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straniero

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Mobilitarsi / Il razzismo non è un pretesto

In un contesto politico in cui si discute di censimenti su base etnica e di chiusura dei porti alle imbarcazioni che soccorrono i migranti nel Mediterraneo, si sta tornando a parlare, con una certa regolarità e dopo molto tempo, di razzismo. Sia chiaro, la riflessione sul razzismo italiano da parte degli addetti ai lavori non si è mai interrotta negli ultimi due decenni – ma sarebbe purtroppo illusorio attribuirle una significativa influenza sull’opinione pubblica. Nelle scorse settimane, invece, anche i media generalisti sembrano aver manifestato interesse per il tema – vedremo nel prossimo periodo se in modo meramente estemporaneo o, come c’è da sperare, in maniera più strutturale.  È impossibile prevedere in questo momento se la riapertura di una discussione esplicita sul tema (che parta cioè dal chiamarlo con il proprio nome, rinunciando ad eufemismi spesso distorcenti e tanto comuni in anni recenti) sortirà dei reali effetti sul dibattito politico. Forse proprio per tale motivo vale la pena di provare a decostruire da subito uno dei miti più comuni e diffusi rispetto al razzismo in Italia – vale a dire quello che lo vorrebbe come mero pretesto per l’applicazione di una...

Maurice Pefura: chi è lo straniero?

In un’epoca in cui pare che la qualità del proprio lavoro sia direttamente proporzionale alla visibilità riscontrata, è particolarmente piacevole incontrare persone il cui talento è accompagnato a una sincera riservatezza. Non c’è spettacolarità nelle loro azioni. Non c’è fretta, non c’è fame nella loro comunicazione. Non sono mai banali, forse proprio perché non temono la banalità. Maurice Pefura è una di queste persone.   Artista defilato e riflessivo, Pefura (solo il cognome: questo è il suo nome d’arte) è di Parigi, dove è nato nel 1967 da genitori di origine camerunense. Da qualche mese, però, si è trasferito a Milano, ed è così che ho l’opportunità di incontrarlo in zona Isola, al Laboratorio VI.P., dove ha in mostra alcune delle sue opere in occasione della collettiva Invisibili abitanti, focalizzata sullo sguardo sulle periferie da parte delle minoranze. È un tema caro a Pefura, che è cresciuto in Camerun – i genitori infatti avevano deciso di farvi ritorno – per poi tornare...

Corylus colurna / nocciolo di Costantinopoli

Molti milanesi storcono il naso di fronte alle squadrate architetture della Bicocca e si lamentano del verde lesinato, irreggimentato nelle linee ortogonali dei viali o nella scacchiera di cemento di piazza dell’Ateneo nuovo. Un verde costruito, piegato alle geometrie urbanistiche, metafisico. A me la Bicocca piace così, anche per quest’uso matematico del verde. E poi perché riserva piacevoli sorprese: i dislivelli pedonali consentono talora inaspettate prospettive aeree da cui osservare alberi e cespugli, il glicine scompiglia la regolare fuga dei pergolati intorno alle fontane, la grazia giapponese dei bambù ben si accorda con la pulizia razionale dei palazzi e al contempo ne mitiga il rigore. Così appare economica ed elegante la scelta del profumato caprifoglio per tappezzare tra gli alberi d’alto fusto le aiuole dei viali, ad impedire che la gramigna prenda il sopravvento.   Ma il tesoro della Bicocca, tutto commestibile, sta a pochi passi dal fabbricato, bellissimo, che ospita la Facoltà di Matematica sul viale che porta alla stazione di Greco Pirelli. Qual meraviglia, a Milano, poter camminare fermandosi a...

Dinamica della solitudine

 Prospettiva, il progetto del Teatro Stabile di Torino curato da Mario Martone e Fabrizio Arcuri, è nel 150° dell’Unità d’Italia, e si è dato il tema “Stranieri in patria”. Ogni compagnia dice la sua, a richiesta, sul tema: i due veneziani Pathosformel, Daniel Blanga Gubbay e Paola Villani, dicono che essere stranieri in patria è “trovarsi di fronte a una serie di suoni a cui non abbiamo pieno accesso, e che ci rendono d’improvviso capaci – o forse ci costringono – ad inventare, più che capire, un senso ultimo contenuto nella parole altrui”.  Il loro dittico (prima parte An afternoon love, seconda parte Alcune primavere cadono d’inverno) parla di due corpi, senza parole e in mezzo ai suoni. Due atleti. Due corpi che danzano performance sportive, che Pathosformel smonta, per farne estetiche della solitudine. Il ragazzo di colore, Joseph Kundesila, palleggia in un allenamento di basket senza basket, ovvero senza senso, ovvero il senso di fare un canestro, un obbiettivo, un goal, dei punti; è tutto solo, palleggia, suda, si asciuga il sudore, si sdraia sulla schiena (la...

