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versi

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Creature / Mariangela Gualtieri, Quando non morivo

La poesia di Mariangela Gualtieri, a partire dalle sue prime raccolte degli anni Novanta, è sempre bella, potente e coinvolgente, ma il suo recente libro, Quando non morivo, Einaudi 2019, riserva ai lettori qualche ulteriore sorpresa. I temi di questa raccolta sono, per gran parte, quelli che appartengono alla sperimentata tavolozza della Gualtieri.  In primo luogo l’apertura al mondo nei suoi molteplici aspetti, umani e naturali, spesso stupìta, talvolta perplessa, più spesso fiduciosa:   C’è nel mattino – sarà / per quella luce – una sottile ebbrezza / sarà per la bellezza / degli inizi – quella promessa / che sempre si nasconde / quando s’avvia un nuovo / qualche cosa. / Sarà il bello / di cominciare (p. 55)   Una situazione tipica è costituita da un io che ascolta, osserva, registra specifiche e singolari “occasioni” vitali (forse la proposizione principale sottesa alla subordinata del titolo sarebbe “sono viva”) non di rado contrassegnate da indicazioni spaziali, temporali e da deittici che riportanto ad un immediato momento presente: “subito”, “questo giorno”, “stanotte”, “oggi”, “eccolo”, “è aprile”, “adesso”, ecc..  Il punto di partenza è dunque un...

La vita va presa intera / Paolo Maccari, I ferri corti

Uno dei tanti sintomi del fatto che la letteratura conta sempre meno, nella cultura generale, sta in una scissione curiosa quanto sinistra. Tra gli intellettuali sotto i cinquant’anni, i più dotati di idee e di gusto la considerano di solito un parco archeologico, un tavolo su cui i giochi sono fatti, e si compiacciono di maneggiare solo corpi ben morti: non sono interessati ai precari esperimenti estetici che restano possibili in quelli che Luigi Baldacci chiamava «tempi di proroga». Viceversa, coloro che si trovano direttamente impegnati nella narrativa o nella poesia sembrano tipi piuttosto inclini al bovarismo. Da una parte i nerd, insomma, dall’altra i velleitari. È quindi un sollievo imbattersi in un letterato consapevolissimo della storia e dei mezzi che usa, ma al tempo stesso indisponibile a rinunciare al rischio che esige la letteratura viva e intera, in fieri, come lo esige la vita che la nutre e ne è nutrita: una letteratura, cioè, che sia luogo di conoscenza e di responsabilità totale, anziché fuga nell’estetismo. Così la concepisce Paolo Maccari, classe 1975, che in I ferri corti, un’autoantologia pubblicata da LietoColle, raccoglie oggi «circa un terzo delle poesie...

Il poeta greco / Nanos Valaoritis, esiliato al centro del mondo

“Mi sono svegliato a quarant’anni”, era solito dire Nanos Valaoritis, poeta greco che ha lasciato una traccia durevole nei modernisti inglesi, i surrealisti francesi e la Beat Generation statunitense, prima di diventare, a 90 anni, uno dei portavoce della protesta ateniese contro le pretese tedesche dei primi anni 2010. Colui che resterà sempre un “contemporaneo capitale” per varie generazioni ci ha lasciati il 13 settembre 2019, a 98 anni.  “Nanos ha accettato di vederla”, mi scrive Ersi Sotiropoulos, “può chiamarlo da parte mia”. A 91 anni, questo poeta che si dice sia stato il più grande della diaspora ellenica da Cavafis in poi si è appena lanciato in una dura battaglia politica, al limite talvolta oltraggiosa, in cui rivivono tutti i dolori dell’invasione italo-tedesca del ’41 e del debito di guerra mai pagato a una Grecia martirizzata. Per la prima volta, la sinistra radicale rappresentata da Syriza appare un’alternativa elettorale credibile, senza sapere troppo se, una volta al potere, avrà i mezzi per realizzare tutto il programma o perlomeno una parte. Per cercare di capire meglio cosa succede ad Atene in questo giugno 2012, ho deciso di andare a sentire cosa hanno...

