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Lucca / Ganzo Bao

Riduttive le sue accezioni “ganzissimo”, “è veramente divertente”.  Sintetizza una lunga frase – tipo: ‘meglio non c’è per sentirsi bene insieme godendoci la vita’ – che spinge a diventare ganzo anche chi la dice. Vale per un gioco, un piatto, un viaggio, una lettura, un vernacolo.   “Parlà lucchese è ganzo bao” è il motto di un gruppo che si propone di tenere in vita usi e costumi della Lucchesia.  Ma, essendo “ganzo bao”, si ritrova anche in periodici appuntamenti dal vivo per godere delle tradizioni gastronomiche locali. “Ganzo”, utilizzato da solo – oltre alla versione peccaminosa di amante, in toscano – significa “intelligente, divertente, scafato, eccezionale, incredibile”. Bao è rafforzativo. Si impiega anche in modo generico, tipo “è caro bao” = “è carissimo”, “è brutto bao” quindi “è bruttissimo”.

Dialetto trentino / Strangossar

“L’è tutta la vita che strangosso”, “l’ha strangossà tutta la vita”. È il verbo del desiderare fortemente, talvolta del desiderio che non si riesce a soddisfare o del desiderio irrealizzabile. Composto da extra che dà il senso del superlativo o da trans, aldilà e da angossar che ricorda angosciare che viene dal latino angĕre, per stringere, essere in affanno, provare struggimento (ma anche dal tedesco Angst). Insomma, si può strangossar anche di un buon gelato o di una bella automobile ma quel che mi colpiva nell’ uso che ne facevano i miei nonni era lo strangossar senza oggetto, “senza frutto” direbbe Dante :”tutta la vita a strangossar…”

Dialetto lombardo / Balabiótt

Balordo, perdigiorno, lazzarone. Etimologicamente: ‘colui che si mette in ridicolo ballando nudo’.   Una storia milanese: Nel 1820 Villa Simonetta, costruita da Gualtiero Bascapè, camerario di Ludovico il Moro, alla fine del 1400, poi passata a Ferrante Gonzaga e quindi alla famiglia Simonetta, venne ribattezzata la "Villa dei balabiott". Era lì, infatti, che il ricchissimo barone Gaetano Ciani, alias Baron Bontempo, capo della celebre "Compagnia della Teppa", organizzava le gozzoviglie della sua banda, che, secondo la leggenda, spesso degeneravano in orge e persino in omicidi. Quella della Teppa era "una compagnia di giovinastri, prepotenti e crudeli che fanno il male per amore del male e per smania di sbevazzare" (F. Angiolini, Vocabolario Milanese-Italiano, 1897). Costoro, quasi tutti di ottima famiglia, si riunivano inizialmente nelle gallerie sotto il Castello Sforzesco, che erano umide e piene di muschio, nel dialetto lombardo detto "tèpa", termine da cui discende il loro nome. Poiché facevano scherzi che finivano spesso con atti di violenza, Giuseppe Rovani, nel suo romanzo storico Cento anni (1859-1864), li definì "teppisti". Altro che balabiott!    Una...

Meteorologia napoletana / Strizzicheia

Meteorologie napoletane:   Strizzicheia: pioggerellina fitta che sembra innocua ma che, alla fine, altroche’ se bagna. Tiemp’ bbafuogn: aria afosa, pregna di umidità che non riesce a trasformarsi in pioggia, appiccicosa. Arb e nunn’arb: momento che precede la levata del sole in un momento ancora essenzialmente buio.

Crinale tosco-emiliano / Fnide

(Kaputt)   Fnide, nel mio dialetto, sta apparentemente per finito, terminato, con una minima differenza grafica e fonetica rispetto all’italiano.  Sul crinale tosco emiliano lato Emilia, esposizione nord verso la Pianura Padana: a mille metri d’altezza un paese che fino agli anni del boom economico era indietro di cinquant’anni.  In quegli anni, tra le conseguenze non cercate delle lunghe vacanze estive ogni anno c’era l’incontro con un altro mondo e un’altra pagina della storia. In quegli anni, lontano dai luccichii della città, incredibilmente si potevano avvertire i sentori profondi dell’epoca preindustriale.  Fnide è parola che sarebbe sbagliato ridurre semplicemente all’aggettivo finito, terminato; in realtà il suo significato va altrove.    Una sera ricordo l’espressione pronunciata da mio padre quando, con una pietà conclusiva, riassumeva a mia madre l’incontro inaspettato con un amico ammalato: “l’homme l’è fnide...”. È più o meno quello che Primo Levi ci racconta nel quarto capitolo di Se questo è un uomo, quando un internato lo apostrofa con “Du Jude kaputt. Du schnell Krematorium fertig (Tu ebreo spacciato. Tu presto crematorio, finito”)....

