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rivoluzione

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Al al-Aswani. Una conversazione

Nel mese di giugno ho compiuto un breve viaggio in Egitto. Ero al Cairo nei giorni in cui venivano scrutinati i voti delle elezioni presidenziali, e i militari procrastinavano i risultati, che poi hanno portato alla vittoria dei Fratelli Mussulmani e di Mohammed Morsi, attuale presidente. In quest’occasione sono andato a trovare quello che a mio parere è lo scrittore più interessante dell’Egitto attuale, Al al-Aswani, un narratore popolare, indubbiamente, come sanno coloro che in Italia hanno letto Palazzo Yacoubian, edito da Feltrinelli nel 2006, suo libro più bello, oggi reperibile in edizione economica.   Prima di partire per questo viaggio avevo letto la raccolta di articoli di al-Aswani, forte voce di opposizione a Mubarak, apparsi sui giornali egiziani prima dello scoppio della “rivoluzione di gennaio”, La rivoluzione egiziana (Feltrinelli), una diagnosi e una prognosi molto attendibile della situazione sociale e politica del suo paese che vale anche oggi che Morsi è a capo di uno stato senza una Costituzione, un parlamento sciolto dalla magistratura e una situazione molto complessa nell’area geopolitica...

Rabbia!

“Lo so: perché in me è oramai chiuso il demone/ della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco/ sentimento che m’intossica:/ esaurimento, dicono, febbrile impazienza”. Così scrive Pier Paolo Pasolini in una poesia compresa nelle Poesie incivili, appendice al volume La religione del mio tempo. Lo scrittore aveva in mente di pubblicare un libro di racconti con il medesimo titolo; non ne fece invece nulla, e la parola “rabbia” finì in cima a un documentario del 1963. Secondo Emanuele Trevi – ne ha scritto in Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie) – la grande prerogativa di Pasolini è proprio la rabbia, ed è questa reazione emotiva, stato di violenta agitazione, che differenzia l’artista, lo scrittore e il poeta da tutti gli altri. Non dunque un difetto, ma proprio un’indispensabile prerogativa.   In un piccolo libro, un pamphlet, Dio è violent (Nottetempo), una filosofa, Luisa Muraro, affronta l’argomento, e fa un elogio della rabbia e della violenza in una società, la nostra, in cui, com’è scritto nella quarta di copertina, “è venuta meno...

Jean-Luc Benoziglio. Il re di Francia, seguito e fine

Scrivere di un mondo che è per noi definitivamente perduto, raccontare di un secolo che non esiste più, non è cosa affatto facile. Del tutto priva di una sua immagine addomesticata perché non ancora disegnata secondo una rete di rimandi che la renda leggibile al nostro occhio contemporaneo, ogni epoca passata porta sempre con sé, nel momento della sua apparizione in un testo letterario, tutta la radicale estraneità del proprio mondo ris­petto al nostro. Come un naufrago sulla spiaggia, ogni secolo riemerso mostra sempre sul corpo le incrostazioni del mare che ha appena lasciato, immagini, segni linguistici per noi impensabili e che ne fanno, di fatto, un fascinosissimo mostro. Un animale sconosciuto. Ulisse sporco di sale che appare improvvisamente di fronte a Nausicaa sulla spiaggia dei Feaci.   Di incontri tra Ulisse e Nausicaa, nel panorama editoriale di questi ultimi anni, ce ne sono stati tanti. Moltissimi fallimentari, con la riproposizione di un passato ridotto a sbiadita immaginetta d’Épinal e piegato alle leggi di una fiction spesso davvero troppo convenzionale per essere credibile. Ma le poche volte in...

Il Cairo, andata e ritorno

L’andata Mi stanno ancora inseguendo quando mi accorgo che Magdy è dall’altra parte del guardrail. Perché sia lì è un mistero al quale non ho voglia di dare una spiegazione ora. Ci saranno quaranta gradi, la valigia, e un gruppo di tassisti egiziani da cui fuggire. Mi divincolo e attraversando sei corsie di auto infuocate e saettanti mi dirigo verso di lui. In altre condizioni avrei chiesto a Magdy per quale motivo non mi aspettava al solito posto, e perché mai mi ha fatto attraversare una specie di autostrada per andargli incontro. Ma sono le due del pomeriggio, è maggio, e siamo al Cairo. Entro in auto, abbasso i finestrini e partiamo per andare a Garden City, il quartiere a sud di piazza Tahrir. Chiedo ad Ahmed per chi ha intenzione di votare tra una settimana. Il 23 maggio ci saranno le elezioni presidenziali, tredici candidati che si contendono il passaggio di turno al ballottaggio per diventare il primo Presidente eletto dopo Mubarak. Per andare dall’aeroporto del Cairo al centro si impiega in auto tra i cinquanta minuti e le tre ore, a seconda del traffico. Oggi siamo abbastanza fortunati, in un’...