Invisibile / Cristiano Poletti, Temporali

Temporali di Cristiano Poletti è un libro scisso, un libro che incarna poeticamente l’io diviso dell’autore, la frattura della sua visione. Da una parte c’è la storia, il viaggio, l’avventura, il respiro del nostro tempo, persino lo sport, che Cristiano Poletti ha praticato a lungo come atleta e come appassionato…da una parte dunque c’è un mondo aperto, vitale, curioso, continuamente in cammino, con una prospettiva di speranza o di utopia. Dall’altra invece c’è l’anima buia di Cristiano Poletti, l’anima smarrita, brancolante, assediata dal nulla, l’anima che si avvicina a Lucrezio, Leopardi, Celan – per citare tre autori presenti in questo libro – l’anima ossessionata dal tema del suicidio, della vita che si interrompe senza ragione e senza pietà, pura ingiustizia dell’essere.    E tutto questo è insolito, tanto più in un autore come Cristiano Poletti, legato al Cristianesimo e a una lettura religiosa della nostra esistenza, conoscitore ed esploratore di libri e luoghi biblici. Ma è uno strano cristianesimo, quello di Poletti, un cristianesimo che si nutre di ombra e turbamento, l’antitesi della fede che tende all’inno o alla celebrazione. È un cristianesimo semmai...

L'unica intelligenza è la generosità / Canto dei semplici

Cominciamo dalla morte il nostro canto, in un minuto puoi pensare a cento morti, in una mente puoi tenerne tanti, puoi farli vivi almeno fino a quando  resti vivo e questa forse è la poesia e se gli diamo un altro nome poco importa, conta che il morto torna vivo, conta che se vado a trovare un morente gli stringo la mano, non penso alla pasta delle sillabe, nessuna agonia somiglia a un sonetto, oggi la forma  è la carne, il vestito vero è la nudità, l’istinto, e non si dà per caso, pure questo bisogna costruirlo. Lo sguardo è più importante  della poesia, mi fanno pena i letterati che non vedono niente, che giocano a imitare altri ciechi in un tempo in cui non vedere forse era una resistenza, ma ora lo sguardo è tutto, abbiamo solo lo sguardo e il mondo e le gambe per camminarci dentro: il poeta da salottino è una macchia d’unto, una reliquia di un tempo in cui essere difficili serviva a sembrare intelligenti. Oggi l’unica intelligenza è la generosità, e il bene viene dagli abbracci non dalle querele. Non è buonismo, è rivoluzione avere la lingua sulla stessa linea del cuore, e si sente chiaro il canto su certe bocche tra certe gambe, non si sente nel cinguettio...

Giorno 13 / Le Antenate viventi

Spesso vado solitaria per boschi e la potenza arcaica che respiro, la suggestione sempre più forte  che mi viene dalle piante, mi innamora e mi convince di questa origine comune, di questo essere  tenuta in vita da loro, dalla loro grazia respirante e fruttificante e rifiorente e accogliente. I grandi antichi alberi, le vegetali intelligenze: ecco le antenate viventi.  Da quelle proveniamo, da quelle siamo tenuti nella vita. Albere, le vorrei chiamare, prendendo da Pavese, con devozione e senza timore.   L’animale estatico    C’era un animale a ripararsi dalla pioggia sotto un grande abete – … questo solo animale circolava estatico oggi nel bosco. A differenza di tutti gli innumerevoli altri nascosti   lui – ma una femmina era – lei allora oggi stava fra altri molto  spaventati da lei – aggirandosi quieta   portava una preghiera  a tutte le piante: “Sovrane intelligenti innamorate   custodi eccellenti donatrici di fiato tutto il mio fiato da quando è cominciato si è sprigionato   da voi alte frondose giganti creature alberate”. E oggi dunque l’animale estatico era proprio venuto   nel bosco a portare il suo grazie un...

Sulla poesia di Francesco Scarabicchi / La vita di Giacomo

Il titolo La vita di Giacomo prende spunto da alcuni testi che Francesco Scarabicchi ha dedicato al figlio Giacomo, ma incroceremo nell’articolo anche splendide poesie scritte per l’altra figlia, Chiara. Figli nati a distanza di quindici anni l’uno dall’altro, perciò il diventare genitore si è manifestato in due tempi molto diversi, tempi in cui il poeta anconetano e sua moglie erano più giovani e poi più grandi, avevano accumulato esperienze differenti, avevano capacità di provare emozioni, forse diverse, perché condizionate da un minor, o maggior, carico di anni e di conoscenze.  Prendiamo in esame Stagioni una bella poesia contenuta in L’ora felice (Donzelli), poesia che tiene in sé il filo delle stagioni, naturalmente, ma che racchiude molto della poetica di Scarabicchi, scopriamo la natura, presente con tutta la sua forza e la sua musica; il suono che fa il tempo quando incede e retrocede. La voce del vento che raccoglie le foglie. L’inverno, freddo di notte senza richiami. La primavera che porta il giorno, allungandolo con dolcezza, con la sua sapienza, fino alla sera. Ci sono i profumi, gli odori. L’estate con la sua festa di colori, una festa – scrive Scarabicchi –...