Trieste / Sgaio

Specie di koiné veneto-giuliana parlata fra Muggia, Trieste, Monfalcone, Gorizia, Grado (più o meno).    Si tratta di un aggettivo, e serve a designare un concetto che è molto di moda, in questo periodo. Indica una qualità che è una via di mezzo fra "furbo" e "intelligente". Che io sappia, in italiano non esiste un aggettivo che sia una via di mezzo fra "furbo" e "intelligente". Ora è di moda, in questi casi, usare la parola "smart". Che però non è italiana!

Area tridentina / Stránio

stránio. (area tridentina) di Fausta Libardi   Durante la grande guerra, per sgomberare il teatro delle operazioni, le popolazioni della Valsugana che abitavano lungo il confine dell’Impero vennero deportate nell’entroterra. In Boemia, nei campi, c’era il tifo; a mia nonna, sfollata con due figli bambini, un contadino generoso portava ogni tanto qualche gallina che era morta di malattia. Quando ripensava a quel periodo (avveniva di rado) alla nonna ghe vegnía stránio: lo struggimento che rende di nuovo presente il dolore e l’umiliazione del passato. 

San Severo / “Ndèscia”

“na ndèscia” (rigorosamente solo al femminile!): una donna incapace e maldestra nelle attitudini domestiche e non, a cui scappa tutto di mano, di scarso apprendimento e dall’aria imbambolata, oppure disgraziatamente frettolosa. Termine ormai desueto e dimenticato anche nel nostro dialetto sanseverese.

Sciarà / Vavasceia

“Vavasceia”: per dire della pioggia che cade come bava dal cielo.   Non so se sia una parola dialettale (e di quale dialetto, campano o lucano o che…), oppure l’invenzione (quasi onomatopeica) di mio nonno materno, da lui ascoltata quand’ero ragazzo e, con i miei, si andava al ‘paese’ (Melfi, Pz), a trascorrere parte delle ‘vacanze in famiglia’. Ricordo di averla sentita, una volta, pronunciata da lui, nonno Lorenzo, mentre eravamo nella vigna di sua proprietà; lui indaffarato a curarsi di qualche tralcio di vite o grappolo d’uva, in un pomeriggio settembrino, io a fianco a guardarlo, e cominciò a cadere questa pioggia lenta, leggerissima, appena appena avvertita sulla pelle, appunto come ‘bava’ (vava, in napoletano). Molto tempo dopo, il suono di quella parola mi tornò in mente, quando ero in Inghilterra, giovane laureato e tirocinante in un studio legale, in una giornata di giugno (se non ricordo male), ospite nella casa di campagna di un avvocato (senior partner di quello studio) che mi faceva da tutor; personaggio di grande acume e ironia e in età avanzata (dettagli non irrilevanti per il seguito). Insieme ce ne stavamo seduti nel suo bel giardino e quella ‘pioggia...

Sciarà / Simitón

In dialetto bolognese, lo simitón indica "le smancerie, le moine" (così viene riportato nel dizionario di Vitali e Lepri).  Nel mio lessico famigliare, questa parola si è sempre italianizzata: «scimitoni», o «fare degli scimitoni», cioè fare complimenti eccessivi, mosse e cerimonie. Ho poi ritrovato questa parola, sempre italianizzata, nei testi di Giulio Cesare Croce: «e a rallegrare il core/con balli, canti, suoni/ e far de’ scimitoni…» nel « dialogo piaceuolissimo » della Vecchia Rimbambita.