Primavera messicana | La verità del cactus

La prima, più segreta, verità del cactus non è quella della sua resistenza all’aridità: è la sua fioritura, che a volte sarà splendida e smagliante, altre una corona regale al di sopra di affilate spine. Come la primavera, in Messico, questa non avrà mai sosta: attraverserà le stagioni e gli altipiani, si disferà al caldo tiepido invernale del Distrito Federal, scuoterà i propri colori nelle tormente estive in Chiapas, creperà la terra riarsa nel Nord della frontiera. E siamo proprio al Nord, nell’impressionante romanzo Porque parece mentira la verdad nunca se sabe di Daniel Sada. Dove due figli, Salomón e Papías, sputano in faccia al padre Trinidad, meschino commerciante di provincia, ribellandosi. L’oltraggio ha luogo nel paesino immaginario di Remadrin, nel quale, a seguito di una smascherata frode elettorale, cadono uno dopo l’altro cadaveri senza nome da un misterioso camion, in processione. Saranno i manifestanti uccisi in una rappresaglia governativa? E, tra quelli, ci saranno i figli di Trinidad? Quale sia la verità che sibila nei tourbillon di parole...

Il Cairo alle urne

Quando arriviamo sotto le Piramidi a Giza, la mia guida, un copto, scuote la testa. “Lo vede? Questo oggi è davvero un deserto”. Indica i due pullman parcheggiati là dove prima c’era la casa di Sadat, poi abbattuta: il punto più bello per osservare la Piramide di Cheope. Qui sino all’anno scorso c’erano decine di torpedoni, e bisognava farsi largo tra videocamere, cellulari, migliaia di persone che ogni giorno s’accalcavano vicino al basso muro del terrapieno. Oggi siamo in qualche decina a fare le foto rituali con il dito che poggia otticamente sulla cuspide del monumento egizio, o a salire sui cammelli per la piccola escursione nel deserto di sabbia (15 euro a persona per venti minuti, più un euro d’obbligo di mancia ai giovanissimi cammellieri). Mario (ma non si chiama così) parla un ottimo italiano, si è laureato nella facoltà di lingue e fa questo mestiere da quasi venti anni. Pensa di lasciare il suo paese adesso che i Fratelli musulmani, e Morsi, il loro candidato, hanno vinto le elezioni. “Siamo otto milioni di copti, abitiamo questo paese prima ancora degli arabi, e...

Enzo Paci a Rio de Janeiro

Domenica, un amico ci invita a pranzo. A Rio accade ancora. Sconcertante. A Milano e dintorni capita così di rado! Io, lui e un terzo amico filosofo parliamo della hit parade dei filosofi italiani all’estero, sono una decina, dei quali tre o quattro al top delle classifiche. Dico che il filosofo italiano più importante per la mia formazione fu Enzo Paci (1911-1976). All’estero è quasi sconosciuto, come noto.   Il padrone di casa si assenta per un istante e torna con un libro tra le mani, come una reliquia: Il senso delle parole, 1963-1974. Edizione curata da Pier Aldo Rovatti. Non lo possiedo, né ero al corrente che questi scritti fossero raccolti. Si tratta di una serie di saggi pubblicati su aut aut tra il 1963 e il 1974, anche se nell’introduzione c’è un refuso, si dice che gli articoli stanno tra il 1936 e il 1947. Me lo regala.   Leggo un breve saggio scritto nel numero 108, 1968, dedicato ai movimenti studenteschi che stavano sorgendo nel mondo. Tra gli altri autori di quel numero Franco Fornari (1921-1985), Lucio Gambi (1920-2006), Franco Catalano (1915-1990), Gillo Dorfles (1910). Chi non li...