Materia e canto / Antonio Prete, Tutto è sempre ora

Della poesia si privilegia spesso l’ineffabile, l’invisibile, a discapito di tutto ciò che di materico c’è nei versi. E quando si parla del materiale, lo si fa per dire dello scarto tra il quotidiano – oggetti, gesti, sguardi – e quel tanto di astratto a cui di fatto la poesia d’un tratto accede. La siepe, per intendenderci, e l’infinito. La siepe è la barriera materiale grazie o a causa della quale, suggerisce Leopardi, poi si prende il volo. Lì, la poesia. Eppure c’è un dato materico che precede la siepe, ed è la parola che la dice, il gradino cioè sopra il quale il lettore sale per superarla con lo sguardo. È composto di cinque lettere, segni sopra un foglio, fonemi nella bocca, cioè concretezza pura. La concretezza di una combinazione di alfabeto scelta tra le tante, moduli verbali visibili a occhi nudo, poi composti in una frase o in un verso e tenuti insieme dalla malta del silenzio.    È, questa del linguaggio, la prima matericità della poesia. La lingua che batte sulla consonante, la cadenza di una metrica precisa, l’eco che fa la rima dentro il silenzio teso di due versi, o le assonanze, quei richiami dispersi dentro il bosco cieco di una strofa. È quello il...

Un verso, la poesia su doppiozero / Rainer Maria Rilke. Incerta, dolce, priva d’impazienza

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   È il verso che chiude la poesia di Rilke dal titolo Orfeo, Euridice, Hermes. Novantacinque versi che, con un andamento insieme drammaturgico e meditativo, con rilievi fortemente figurativi, rivisitano e interpretano il mito di Orfeo che scende nell’Ade per tentare di riportare tra i...

L'infinito senza farci caso / Un appunto e un Manifesto

I poeti hanno perso la poesia   Io credo che non esista un’idea di poesia che possa mettere d’accordo tutti. E non è importante neppure trovarla questa idea. Importante che ci siano testi che diano nutrimento intellettuale o emotivo a delle persone. E trovo anche assurdo che la poesia debba militare per la chiarezza o per l’oscurità, per la semplicità o per la difficoltà. Le poesie vengono dal corpo di chi le scrive e prima ancora dall’aria in cui girano tante cose, le nuvole e le parole degli uomini. Le poesie sono delle forme in cui le parole vengono imballate in un certo modo, come il fieno.  A me sembra che oggi in Italia molti poeti scrivono le loro poesie come ubbidendo a delle regole che non hanno più senso. Molte poesie hanno un’aria ostile, come se la cordialità fosse un segno di banalità. Molte poesie hanno un additivo intellettuale che i lettori non chiedono, come se il poeta avesse paura di non essere abbastanza sofisticato. Ma la poesia è un moto ondoso che viene dalla contentezza o dalla disperazione di un corpo, non è la gara a chi meglio conosce la metrica.   Il lettore non è interessato alla nostra sapienza ma a un testo che gli consente di vedere...

Lettere dal confino / Contro le virgolette (ma anche contro gli a capo)

Detesto le virgolette. Le accetto, ma dovrei dire le tollero, soltanto come segno grafico di un dialogo. A volte, per non dire sempre, lo scrittore deve uniformarsi allo stile dell'editore. Sin dall'inizio segnalavo i dialoghi con un sobrio trattino ma nel tempo le virgolette hanno vinto anzi stravinto. Le virgolette sono il simbolo della volgarità contemporanea. Neanche gli accapo andrebbero lasciati all'editore. Kafka non andava a capo. Perché un libro è soltanto scrittura. Uno spartito non va mai a capo, si volta pagina. La vita dello scrittore è grama e piena di sconfitte. Si combattono singole inutili battaglie, piccole enclave dentro una battaglia già persa. No, le virgolette non andrebbero mai usate. Non andrebbero scritte né accennate con la punta delle dita, non andrebbero neanche pensate. Se un uomo pensa con le virgolette toglietegli il saluto. A quelli che le annaspano in aria davanti ai miei occhi stupefatti non rispondo affatto, annichilito dalla loro incoscienza. I poeti si prendono una grande responsabilità andando a capo così di frequente ma per l'appunto scrivono dei versi, chiamati così nella loro completezza concatenata che deve avere un suo perché. Se questo...

