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osservare

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Primo Levi come prisma

Anche per la mia insegnante di scienze naturali la chimica era un testo di chimica, e basta. Era le pagine di un libro. Non aveva mai toccato in vita sua un cristallo o una soluzione. Era un sapere trasmesso da insegnante a insegnante, senza mai un collaudo pratico. C’erano le esperienze in aula, ma erano sempre le stesse. Mancava assolutamente tutto quello che è inventivo in queste cose […]. [Mio padre] il cannocchiale non me l’aveva comprato, ma un microscopio da 250 ingrandimenti sì, con il quale organizzavo spettacoli «classici», una soluzione di allume per vedere i cristalli... Avevo una macchinetta da proiezione del Pathé Baby, a passo ridottissimo: invitavo i miei amici, e mettevo il vetrino al posto della pellicola, si vedevano crescere i cristalli.   Primo Levi racconta così, dialogando con Tullio Regge, le sue prime esperienze scientifiche. In opposizione a un ambiente scolastico chiuso alla prassi e all’invenzione, un microscopio regalatogli dal padre, una macchinetta da proiezione del Pathé Baby adoperata, per dire così, in maniera creativa, amici cui mostrare vetrini sui quali...

Jonathan Crary. Le tecniche dell’osservatore

Non so se ci avete mai pensato, ma le funzioni proprie dell’occhio umano stanno per essere soppiantate da pratiche visive in cui le immagini non hanno più nessun rapporto con la posizione dell’osservatore posto in un mondo “reale”, e percepito secondo le leggi dell’ottica. La progettazione degli spazi urbani, e delle architetture, mediante rendering, i simulatori di volo con cui si guidano i droni, aeromobili bellici, la risonanza magnetica negli ospedali, l’olografia con cui si realizzano film, i sistemi di riconoscimento della robotica diffusi nelle aziende, i caschi della realtà virtuale, e altro ancora, sono diventati, dopo l’avvento dei computer, tecniche che riposizionano la visione su un piano separato dall’osservatore umano.     Con queste affermazioni inizia un libro apparso più di vent’anni fa negli Stati Uniti, e tradotto solo ora, Le tecniche dell’osservatore. Visione e modernità nel XIX secolo (a cura di Luca Acquarelli), scritto da un professore della Columbia University, Jonathan Crary. La sua diagnosi si è rivelata esatta: il fenomeno visivo, scriveva...

Tre domande a Franco Arminio

Giunge oggi alla quarta e ultima tappa Italia piccola, il ciclo di incontri sulla realtà italiana organizzato dalla Libreria Utopia di Milano in collaborazione con doppiozero.   Abbiamo voluto raccontare luoghi e situazioni degli italiani di ieri e di oggi: l’Italia minore, quella che non ha spazio sui media se non quando accadono catastrofi naturali o tragedie, e gli italiani, diventati un popolo attraverso le vicende unitarie, le migrazioni, le trasformazioni del boom.   Oggi alle 18.30 Marco Belpoliti incontra Franco Arminio, uno degli scrittori più originali della nostra letteratura, per una conversazione sullo stato del Sud, sulla paesologia, la scienza che ha inventato per conoscere la vita dei paesi, e sul suo ultimo libro, Terracarne (Mondadori).   Noi abbiamo rivolto all’autore queste tre domande.     Che cosa è la ‘paesologia’? Va ancora bene definirti paesologo o la categoria, peraltro da te inventata, ti sta stretta?   In estrema sintesi potrei dire che la paesologia è scrivere col corpo dei luoghi in cui si vive o dei luoghi che si attraversano. Una forma di...