Speciale ’77. Una conversazione con Gabriele Guercio

Stefano Chiodi: Ha ancora oggi senso interrogarsi sul ’77?   Gabriele Guercio: Tutte le datazioni, soprattutto a distanza di tempo, si intrecciano con altri momenti. In qualche maniera, il ’77, o gli anni settanta in genere, per me sono diventati importanti solo a fine anni novanta. All’epoca riflettevo su sei date: 1914, l’inizio del dada; 1957, il manifesto dei situazionisti; il 1968; il 1977; l’89, con la caduta del muro di Berlino. E a queste aggiungerei oggi il 2001, con l’attacco alle due torri. Questa sequenza è importante perché riporta la centralità di alcuni temi o problematiche che il ’77 ha sicuramente simbolizzato, ma che ricorrono e che ci hanno interrogato nel corso di un secolo. Quali? Secondo me hanno molto a che fare con il trinomio arte, politica, vita, e anche con una forma di rifiuto del lavoro e di critica della rappresentazione. Perché così come negli anni settanta in Italia si comincia a parlare a livello diffuso di doppia società, già la avanguardie (ma soprattutto penso al dada) non solo avevano rifiutato un certo tipo di istituzionalizzazione del lavoro...

Speciale ’77. What a curious feeling

“Succedevano allora in Italia, nei dieci anni 1968-1978, cose che oggi non ci si crede”. Così, qualche anno fa, Oreste del Buono in circostanza non troppo diversa dalla presente (presentando, cioè, le poesie in quegli anni dedicate da Nanni Balestrini all’allegorica “signorina Richmond”). Di quel tempo alla lettera incredibile è in primo luogo straordinario documento Alice disambien­tata, testo o non-testo attribuito dalla (oggi) dilavata e graffiata copertina dell’Erba Voglio a un fantomatico “collettivo A/Dams”: nome che arieggia (e parodia, forse) quello della testata leader fra le mille dell’esoeditoria di quegli anni e anzi di quei mesi, “A/traverso”, il “giornale PER l’autonomia” informalmente diretto da Bifo, al secolo Franco Berardi.     E, a passare in rassegna le proposte ’76-’80 dell’editrice milanese animata da Elvio Fachinelli, l’air de famille rende meno improbabile un progetto come quello partorito da Gianni Celati, di cucire in un patchwork testuale – come ricorda lui stesso, oggi, a quasi trent’anni di distanza – “schede, appunti, foglietti stropicciati, registrazioni e interventi che riassumevano discorsi svolti per un anno”. Proprio il “collettivo A/...

Speciale ’77. Tragedie senza catarsi. Conversazione con Franco Cordelli

Andrea Cortellessa: Vorrei iniziare questa conversazione in medias res. Credo che alcune delle dinamiche di cui tu sei stato protagonista – naturalmente e in particolare le performance poetiche prima, nella primavera del ’77, al Beat 72 (i cui riflessi si leggono nel tuo libro uscito l’anno seguente, Il poeta postumo. Manie pettegolezzi rancori) poi, nell’estate del ’79 a Castelporziano – trovino le loro radici in un’idea di letteratura, di teatro e in generale di Italia che tu vivevi da protagonista almeno dal ’75, quando insieme ad Alfonso Berardinelli pubblichi l’antologia Il pubblico della poesia. La domanda è: quando tutto questo conosce una specie di cartina al tornasole politica (e addirittura, soprattutto a Roma, militare: boati che si ascoltano spesso sullo sfondo del Poeta postumo) tu vivi questo disvelamento, quest’Apocalisse diciamo, come qualcosa che confermava quanto avevi vissuto negli anni immediatamente precedenti, ne era naturale conseguenza, oppure come radicale sconfessione, disinganno, nemesi assoluta?   Franco Cordelli: Come una cosa del tutto naturale. Perfettamente congruo al...