Sciarà / Macaia

Macaia, scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. Paolo Conte canta il clima delle giornate di Genova, quando soffia il vento di scirocco, il cielo è coperto e il tasso di umidità è elevato. Forse di origine greca (malachia), forse inglese (muggy air), macaia non ha corrispettivo nella lingua italiana e spesso è confusa con l’inquinamento ambientale provocato dal cambiamento climatico o dal dissesto idrogeologico derivato dallo smog di fumi e polveri sottili. Per quanti non abitano Genova questa similarità è possibile perché, osservando il fenomeno dall’esterno, gli effetti sembrano quasi identici e nella loro immaginazione spesso prevale il cielo coperto, lattiginoso, l’orizzonte solcato da una linea di nera di catrame, temperature fredde oppure afa che rende l’aria irrespirabile: accendiamo condizionatori, azioniamo ventilatori, terapie per renderci immuni alla malattia, estranei e non responsabili delle orti del pianeta.   Chi, al contrario, abita Genova sa che macaia regala giornate uggiose e fredde in primavera e climi miti e ventilati in inverno, capovolgendo per brevi istanti il moto delle stagioni. In realtà, dunque, nell’...

(friulano) / Snait

Saperci fare, sapersi dare una mossa/scossa, anche in autonomia. Ma è anche, forse soprattutto qualcosa di fisico, legato al movimento, antagonista della pigrizia: esser agili, disinvolti. Nel Pirona, il dizionario della lingua friulana, si dice potrebbe derivare da die schneid di area sveva bavarese e corrispondente al tedesco letterario tatkraft: energia. Quando era piccolo, negli anni ‘70, gli adulti (pre-trentenni) associavano snait a noi bambini terribili, detti canae: ai vol snait, canae! Ci vuole snait, ragazzi, 

Sciarà / Ahcadehe

Ahcadehe (h aspirate) era l’appellativo con cui nostro padre ci rimbrottava, quando non eravamo all’altezza dello zelo orobico per il lavoro. Vuol dire: lazzarone/i. Essendo la pigrizia un tema significativo nella bergamasca, ha diversi e altrettanto intraducibili sinonimi:  Lifrucù Ligóh Strigóh Buoatù Quest’ultimo ha una coloritura che aggiunge all’aggettivo lazzarone/pigro, anche il significato di ‘Buono a niente’. Naturalmente, si poteva variare con il più comprensibile: Lasarù.

Ritorna il nostro Speciale / Sciarà

C’è un brindisi che gli “Sciarà” – che erano gli amici fraterni, i sodali, quelli che portano lo stesso nome, i commilitoni e quelli che condividevano la stessa fatica del lavoro, quelli che hanno giocato insieme da bambini; la definizione della catena di senso resta plurima, e originaria – si facevano scambiandosi, regalandosi anzi, una formula di saluto, che era certo anche più che un augurio. Il rito diventava più gagliardo quando ci si ritrova dopo un lungo periodo di separazione o distacco (che era spesso, l’emigrazione lontana delle Americhe di allora, la prova di una malattia, e più spesso una disavventura di furfanteria o un qualche pericolo scampato che non si diceva).   Ed era sempre assistere a un brindisi grandioso, indimenticabile nella sua nitidezza e lussuosità, che a me ragazzino, di fronte a questi adulti o vegliardi che festeggiavano il semplice piacere di ritrovarsi tra i vivi, mi appariva cosa olimpica, sontuosa, araldica, per quanto tra di loro si fosse tra poveri, vecchi o malvissuti. Ed era così, era questo: si versava il vino, rosso, forte e scuro come il sangue, e si “introzzavano” sonoramente i bicchieri, quelli piccoli, di vetro spesso, dozzinali,...

Lessico / Voci del virus

abbraccio. "Ti abbraccio", "un abbraccio", "un abbraccione", con la variante distinta di "un forte abbraccio" che è da compagni – sinistra Pd e soprattutto oltre. Persino più del bacio (che è altrettanto sconsigliabile se non di più), l'abbraccio è il simbolo di ciò che affettivamente ci è negato dal virus, segno di quanto costituisse una figura centrale nella –> prossemica (reale o –> enunciata) in vigore nella –> società. Comprensibile perciò la debolezza di chi saluta per iscritto (o addirittura in videocall –> online) e aggiunge la clausola "abbracciamoci anche se non si può".   "andrà tutto bene". Il mantra ottimista ha fatto la sua comparsa al Nord, nei primi giorni di preoccupazione, su post-it applicati a portoni e pali della luce e spesso vergati da mani apparentemente infantili o comunque giovani. Poi lo si è letto su striscioni, fuori dagli asili chiusi, come un hashtag panoramico. Poi è stato adottato da qualche adulto. Infine, col peggiorare dell'emergenza, dichiarato a dir poco idiota e anche offensivo. Come sempre i deploratori non hanno distinto fra enunciatori ingenui, il cui ottimismo incondizionato è sempre benedetto, ed enunciatori senzienti e...