Manuale a uso quotidiano per giovani poeti / 365 modi di dire poesia

Dal 1960 al 1968, Wisława Szymborska sulla rivista di letteratura “Żicie Literackie” tenne una rubrica di posta in cui rispondeva agli aspiranti poeti, specie esordienti, giudicando le loro opere e somministrando loro riflessioni e consigli. Le sue meravigliose, sferzanti risposte sono state raccolte e pubblicate con il titolo Posta letteraria, ossia come diventare (o non diventare) scrittori. C'è da chiedersi chi, dopo aver letto qualcuna di queste risposte, possa aver avuto il coraggio di mandare i propri scritti in pasto a una critica tanto acuta e impietosa. D'altra parte, allora, nessuno sapeva di confrontarsi con un Nobel per la letteratura. Il tenore delle risposte di Wisława è questo: “Sarebbe bello e giusto se la sola forza dei sentimenti decidesse del valore artistico della poesia. Allora saremmo sicuri che Petrarca è una nullità in confronto a un giovanotto che si chiama, supponiamo, Bombini, perché Bombini è davvero impazzito d'amore, mentre Petrarca è riuscito a mantenersi in una condizione nervosa propizia all'invenzione di belle metafore.”       A questo dissimulato, benché autentico, manuale di poesia, è andato, per analogia, il mio pensiero, nello...

Una nuova collana di poesia / Capoversi. John Ashbery

La nuova collana di Bompiani “Capoversi” esce con tre importanti libri di poesia: L’ultimo spegne la luce del cileno Nicanor Parra; Non è tempo di esistere del russo Vladislav Chodasevič, e Autoritratto entro uno specchio convesso (Self-portait in a convex mirror) dello statunitense John Ashbery, in una nuova e bella traduzione di Damiano Abeni introdotta da uno scritto di Harold Bloom, arduo non solo per la densità concettuale, ma anche per essere parte di un discorso critico più ampio e denso di implicazioni, contenuta nel noto saggio Deconstruction and Criticism del 1979 La raccolta del 1972 di Ashbery (1927-2017, Pulitzer Price per la poesia nel 1976) comprende una settantina di poesie, ma prende il titolo dal lungo testo, un poemetto di oltre 500 versi, che la conclude e che è senza dubbio uno dei risultati più alti dell’autore. Nella poesia eponima Ashbery riflette sull’autoritratto che Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, realizzò nel 1524 e che, l’anno dopo, portò a Roma in dono al papa Clemente VII; per farsi conoscere e per stupire, racconta Vasari: riuscendovi perfettamente. Su una delle opere capostipiti del Manierismo, Vasari si esprime nitidamente così ed è...

L'ira del Cosmo / Orford Ness, ritaglio di natura

The river sweats Oil and tar The barges drift With the turning tide Red sails Wide To leeward, swing on the heavy spar.  (T. S. Eliot, The Waste Land)   Il fiume trasuda  Olio e catrame  Le chiatte scivolano  Con la marea che si volge  Vele rosse  Ampie  Sottovento, ruotano su pesanti alberature.  (La terra tesolata, trad. di Roberto Sanesi)   Sono questi versi di T. S. Eliot che mi sovvengono quando penso a Orford Ness. Nel 1922, nel momento in cui viene pubblicato The Waste Land, Orford Ness era già un luogo cosparso, oltre che di “olio e catrame”, anche di una miriade di sostanze chimiche e di aggeggi militari. Un luogo appartato con campi di aviazione e baracche di ogni genere dove si sperimentavano il paracadute, la fotografia aerea e le tecniche moderne di camouflage. Un luogo dove, dal 1924 in poi, si eseguono test balistici per bombardare in modo più performante, anche a basse altitudini. E dove, dal 1935 al 1937, si inventa il radar. A partire dal 1938 qui si eseguono test di “letalità e vulnerabilità”, inclusi quelli volti allo sviluppo di bombe a frammentazione. Durante la seconda guerra mondiale le sperimentazioni...