Il Surrealismo

Una seconda via dell’arte al raid, nata col Surrealismo, approfondisce piuttosto gli spazi interiori e permette così una differente evasione dal carcere, meno violenta, che lo lascia quale luogo vuoto mentre la mente dei detenuti si proietta oltre, incontrando il cosmo ed il sogno. Alla scoperta dell’inconscio si può sostituire oggi, per forza d’impatto e continuità di senso, l’immateriale tecnologico. Al modo dei surrealisti, che si proponevano scopi di rivoluzione individuale e sociale attraverso un’estetizzazione diffusa, alcune performances odierne interfacciano infatti nel raid la dimensione reale con quella virtuale secondo cortocircuiti coscientemente politici. Un quadro di Max Ernst, L’incontro degli amici del 1922, può rappresentare un utile punto di partenza per il nostro discorso sul Surrealismo. Vi sono dipinti infatti un buon numero di scrittori ed artisti del movimento, alcuni seduti in primo piano, altri assiepati in piedi dietro ed altri ancora, più sgranati, sulla sinistra dell’opera. Nella pattuglia impeccabilmente abbigliata spiccano poi Dostoevskij, Raffaello Sanzio e alcuni...

Protester

14 Dicembre 2011   Person of the Year, secondo Times, è  the Protester, l’indignato.   Il metodo fenomenologico   La filosofia ha un tratto barbarico. Per questo filosofi e intellettuali, filosofi e uomini di cultura, sono spesso in rotta di collisione. I secondi, infatti, sanno un sacco di cose e se ne fanno un vanto, i primi, se sono filosofi, non sanno – o sanno di non sapere – e di quello che sanno dubitano.  Se, ad esempio, si vuole andare alla radice dell’esperienza, e provare a descrivere il mondo per come appare, il sapere acquisito non solo fa difetto ma è di ostacolo. Così la pensava Edmund Husserl, a proposito del metodo che aveva battezzato “fenomenologico”. L’uomo di cultura, lo psicologo, il sociologo, tutti costoro credono infatti di sapere benissimo cosa è una passione, l’indignazione, ad esempio. E ne discettano dottamente. L’indignazione è, appunto, per loro un sentimento, una passione, un oggetto psicologico ed un oggetto sociologico, qualcosa che, insomma, sta dentro la testa degli uomini, un loro vissuto soggettivo o intersoggettivo. Per lo sguardo barbaro del fenomenologo, invece, l’indignazione è, innanzitutto, una proprietà del...

Nuovo Egitto: piacere di incontrarti!

Sono stati resi pubblici i risultati del primo round delle prime elezioni parlamentari postrivoluzionarie in Egitto. L’esperienza di questa prima fase merita un attento esame, soprattutto per l’elevatissimo tasso di partecipazione. Statistiche nazionali vogliono che sia stato un buon 62% del totale degli aventi diritto al voto a dirigersi verso le urne gli scorsi 28 e 29 novembre. In effetti non era mai successo – a detta del presidente del comitato competente – che l’affluenza alle urne fosse stata così alta.   Un fenomeno decisamente positivo, considerando che a votare sono stati tutti i ceti sociali dei governatorati coinvolti. Il merito si deve non solo alla preannunciata multa di buoni 500 pound egiziani (pari a circa 60 euro) che in questi tempi di stressante crisi economica non sono certo pochi, ma anche alla nuova consapevolezza, umana in generale e politica in particolare, che anche una singola persona può fare una grande differenza. Ce lo insegnano i 18 giorni di piazza Tahrir. L’andamento del processo elettorale è stato abbastanza regolare, salvo varie quanto scontate eccezioni, che costituiscono la...

Il raid come iniziazione e contenimento

Il carbonaro Giuseppe Mazzini, intuendo ormai con chiarezza i limiti delle vecchie sette, stende nel 1831 la prima versione della Istruzione generale per gli affratellati nella Giovane Italia in cui si vanno organizzando una struttura centrale e delle congregazioni provinciali. Tenendo fede al proprio nome vengono ammessi nella associazione solo membri con meno di quarant’anni e la si definisce, secondo la nota filosofia mazziniana ma pure mostrando ancora la centralità della giovinezza, “non setta, o partito ma credenza e apostolato”. L’educazione e l’adesione giovanili sono le premesse per creare un corpo omogeneo di affiliati necessario per un’ulteriore diffusione delle idee e, giunti al dunque, per l’insurrezione a cui doveva fare seguito una guerra per bande che conducesse fino alla definitiva rivoluzione nazionale. Mazzini risale agli esempi dei Paesi Bassi contro Filippo II, degli Americani contro l’Inghilterra, dei Greci contro l’Impero Ottomano fino a Spagna, Germania, Russia contro Napoleone. In particolare si sofferma sul 2 maggio 1808 quando, a seguito di alcune fucilazioni francesi a Madrid, l’...