Il clima cambia (anche la lingua) / “Negazionismo” e “negazionista”

Chi ha curiosità per i vivi mutamenti linguistici sarà felice di osservare quanto sotto i suoi occhi sta accadendo in questi anni, in questi mesi, addirittura in questi giorni a negazionismo e negazionista.  Ambedue comparvero nella lingua della storiografia circa settanta anni fa. Valevano ciò che i dizionari ancora registrano in proposito con uniformità. Allora e nel séguito, con negazionismo si designò criticamente e con deplorazione connotativa una “forma estrema del revisionismo storico che reinterpreta[va] circoscritti fenomeni della storia moderna, spec. con riferimento ad avvenimenti connessi al nazismo e al fascismo, arrivando a negarne l’esistenza o la veridicità”. Così, per es., la voce del Grande dizionario italiano dell’uso, promosso da Tullio De Mauro e pubblicato venti anni fa, quando ancora, evidentemente, della frana non si vedeva segno né annuncio.   Negazionista era quindi un “fautore, [un] sostenitore del negazionismo”, come lo si è appena definito. In particolare e rigorosamente, era negazionista chi metteva in dubbio la fondatezza della ricostruzione storica del sistematico sterminio di Ebrei, altre minoranze e oppositori politici messo in atto dai...

La lingua cambia / L’“alternativa” che è quasi scomparsa

“Questo significa che a giugno ci siamo trovati senza contratti, dunque senza stipendi [...]. Due erano a quel punto le alternative. O dire: «ok, noi ci mettiamo a fare altro, ce ne andiamo in vacanza, e quando i contratti sono pronti ci chiamate, sempre se ci saremo» [...]. Oppure [...] metterci subito a lavorare (da giugno) senza contratti, senza stipendi e senza niente”: parole di Nicola Lagioia, Strega 2015, a proposito del Salone del libro di Torino, che dirige dal 2017.  Quanto ad alternativa, i giochi son fatti almeno dalla fine del secolo scorso. Era il 2000. Il Grande dizionario italiano dell’uso diretto da De Mauro glossava:“ciascuna delle soluzioni che possono essere scelte”. È il valore con cui Lagioia si serve di alternativa.    E il tradizionale valore di “situazione nella quale non si offre che la scelta tra due sole cose o soluzioni possibili”? Già passato in secondo piano. Questa glossa del Grande dizionario della lingua italiana ha però a suo fondamento un uso secolare nella lingua letteraria.  Carlo Cattaneo fornisce ricorrenze indiscutibili, in proposito: “La questione da deliberarsi non era una sola; e perciò non poteva onestamente ridursi...

"Meschino attaccabrighe" / Le parole e parolacce che dicono i bambini

Dubito che possa passare come definizione scientifica ma, a grandi linee, le parole che scegliamo di usare nei momenti d'ira vengono da quella pozzanghera grigia che nel cranio diventa mare, inonda tutto il resto e fa restare a galla cinque parole in maiuscolo. Una manciata di parolacce facili, facili. È un discorso che vale per gli adulti così come per i bambini, tipo mia figlia. Lei ha quattro anni e c'è una cosa che più delle altre in questi giorni mi sta rendendo orgoglioso. Quando la sgrido e la costringo a fare qualcosa che assolutamente non vuole fare, e strepita per qualche minuto, poi, al culmine della disperazione, sfoga tutta la rabbia nei miei confronti con una pernacchia bagnata di saliva e lacrime. Non lo dico per apparire sadico ma per l'esatto contrario. Avrebbe potuto, ne avesse avuto conoscenza, sostituire quella pernacchia arrabbiata con parole tipo “babbo sei una merda”.   Certo, anche con “padre, siete stato meschino e irrispettoso dei miei giovani anni”, ma questa seconda frase sarebbe stata palesemente finta. Perché noi in casa non parliamo come nel caso appena citato anche se, d'altro lato, tra adulti non ci rincorriamo in cucina insultandoci...

