Paola De Pietri. To face

Nella foschia si intravede un’ampia distesa d’erba da cui affiorano qua e là zone sassose che rendono difficoltosa una semplice passeggiata. D’altra parte siamo in una zona che oggi è meta turistica ma nel passato ha conosciuto gli scontri durissimi che hanno visto contrapposti giovani che, a seconda dei luoghi anche confinanti in cui erano nati, potevano vestire la divisa dell’esercito italiano o di quello austriaco. La Grande Guerra fu chiamata così perché quasi azzerò un’intera generazione facendola marcire nelle trincee, soffocare nei cunicoli, trucidare da generali incapaci che imponevano avanzate su campi aperti, morire sotto bombardamenti così intensi da svuotare gli arsenali cui le industrie non riuscivano a fornire sufficienti munizioni. Bisogna avere bene in mente tutte queste cose da troppi dimenticate per osservare con sguardo consapevole a questi luoghi che, come tutti, non sono innocenti.     È proprio la consapevolezza oltre alla costanza ad aver guidato la fotografa reggina Paola De Pietri nei luoghi di confine fra Austria e Italia che furono teatri di incessanti...

Le trame del carrubo

Ignara di usare un toscanismo di derivazione colta, mia madre nel suo vernacolo bresciano le chiamava cornacchie. Niente a che fare con i corvidi dominatori dell’urbe e del contado. La voce greca keràtion, e il calco tardo latino cornulum, vale sia piccolo corno che carruba,  il bruno pendulo baccello (siliqua in latino) frutto dell’albero del carrubo (Ceratonia siliqua). Da qui anche la voce carato, l’unità di misura dei diamanti, derivata dal peso pressoché costante dei piccoli duri semi delle carrube.   Le ho assaggiate da piccola, quando erano già in disuso e avevamo ben altri dessert, ma per la generazione di mia madre sono state spesso i soli dolcetti disponibili. Tant’è che, ridotte in farina e con l’aggiunta di grassi e olii vegetali, sono un succedaneo del cioccolato.     A produrle è un albero originario dell’Asia Minore: assai decorativo, non svetta ma ha chioma tondeggiante espansa compatta, foglie composte paripennate con tre quattro coppie di laminelle ovali, coriacee, smarginate all’apice, d’un verde intenso e brillante sulla pagina superiore...

La palude di Grimpen

Ho sempre avuto un’ammirazione smisurata per Sherlock Holmes. Tutto cominciò con uno sceneggiato televisivo in varie puntate quando la TV era ancora in bianco e nero sul finire degli anni ‘60: L’ultimo dei Baskerville, ovvero la versione italiana de Il mastino dei Baskerville, forse il più affascinante dei racconti del mitico detective usciti dalla fantasiosa mente di Sir Arthur Conan Doyle. La storia inizia nell’indaffarata Londra di fine ‘800 con un eccellente Nando Gazzolo, attore di teatro di quegli anni, che recita nei panni di Holmes. E prosegue, la storia, nella nebbiosa e uggiosa landa a brughiera e paludi che ancora oggi caratterizza quello sperduto territorio di Dartmoor nel Devonshire. Sentite un po’:   “Sì, dottor Watson, sulla landa lei troverà molte cose singolari! Oh, mi scusi un attimo, quella è certamente una ciclopide”. Una farfallina o falena si era inoltrata svolazzando sul nostro sentiero, e in un batter d’occhio Stapleton si era messo a inseguirla con una vivacità e un’energia straordinarie. Con mio grande sgomento l’insetto prese a...

I fiori del gelo

Ha i suoi fiori anche l’inverno: ellebori, camelie sasanqua, gialli gelsomini (jasminum nudiflorum). Ma il fiore del gelo è il Chimonanthus praecox o calicanto invernale. Arbusto cinese, rustico, dal portamento rigido, un po’ sgraziato: i giardinieri accorti lo accompagnano a cespugli più composti dalla fioritura diversificata, lo addossano a muri a secco o a fianco di sempreverdi esaltanti il giallo paglierino dei fiori.        Quando le lunghe foglie lanceolate cadono, sui rami spogli i boccioli ascellari sono già pronti. Da dicembre a febbraio, i fiorellini di cera si aprono e mostrano un cuore rosso cupo e profumatissimo. Non hanno corolla né petali e, come suggerisce l’etimo (calicanto: fiore a calice), è il calice a sfrangiarsi in sepali traslucidi, quasi trasparenti.     Nelle serene mattine d’inverno, è un piacere intenso sentire la scia dolce, vanigliata, che il freddo esalta contrastandola nella giusta misura. È una fragranza che pare nuova tant’è antica.     Ne esistono tuttavia anche varietà a fioritura estiva...