Dieter Schlesak. L’uomo senza radici

Dieter Schlesak con L’uomo senza radici (traduzione di Tomaso Cavallo, Garzanti, Milano 2011, 462 pagine) dissolve la forma romanzo nella storia privata della propria famiglia riuscendo a raccontare il Novecento della Shoah e delle ideologie attraverso un romanzo composito, che muta pagina dopo pagina quasi biologicamente. Schlesak maneggia letterariamente il sogno e l’allucinazione dando senso e spazio alle illusioni e alle esaltazioni che furono il motore di terribili tragedie. Le parole si fanno così briciole cadute da un tempo che ritroviamo oggi, con angoscia, sulla nostra tavola. Dieter Schlesak scioglie nel suo romanzo una sorta di canto funebre che partendo dalla morte della madre lo riporta nei luoghi dell’infanzia. Esule da sempre, come tedesco in Romania in un impero ormai dissolto, come razza occupante e poi come minoranza sotto scacco della dittatura comunista, Schlesak si ritrova così straniero ai luoghi della sua stessa infanzia e ai suoi stessi ricordi che rievocano litanie scomparse, canzoni perdute. Il ricordo si mischia al sogno, i brevi capitoli, anche di una sola pagina, sono veri e propri vaneggiamenti (Il titolo originale...

Nome

  Lo stuoino sulla soglia di un appartamento milanese si chiama Home. L’uomo sul trattore che attraversa i colli dell’Istria porta una maglietta con la scritta Calvin Klein. Il termine inglese valorizza, immette il locale nel globale, ci rassicura che abitiamo tutti nel glocal. Nell’era delle moltitudini il nome fa la differenza, dice la provenienza, racconta dell’appartenenza, contiene le possibilità dell’apparenza. Fammi entrare / nella tua eterna danza /fammi entrare fammi entrare fammi entrare /non lasciarmi qui, dentro un nome /dentro un piccolo cognome dice un verso di Mariangela Gualtieri.   Giorgia e Graziella sono due in una, la prima è la donna emancipata che lavora solo, saltabecca da Londra a Shanghai, l’altra è la figlia che non può confessare indoor la vita di fuori. Cambiare l’indirizzo email, firmare con il doppio nome è un coming out che promette integrazione. Il nickname permette il gioco delle proprie identità, è un ideale biglietto da visita che si offre al pubblico virtuale. L’intimità, come nei film di Chéreau, è una...

Traiano Boccalini / Ragguagli di Parnaso

Per una volta, in questo Ragguaglio del capolavoro barocco di Triano Boccalini, non ci si lamenta di una ennesima aggressione militare al territorio italiano o di un dominio straniero esercitato con le armi: stavolta a fare le spese dell’invasione subita (a opera degli Spagnoli) sono gli abiti, la lingua e addirittura il cibo nazionale, scalzati dalla voga esterofila. Ma ancorché l’attentato alla libertà e all’indipendenza sia stato perpetrato sugli usi e costumi nazionali, i suoi effetti non sono meno esiziali . Una accorata denuncia di quello che qualche secolo dopo si sarebbe chiamato imperialismo culturale, insomma.     Parte Terza, Ragguaglio XXXIII   Dopo un importantissimo avviso portato in Parnaso da un poeta italiano, Apollo per pubblico bene d’Italia fa ammonire quella nazione a non usar abiti né costumi stranieri, come quei che sono di pessima conseguenza alla libertà di lei.   Sono già passati sei giorni, che una mattina fu veduto un poeta italiano sopra un velocissimo cavallo correr verso il real palazzo della Maestà di Apollo, tutto affannato, gridando all...

Torino / Paesi e città

  Torino è molto cambiata in questi ultimi due-tre anni. Sguardi stranieri s’incrociano di continuo, spesso ruvidamente comunicano fra loro, in tram, nei supermercati oppure a scuola nelle ore di ricevimento con i genitori. Provate a immaginare come i nipoti dei meridionali arrivati negli anni Cinquanta cercano di spiegare agli immigrati di seconda generazione il significato di una parola come “autogestione”. Il modo migliore per osservare il mutamento è quello di sempre: “l’occhio straniero”. Gli stranieri a Torino hanno sempre gli occhi di Marcovaldo: “Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città”. Gli extracomunitari, come i meridionali respinti o derisi perché si costruivano un piccolo orto nella vasca da bagno, con il loro sguardo riescono talvolta a perforare la scorza ruvida di chi è nato qui. L’occhio di questi Marcovaldi multietnici continua a essere l’occhio della nostalgia. In altre città non accade in eguale misura.   La letteratura è piena di esempi. Un milanese trapiantato per qualche anno a Torino, Francesco Cataluccio,...