Oggi il concerto d’addio del grande cantante / Quando Paul Simon entra in materia

“Lui era un marinaio di stanza a Newport News, lei una reginetta della scuola senza nulla da perdere”. Raymond Carver? No, Paul Simon. “Con il loro cane, dopo la guerra, René e Georgette Magritte tornarono alla suite dell’albergo, e socchiusero la porta”. Somerset Maugham? No, Paul Simon. “Arriverà il giorno in cui sarai stanco, stanco come un sogno che aspetta solo di morire”. Roberto Bolaño? No, sempre Paul Simon. Nessuno sa entrare in materia come Paul Simon. Gli incipit delle sue canzoni sono degni di un racconto di Hemingway o di Francis Scott Fitzgerald. Alcuni hanno passo romanzesco (“A winters day in a deep and dark December; I am alone, gazing from my window to the streets below, on a freshly fallen silent shroud of snow” – Un giorno d’inverno nel pieno di un cupo dicembre; da solo, alla finestra, fisso le strade e la silenziosa coltre di neve fresca – I am a rock); altri fissano la nevrosi contemporanea in perfetto stile Woody Allen (“The problem is all inside your head, she said to me” – Lei mi disse: il problema sta tutto nella tua testa – Fifty ways to leave your lover); altri ancora fanno leva sull’immaginario americano, sontuoso e banale al tempo stesso (“The...

Parola / La vera parola del momento

Ci si faccia caso, la parola del momento non è una delle tante gettate come petardi e mortaretti (in attesa magari di farsi bombe vere e proprie) che fanno tanto rumore e attirano l’attenzione. La parola del momento è parola, tema che si sta gonfiando con un uragano di parole. Non c’è nessuno che non abbia parole da dire e non c’è nessuno che non abbia da dire parole sulle parole. E le parole crescono sulle parole, in un contesto sempre più parolaio.   C’è chi dice parole cattive. Le dice e mentre le dice si guarda, compiaciuto. Mentre le dice, si ascolta soddisfatto. Non ci vuole molto a capire e del resto non nasconde di dirle anzitutto per vedere l’effetto che fanno: su se medesimo e sugli altri. Ma appunto non di nascosto. Apertamente. Guardarsi, ascoltarsi è un’attività sociale. Se non lo si fa sotto gli occhi di tutti, è come non farlo. Sembra narcisismo, ma non lo è. Del resto, bruttini e piuttosto avanti negli anni come complessivamente si è, chi avrebbe mai veramente il coraggio di specchiarsi? Ci si scorda sempre, quando si parla di narcisismo dilagante, che Narciso era carino. La circostanza non ebbe certamente scarso peso nella sua predilezione: magari ce ne...

Mirandola, 7/10 Giugno 2018 / La memoria dentro le parole

Quest’anno dal 7 al 10 giugno l’appuntamento è con la seconda edizione del Memoria Festival, promosso dal Consorzio per il Festival della Memoria in collaborazione con Giulio Einaudi editore. Nei prossimi giorni pubblicheremo alcuni scritti di approfondimento sui temi di cui si discuterà durante il Festival, in compagnia di numerosi protagonisti italiani della cultura, del pensiero e dello spettacolo. Pubblichiamo alcuni stralci della relazione di Stefano Bartezzaghi che sarà al Festival oggi 9 giugno alle 21.30 (Tenda della Memoria).   L’argomento che mi è stato assegnato è un po’ difficile, in particolare per un motivo: un motivo che ha a che fare più con i nostri sentimenti per la lingua e non tanto con le procedure e i nostri modi di impiegarla. Il motivo è questo: la memoria ha un valore sentimentale positivo mentre i luoghi comuni hanno un valore sentimentale negativo. Questi due dati di fatto fanno fatica a stare assieme, almeno nella coscienza che ne abbiamo. Ci torneremo, ma perché il discorso non si faccia davvero troppo serio, giochiamo con le associazioni mnemoniche.   Prendiamo una parola, un nome: Berta. Cosa vi fa venire in mente? Un cultore di proverbi,...