Alberi d’inverno

Nudi sono più esigenti. Richiedono curiosità concentrata, sguardo contemplativo. D’inverno, gli alberi spogli riservano i piaceri segreti di una natura mai in letargo, che sa sempre stupire.   Vischio su pioppo e edera   I rami, esili e folti, degli olmi ricadono nuvolosi dall’alto; i cercis si tengono stretti alle brocche i bruni baccelli. Le pendule samare cartacee impreziosiscono ancora aceri e ailanti, e le liquidambar si fanno notare per le nere sfere aculeate.  I codini rosatenero dei noccioli dondolano infreddoliti, e gli ingannevoli coni dei liriodendri paiono boccioli prossimi alla fioritura: celano invece semi alati.   Infruttiscenze di liquidambra e samare di ailanthus altissima   Ma è con la nebbia e la neve che arrivano vesti più raffinate, con la galaverna gioielli più rari. Impareggiabile, il poeta inglese W.H. Auden, così esalta virtù ed effetti della collaborazione tra alberi e nebbia:         e le cime degli alberi, visibili appena, non stormiscono ma restano immobili e condensano efficienti in gocce...

Smeraldo

Arriva una notizia aperitiva: il verde sarà il colore del 2013. Il verde smeraldo, per la precisione. Lo decretano stilisti e designer, grafici e artisti, sportivi cool, signore bene. E sembra lo attestino anche filosofi e scienziati. Viene immediatamente da chiedersi: l’ecologia gongola? l’ambiente innanzi tutto? Sì, per certi versi, perché il verde – nelle sue cinquanta sfumature eventuali – è il colore della Natura, in parecchie delle sue manifestazioni e sostanze. Per gli islamici è sempre stato il colore del Paradiso, e da un po’ – è stato ricordato da Marco Belpoliti – lo è diventato anche per noi.   Ma di quale natura, e di quale paradiso, stiamo parlando? Per approfondire la questione, a questa notizia possiamo forse accostarne un’altra, un po’ meno evidente, comunque ragguardevole: la natura, a poco a poco, sta perdendo colore. Nel senso che, stremata dalle ribalte cui è stata troppo a lungo sottoposta, sta rinunciando alla sua tinta d’ordinanza, il verde clorofilla, per darsi ai toni e alle nuances d’ogni tipo. Sbianca, impallidisce, si...

L’olea dell’Ingegnere

I parchi delle nobiliari dimore che occhieggiano dalle rive dei grandi laghi lombardi ne esibiscono vetusti esemplari: notevoli per dimensioni – s’alzano oltre i cinque metri – quelli a mancina della scalinata di Villa Erba a Cernobbio, residenza che fu di Luchino Visconti. Più a est, nel triangolo lariano, presso la mite bacinella del Segrino, l’odiata magione dell’ingegner Gadda è ancora lì, benché rimaneggiata e riconvertita in condominio. All’ingresso, in un angolo del giardino, vegeta tuttora l’olea descritta mirabilmente nella Cognizione del dolore, a testimoniare la presunzione snobistica di villa Pirobutirro e delle villule brianzole:   L’olea fragrans aveva foglie lucide e brevi sotto il sole di settembre; cielo occupato oltre i campi da una lontana campana; foglie, l’olea, di un verde smaltato; incurve, e delizia delle scuole di disegno: dava dai suoi fiori-briciole, bianchissimi e grassi, un richiamo inebriante, per quanto unico, dei climi di signoria. (seconda parte, VIII)   Meglio nota come Osmanthus, l’olea fragrans è oggi arbusto di gran moda,...