Dopo la rivolta

Lei ha di recente pubblicato un libro, La rivolta (Cronopio), tradotto immediatamente anche in Francia, in cui ipotizza che l’età delle rivoluzioni abbia lasciato il posto a quella delle rivolte. Le pare che gli avvenimenti degli ultimi anni e soprattutto mesi le diano ragione, dalle banlieue ad Atene, da Londra a Roma?   Naturalmente ogni rivolta esprime una propria peculiarità con elementi differenti che non vanno minimizzati. Premesso ciò, credo sia possibile individuare un filo rosso che lega le rivolte che stanno ciclicamente infrangendo la normale esistenza del mondo. Si tratta, per dirla in breve, di un rifiuto politico della politica che emerge con il collasso dei tradizionali centri di governo dell’esistenza ed il fallimento sociale dell’architettura neo-liberale. Il contagio delle rivolte, la loro diffusione a catena, il tratto esemplare che ognuna di esse esprime, mi sembra confermare il carattere politico di queste insorgenze. Nel volume cui lei fa riferimento, in questo senso, cerco di pensare un fondamento onto-antropologico delle rivolte: il declino complessivo del progetto politico moderno, lascerebbe spazio alla...

L'Egitto

L’8 settembre, al Festivaletteratura di Mantova, ho assistito ad una conferenza dello scrittore egiziano Alaa al-Aswani. Un pubblico di circa 500 persone, molto ben vestito, ha ascoltato con una vera simpatia la rivoluzione raccontata da quest’uomo-microcosmo del suo paese. L’ultima domanda postagli era: “cosa non dobbiamo fare noi occidentali per aiutare la rivoluzione?” Rispose al-Aswani: “c’è un’enorme differenza tra i governi occidentali e i popoli occidentali. Noi egiziani sappiamo che tutti i popoli del mondo sono con noi, e ci basta così. Il vero problema è l’ipocrisia di certi governi occidentali”. Così, il pubblico è tornato a casa molto soddisfatto di sé. Bravi egiziani. Bravi anche noi; è colpa degli altri: noi non possiamo fare niente di utile, ma comunque c’abbiamo pensato almeno un attimo. Prendiamo l’aperitivo?   Con tutta la stima che io posso avere per la saggezza e l’impegno di Alaa al-Aswani, a Mantova è riuscito solo a dare l’impressione che la rivoluzione egiziana sia già compiuta, che noi europei...

Le teste rotolano

Le teste rotolano. A ogni rivoluzione i rivoltosi e i rivoluzionari si avventano sui simboli del passato regime: abbattono statue, rovesciano monumenti, sbriciolano emblemi e insegne. Ma è dalla metà del XX secolo che le sculture marmoree o bronzee dei capi sono state deliberatamente prese d’assalto, colpite e ridotte a terra. E non solo quale opera di iconoclastia del vecchio potere, ma come effettiva azione sostitutiva dell’aggressione al corpo stesso del re, del tiranno o del despota. La statua di Mu’ammar Abu Minyar ‘Abd al-Salam al Qadhdhafi, meglio la sua testa dorata, giace ora a terra in una evidente decapitazione in assenza, per il momento, del suo corpo fisico.     Il potere simbolico dei monumenti dei dittatori è tale che nel 1956, nel corso della rivolta ungherese, schiacciata dai cingoli dei carri armati sovietici, il popolo di Budapest rischiò la vita per demolire la gigantesca effige del dittatore di Mosca eretta nel centro della città. L’abbattimento della scultura era una risposta al potere idolatrico di Stalin, così che correre a picconarla sotto il tiro dei cecchini...