Infinito e oltre / Leopardi a Lapedona: traduzione e anagrammi

È curioso dover parlare di traduzione a Lapedona su invito di Fabio Pedone. È ancora più curioso se poi si scopre che fra gli organizzatori ci sono anche Maria Pedonesi e Andrea Pedonesi. Ma imbarazzante, oltre che curioso, per un non marchigiano, parlare di Leopardi a Lapedona, dove c’è tra l’altro una piazza dedicata al poeta. Fra Pedone, Pedonesi e Lapedona il gioco è evidente, ma anche tra Leopardi e Lapedona ci sono molte affinità, a parte la piazza: Lapedona è quasi un anagramma del cognome del poeta.  Sei lettere su otto. Un caso? Certo.    Come forse è un caso che un anagramma di Leopardi sia L’opera di: L’opera di Leopardi. Una specie di immagine specchiata, in cui però i singoli componenti nell’immagine riflessa sono mescolati. Pensate a un traduttore che debba tradurre il semplice sintagma nominale “L’opera di Leopardi” sapendo che dentro c’è anche un anagramma e magari con l’intenzione di rispettare quel vincolo… Un bel problema.   Ecco altri anagrammi di Leopardi: Deplorai, Lapiderò, Le parodi, L’adoperi, Lo predai… Volendo si potrebbe cercare di metterli assieme in un brevissimo dialogo traduttologico a più voci:    Molti sosterranno,...

Torino spiritualità / I guardiani della notte

Nel 1995 arriva nei cinema Dead Man, sorta di acid western visionario, rarefatto sogno ad occhi aperti che Jim Jarmusch cattura chissà come e mette in pellicola. Fan di Jarmusch e adepto della chitarra di Neil Young, che della colonna sonora del film è autore, corro a vedere questa delirante e scheletrica rivisitazione del mito della frontiera. Quando esco dal cinema ho un terzo idolo da pedinare: William Blake.  I versi del poeta inglese, scopro nel buio della sala, attraversano Dead Man in lungo e in largo, si incidono nella trama e di colpo deflagrano con la vitalità eversiva e fuorilegge di una poesia scritta con il sangue. Non che fino a quel momento non conoscessi Blake, lo si studia a scuola e «Tyger! Tyger! Burning bright...» si manda a memoria piuttosto facilmente, ma non avevo mai percepito davvero l’intensità dei suoi versi. In particolare, nei giorni che seguono, non mi escono più dalle orecchie le strofe degli Auguries of Innocence che l’indiano Nessuno, ispiratissimo, recita per un attonito Johnny Depp: «Ogni notte e ogni mattina nascono alcuni alla rovina. Ogni mattina ed ogni notte nascono alcuni al soave diletto. Nascono...

Il pugile che si dimenticò di combattere / I soldati di Giulio Trasanna

Immaginate un pugile, che, una sera, invece di salire sul ring, se ne sta tranquillo a casa, semplicemente perché s’è scordato di combattere. E perché poi s’è scordato di combattere? Perché qualcuno gli ha messo tra le mani una copia di Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche e lui, il pugile, si è gettato così a capofitto nella lettura da dimenticare tutto il resto, combattimento compreso. Il fatto non è inventato. Il pugile ha un nome e un cognome. Si chiamava Giulio Trasanna. Nato in Svizzera (nel 1905), cresciuto a Udine, vissuto a Milano, dove conobbe fior di scrittori e intellettuali (Sereni, Treccani, Visconti, De Grada e altri) e morto all’ospedale civile di Angera, riva sinistra del Lago Maggiore, nel 1962. Salvatore Quasimodo lo ricordò in un articolo il cui titolo, assai eloquentemente, suona Un poeta morto di stenti.   Un emarginato dunque, o, quanto meno, il classico esempio di outsider, di scrittore autodidatta lontano dalle tertulie, chiamiamole pure cricche, o non abbastanza integrato in esse per poter emergere quanto meritava. Nonostante ciò riuscì ad esercitare ugualmente un suo efficace magistero su alcuni giovani dell’epoca, tra i quali spicca...

Un verso / Juan Ramón Jiménez. Madre, dimentico qualcosa, ma non mi ricordo…

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso, che appartiene a una poesia dal titolo El Adolescente (L’Adolescente) non è forse tra i versi del poeta andaluso che meglio possono essere indicati come esemplari di una poetica, dei suoi modi, delle sue forme. Ma per questo verso, e per la poesia che lo comprende, m’è...

Un verso, la poesia su doppiozero / Friedrich Hölderlin. Chi pensa il più profondo, ama il più vivo

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso di Friedrich Hölderlin  (Wer das Tiefste gedacht, liebt das Lebendigste), che sopra riporto nella traduzione di Giorgio Vigolo, in un’altra traduzione, per dir così più esplicativa, quella proposta da Luigi Reitani nel “Meridiano” dedicato al grande poeta tedesco, suona...