Robert Walser. Ritratti di pittori

In fin dei conti, che si tratti di originali, riproduzioni o incisioni, ciò che posso dire è pressappoco questo: per alcuni istanti delle figure dipinte sono transitate nella sua vita. Robert Walser le ha incontrate ad una mostra, oppure sfogliando distrattamente qualche rivista. Hanno lasciato tracce, poi sono svanite, forse si sono perse, sono evaporate. Se fanno ritorno sulla carta, come cose scritte, le ritroviamo alterate: non sono più loro. È possibile che sia cambiato il fondale della scenografia, come ne Il bacio rubato di Fragonard, dato che nella stanza non ci sono altre persone in amabile discussione, o a “centellinare vino”. Qualcosa di simile a un capriccio, o magari un’impercettibile spostamento dell’asse terrestre, ha per un istante inceppato il tempo? Per un istante sembra che le cose si siano smaterializzate, per poi ricompattarsi, ma fuori posto.   In Walser, ogni immagine, ogni cosa, ha vita breve. Figure, personaggi, scene: sono lampi improvvisi, uno sfarfallio simile ai fotogrammi instabili del cinema delle origini (lo ricorda W.G. Sebald); l’immagine è un flash, pronta a sparire,...

Giorgio Manganelli / La favola pitagorica

Pur essendo annoverabile in una longeva tradizione novecentesca di viaggi d’autore in Italia, l'odeporica di Giorgio Manganelli sembrerebbe appartenere piuttosto a quel genere letterario che lo stesso autore, altrove, si era premurato di precisare con la sua consueta diligenza di onomaturgo: la geocritica, ovvero il “trattare un luogo alla stessa maniera con cui trattiamo sostanzialmente un libro”. Sulla scorta di questa definizione, i suoi scritti di viaggio in Italia (raccolti da Andrea Cortellessa ne La favola pitagorica) possono così diventare note e trascrizioni di una sorta di di-vagare mentale. Manganelli può interrogarsi diffusamente sull’esistenza di Ascoli Piceno, ovvero discettare sull’Abruzzo tracciandone una cartografia eccentrica; nonché raffigurarsi Piacenza come un luogo esotico quasi quanto Singapore, o ancora osservare le vestigia della Magna Grecia come fossero epifanie misteriosamente familiari.   Come in Spagna mi ispanizzo, e in Germania vagheggio di farmi goethiano, così a Firenze sperimento una trasformazione, una insidia, una seduzione che non saprei descrivere in altro modo:...

Viaggio in un libro

Ho un problema con i libri che parlano di paesaggi: quasi mai ti fanno vedere la cosa di cui parlano. Penso che la lingua letteraria sia quella più adatta a parlare in termini non specialistici del mondo che ci circonda. Un libro sul paesaggio deve far venire voglia di spegnere la televisione e uscire. Deve essere un invito a disertare il divano e a scegliere quello c’è fuori. Per me un autore che produce questa sensazione è Gianni Celati. I libri sul paesaggio scritti dai saggisti spesso hanno il difetto di usare il linguaggio delle astrazioni mentre un paesaggio è sempre una cosa concreta, un ammasso di dettagli. E forse lo strumento migliore per avvicinarsi ad esso è la poesia, la poesia in quanto scienza delle eccezioni, dei dettagli. Non penso alla poesia come atletica del sentimento, come stimmate di una sofferta vita interiore. Penso alla poesia che viene dall’osservazione del mondo. Il mondo esterno osservato con un occhio intimo e distante, un’osservazione ravvicinata e panoramica.   Altri paesaggi, il libro pubblicato per le edizioni Franco Angeli (2010, pp. 328, € 39.00) dallo spagnolo Joan Nogué...

Correre

Nel suo libro dedicato alla corsa e intitolato L'arte di correre Haruki Murakami racconta un suo viaggio in Grecia nel lontano 1983. “Nel giugno di quell' anno – scrive – corsi da solo da Atene a Maratona”.   Tutto nasce dalla tipica richiesta da parte di una rivista di annotare le impressioni di uno scrittore sulla Grecia, in particolare sui monumenti classici. “La Grecia, però, – precisa ancora Murakami – non è solo la patria del Partenone, ma anche quella di tutti i corridori, per chi corre Maratona è un luogo sacro”. Il resoconto del viaggio diventa allora imprescindibile dalla necessità di correre – con un percorso inverso a quello del percorso tradizionale – da Atene a Maratona. È la scelta di conoscere un paese calpestando la sua terra con il peso del corpo, il piombo delle gambe. Alle comodità del turista intellettuale Murakami oppone una sfida che ha come nemici il caldo, la polvere, la fatica e la sete, rispetta l'impegno preso e mantenuto con se stesso di correre senza trucchi, senza sconti, sognando una birra ghiacciata.   L'unica...