Il ribaltamento romantico: nascita del partigiano

Gli autori del raid, ne abbiamo portato abbondante testimonianza, cambiano volto come una stessa figurina dai cristalli mobili nel corso della storia e a seconda del punto di vista da cui li si osserva. Si è trattato volta a volta di popoli che cercano di difendere il proprio territorio da nemici più potenti e organizzati quali Atene o Roma, di generali ribelli come Sertorio o di truppe inserite invece all’interno degli eserciti occupanti (e delle flotte statali) per renderli più agili ed aggressivi, di modalità nomadiche poi allargate per ragioni storiche all’intera guerra medievale, di eroi trascelti per una sola missione rischiosissima che si coprono di gloria, oppure di semplici banditi e pirati avidi di preda. Carl Schmitt introduce una categoria specifica, quella del partigiano, di cui fa risalire la codificazione moderna alla guerriglia che il popolo spagnolo “preborghese, preindustriale, e preconvenzionale” condusse tra il 1808 e il 1813 contro “un esercito regolare, moderno, ben organizzato, uscito dalle esperienze della Rivoluzione francese”, cioè quello napoleonico. I similari episodi precedenti,...

Italia tra parentesi

L’Italia come argomento. Che cosa rende questo paese così particolare tanto da divenire oggetto o soggetto di un’opera d’arte? Nessun paese al mondo è stato tanto ritratto quanto lo è stato nei secoli l’Italia. Non certo soltanto per i paesaggi, la storia o l’arte, ma anche e soprattutto per una materia costituita da una umanità che sfugge ad ogni definizione o categoria. Una materia umana creata dalla stratificazione e ibridazione di culture ed etnie diverse, risultato di scontri e integrazioni secolari, forzata alla coabitazione su un piccolo e vario territorio e che solo di recente ha cercato di immaginare una storia comune, alla ricerca di una possibile identità condivisa.   Laboratorio permanente dove si testano sino al limite le pulsioni più profonde dell’animo umano, tra tragedia e commedia, per gli artisti l’Italia rappresenta un principio di realtà, un territorio da cui nascono e si mettono alla prova etiche, poetiche ed estetiche. Un territorio in cui la realtà offre una infinità di trame, di storie, di situazioni, di personaggi tali da rappresentare gi...

Intervista con Noam Chomsky: le parole in politica

Riportiamo alcuni stralci di un’intervista video di Frank Barat a Noam Chomsky svoltasi nel mese di marzo. L’intervistatore di Red Pepper, un bimestrale inglese indipendente di area socialista, si avvale di alcune domane poste da intellettuali, attivisti e artisti, tra cui John Berger, Ken Loach e Amira Hass.   Qui tutta l’intervista in inglese (non perfettamente redatta). In basso il video completo dell'intervista.   John Berger   La pratica politica spesso sorprende il vocabolario politico, per esempio si dice che la recente Rivoluzione nel Medio Oriente chiede democrazia, possiamo trovare parole più adeguate? Usare vecchie parole spesso fraintese, non è un modo per assorbire lo shock invece che accoglierlo e ritrasmetterlo?   Innanzitutto, penso che la parola rivoluzione sia un po’ un eccessiva. Magari lo diventerà, ma per il momento si tratta della richiesta di una riforma moderata. Ci sono elementi, come il movimento dei lavoratori, che hanno provato ad andare oltre, ma rimane ancora tutto da vedere. Tuttavia la questione è giusta e non c’è modo di uscirne. Non...

Tweet per la rivoluzione

Di ciò che sta accadendo nei paesi del Maghreb continua a sfuggirci il senso profondo: il significato degli eventi, ma soprattutto la loro direzione. Si va avanti o indietro? Chiusure filo-islamiche regressive o aperture all’occidente democratico? Destra o sinistra? Leader storici che cadono, venti di ribellione, ma a che pro? Non si capisce. Da cui innumerevoli opinioni e interviste, interventi e interpretazioni, dibattiti, appelli d’ogni tipo. Una cosa su cui tutti sembrano comunque essere d’accordo è che a fomentare queste rivolte, a coinvolgervi migliaia e migliaia di persone, soprattutto giovani, a diffondere entusiasmo e voglia di fare hanno molto contribuito i social network. Laddove i vecchi leader usano la solita televisione per diffondere proclami di rito o, più che altro, per segnalare la loro ostinata presenza in loco (sono un beduino, ha ribadito Gheddafi dinnanzi alle telecamere di regime), internet e i nuovi media che vi pullulano vengono usati dai rivoltosi per scambiarsi sempre e comunque informazioni sulle iniziative più o meno estemporanee di protesta. E, così facendo, per fare rete, edificare gruppi...