Un verso, la poesia su doppiozero / Mario Luzi. Vola alta, parola, cresci in profondità

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso di Mario Luzi è sempre un frammento che riceve luce da altri versi contigui e irradia sugli altri versi la propria luce: una luce in cui trema una ininterrotta meditazione sul tempo, sul visibile, sulla sua ferita, sulla sua sperata armonia. La poesia, annunciata in una pagina...

Risposta a Umberto Fiori / Il bilinguismo della poesia

Le osservazioni che provengono da un poeta che ammiro, come Umberto Fiori, non possono che essere benvenute. Tanto più mi preme di chiarire un punto importante, che sembra essere sfuggito a Fiori. Il bilinguismo di cui parlo e a cui è dedicata la collana Ardilut non è soltanto quello fra dialetto e lingua, ma è una tensione interna a ogni autentico atto linguistico e segnatamente a ogni intenzione poetica. Nei testi che introducono i volumi della collana questo è detto più volte (“bilinguismo costitutivo di ogni autentica intenzione poetica” – Giusti, Quando le ombre sistaccano dai muri, p.11; “Il bilinguismo immanente in ogni autentica esperienza poetica” – Zanzotto, In nessuna lingua in nessun luogo, p.13; “il poeta è costitutivamente bilingue”, Pasolini, I turcs tal Friul, p.17). Il bilinguismo dialetto-lingua non è che il caso estremo – e, per la nostra tradizione poetica, esemplare – di questo bilinguismo immanente a ogni pratica poetica.   Quando Fiori conclude la sua recensione scrivendo che “il poeta che non ha alle spalle un dialetto – e non sono pochi, nelle generazioni...

Enrico Terrinoni. Tradurre la letteratura / Oltre abita il silenzio

Una breve poesia di Roger McGough per bambini, ma non solo, intitolata Wordfish recita:   Wordfish     are swordfish in a state of undress   Criss-crossing    the ocean in search of an S.   L’immagine è quella di un pescespada (Swordfish) che ha perduto la S diventando così un pesceparola (Wordfish) che se ne va in giro per il mare a cercare la S smarrita. Un pesce parola in cerca di identità. Se invece della S si imbattesse in una L potrebbe diventare di colpo un Worldfish (pescemondo). Le parole in effetti aprono a mondi inattesi, come ci insegnano i prestigiatori di parole, i poeti e i bambini.  Lasciando nuotare il wordfish alla ricerca della S-perduta, ci potremmo chiedere se anche in italiano word possa generare un world… Così, su due piedi, sembra improbabile. Ma che le parole abbiano una prole, e quindi contengano in sé un proprio futuro, siano fertili e generino, è una fortunata coincidenza che potrebbe venire in soccorso a un ipotetico traduttore che si trovasse a dover restituire in italiano il gioco di parole word-world. Ovviamente non è l’unica soluzione: forse ci sono altri modi per parlare di mondi, o pianti per i pianeti...

Manuel Vilas / In tutto c’è stata bellezza

Ho letto In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas (Guanda, traduzione di Bruno Arpaia) mentre avevo sulla scrivania Tutte le poesie di Giorgio Caproni. Un giorno, sfogliando la raccolta di Caproni, sono incappato in una poesia dal titolo L’ignaro, che fa:  “S’illuse, recuperato / l’oggetto accuratamente perso / d’aver fatto un acquisto. / Fu gioia d’un momento / E rimase / turbato. / Quasi / come chi si sia a un tratto visto /spogliato di una rendita. / (Lui, / ignaro che ogni ritrovamento / – sempre – è una perdita)”.  Ed è stata una coincidenza fatale. Perché per entrare nel romanzo di Vilas è richiesta una chiave a doppia mappa, una chiave che abbia stampate sulle due ali proprio le parole ritrovamento e perdita. Ma cos’è quel tutto in cui c’è stata bellezza?  È qualcosa di impalpabile che si trova al confine del tempo, della famiglia, del sogno, dei ricordi; è il passato, ossia lo spazio affollato in cui si è fatto e si è vissuto ciò che ci ha reso infine gli esseri umani che siamo. Manuel Vilas inizia a raccontare in un momento in cui vede l’illogicità di tutte le cose, per “dare sfogo a tanti messaggi oscuri che provenivano dai corpi umani, dalle strade,...