Il premio nobel raccontato dalla traduttrice / L'arte sottile di Ishiguro

Ho incontrato la scrittura di Ishiguro nel breve anno per me mirabile che trascorsi presso la casa editrice Einaudi. Mi era stato affidato il compito di individuare un traduttore per il suo The Remains of the Day. Lessi quel romanzo meraviglioso e insolito alla scrivania di via Biancamano, con il pensiero di accoppiare una voce italiana a quella lingua. Il primo nome che mi venne in mente fu quello di Floriana Bossi, traduttrice di spericolata eleganza. La chiamai, ma arrivavo tardi, purtroppo. Floriana Bossi declinò cortesemente l’offerta, dopo aver letto il testo, dicendosi troppo stanca per l’impresa. La traduzione fu affidata a Mariantonietta Saracino e a me spettò l’incombenza leggera di rivedere un lavoro eccellente.  Il successo del romanzo e del film di Ivory con la sua messe di Oscar riportò in libreria i due precedenti romanzi di Ishiguro, quelli, per così dire, giapponesi, Un pallido orizzonte di colline e Un artista del mondo fluttuante, tradotti, come il successivo Gli Inconsolabili, da Gaspare Bona.   Poi, nel 2000, la casa editrice propose a me di lavorare al romanzo Quando eravamo orfani; più tardi fu la volta dei Notturni e infine, appena due anni fa, de...

Conversazioni sullo scrivere / Giuseppe Pontiggia. Dentro la sera

«Buonasera. Sono Giuseppe Pontiggia e mi accingo a iniziare con voi un’avventura che durerà cinque settimane; il tema delle nostre conversazioni sarà lo scrivere, i problemi dello scrivere, le modalità e i percorsi dello scrivere». Così inizia Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere, un programma radiofonico andato in onda su RAI-Radio Due nel 1994 le cui trascrizioni sono state raccolte e pubblicate da Belville Editore. Su invito di Aldo Grasso, Pontiggia accompagna gli ascoltatori in un’escursione nel campo aperto della scrittura, un itinerario in venticinque tappe percorribile sulla traccia delle registrazioni o muovendosi tra le pagine del libro, con una riscrittura che si impegna a non tradire il colore, il ritmo e l’intensità del parlato radiofonico e ricalca esitazioni, rincorse, slanci, sospensioni e spazi aperti alla contemplazione.   L’oggetto delle conversazioni è lo scrivere inteso come addestramento critico, ricerca, relazione, corpo a corpo con linguaggio. La scrittura creativa di cui tratta Pontiggia prevede la frequentazione ravvicinata di una materia organica e talvolta imprevedibile, che cresce, matura, germoglia, muta. Lo stesso aggettivo “creativa” è...

Vedi che non capisci? / Le parole terribili che si dicono ai bambini

Giorni fa ero con mia figlia al supermercato e tra le file di scaffali abbiamo incontrato dei conoscenti. Marito e moglie sui sessantacinque anni. La signora si è chinata sorridente verso la bambina e le ha domandato: “Ti vende il babbo? Ti vuole vendere? Ti lascia qui?”. Senza ottenere risposta ha continuato a sorriderle, fissandola, per alcuni secondi. Poi si è tirata su, ha guardato me e ha detto “bellina che è”. Un attimo dopo non c'erano già più. A quel punto ho guardato la piccola e l'ho vista immobile, gli occhi spalancati sulla schiena di quei due e muta. Ha aperto bocca solo per infilarci il dito. Ha ricambiato il mio sguardo per capire se fosse tutto a posto. Le ho detto qualcosa per tranquillizzarla, poi abbiamo ripreso velocemente il giro.   Ancora prima di arrivare alla cassa mi sono messo a pensare a tutte le cose orribili che si dicono ai bambini senza avere alcuna intenzione di farli soffrire, solo “per gioco”.   Come sempre, tutto si riduce alla scelte delle parole. Credere che i bambini non ascoltino è stupido, e credere che non capiscano lo è ancora di più. Lo scoprii per la prima volta qualche anno fa, quando non ero padre ed ero a fine turno, in...

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