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versi

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Il Meridiano / Sbarbaro: licheni e trucioli

Camillo Sbarbaro nasce nel 1888 a Santa Margherita Ligure, primogenito di Carlo e di Angiolina Bacigalupo, di quindici anni più giovane del marito. Nel 1893, quando Camillo ha cinque anni, la madre muore di tubercolosi. Il poeta e la sorella Clelia vengono sistemati a Voze, un paesino dell’entroterra (a cui Sbarbaro dedicherà una delle sue più belle poesie) e l’anno dopo a Varazze. A badare a loro è la giovanissima zia Maria Bacigalupo (Benedetta). Qualche anno più tardi, a Genova, Camillo frequenta il ginnasio e comincia a coltivare i due grandi interessi della sua vita: la poesia e la botanica (diventerà uno dei maggiori collezionisti di licheni a livello internazionale). Nel 1904 si iscrive al Regio Liceo “Gabriello Chiabrera” di Savona, dove ottiene la licenza nel 1909. Agli anni della scuola segue un periodo di inerzia e di inquietudine, reso più cupo dall’aggravarsi dell’infermità del padre (morirà nel 1912; a lui sono dedicate alcune poesie tra le più note di Sbarbaro). Nel 1910 trova un posto come impiegato alla Siderurgica di Savona. Nel 1911 i suoi compagni di scuola pubblicano a loro spese, col titolo Resine, le poesie che Camillo andava componendo già ai tempi del...

22 marzo 2022 / Giornata Mondiale dell’acqua

Antonella Anedda, Franco Arminio, Umberto Fiori, Gianni Montieri, Fabio Pusterla, Giuliano Scabia   Senza l’acqua non c’è vita sulla Terra. L’acqua è preziosa. Possiede poi tante declinazioni: acqua da bere, acqua per lavarsi, acqua in cui nuotare. L’acqua e le sue immaginazioni sono al centro dei sogni, delle attività oniriche e fantastiche di uomini e donne. In collaborazione con Valmora abbiamo dedicato uno speciale all’acqua pubblicando poesie, prose e scritti di autori italiani e stranieri. Ripresentiamo in questa sede 5 poesie di autori italiani.     Antonella Anedda, Bambina e acqua   Ferma come una biscia che si finge morta ma con gli occhi spalancati sul fondale guardava l’acqua in cui bere senza sale  senza la gola amara, solo la lingua liquida del fiume tra le foglie di frassino e il canneto. Sopravviveva in quel verde – in una tregua mentre il greto le asciugava il vestito  con una luce di erba, ossa, ghiaia.   Pubblicata il 31 gennaio 2018 Franco Arminio, La prima volta che ho visto il mare   La prima volta che ho visto il mare avevo diciassette anni. A quell’età non mi lavavo le ascelle e non avevo capito a che serviva il...

20 marzo 2022 / Come si fa

Prima mi sono vergognata. Poi ero  incredula delusa. Come bocciata.  Tutta una specie ritornata indietro. Alle bastonate. Maschi al comando ancora, con i vecchi randelli trasformati in armate missili carri armati corazzate, tutta un’esibizione muscolare così evoluta – e le teste invece rimaste indietro, alla predazione, alla zampata feroce su qualcuno che trema.   Solo dopo è arrivata la pena. Solo dopo sono entrata dentro un gonfio di lacrime tenute. E il dolore dei miei umani casi si è fuso insieme al dolore per loro, i morti, gli scampati i feriti lasciati lì in un fosso, i rifugiati. E se adesso piango a volte – non so per chi o per che cosa, tanto sono confusa.   Un dolore non grave però, il mio,  spesso sospeso, un dolore che non mi toglie ancora l’appetito e posso guardare  i notiziari, continuando a mangiare, sopportare ancora lo stridore della pubblicità col suo falso prometterci le cose.   Come si fa a provare un dolore vero. Come si fa da quel dolore sentir nascere un atto vero di pace. Come si fa ad esser solidali fino alla radice.   Allora forse troveremmo strade impensabili ora. Accordi fra nemici talmente inaspettati....

Fuoco e ghiaccio / Robert Frost, “Un illustre misconosciuto”

“And you read your Emily Dickinson/ and I my Robert Frost…”.  È in The Dangling Conversation di Simon & Garfunkel (1966) che ho sentito nominare per la prima volta Frost. Avevo diciassette anni, e della poesia angloamericana sapevo quel tanto che mi aveva trasmesso mia madre, insegnante di inglese: classici, soprattutto. Che si trattasse di un poeta importante me lo segnalava la sua presenza accanto a Emily Dickinson, la prediletta di uno dei due malinconici personaggi protagonisti della crepuscolare conversazione evocata da Paul Simon e Art Garfunkel.  La lettura di Conoscenza della notte e altre poesie, una scelta dei suoi testi uscita in quegli anni da Einaudi nella traduzione di Giovanni Giudici, mi lasciò piuttosto freddo. Di lì a poco scoprii T.S. Eliot e Wallace Stevens, e di Frost non mi occupai più. A quanto pare, non ero il solo. “Frost – scrive Ottavio Fatica nel volume appena uscito da Adelphi, Fuoco e ghiaccio, che comprende poesie scritte dal 1912 al 1962 – da noi è rimasto relegato in una penombra larvale. Un illustre misconosciuto”.    Eppure, non si può dire che Frost sia un autore “marginale” o “appartato”: fin dagli anni Dieci del secolo...

I versi di Alessandra Carnaroli / 50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti

In 50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti (Einaudi, 2021), Alessandra Carnaroli, già prefata in precedenti raccolte tra gli altri da Andrea Cortellessa ed Helena Janaczek, costeggia la feroce complessità delle relazioni che caratterizzano le nostre società contemporanee e lo fa partendo proprio dal momento finale e scurissimo delle tante anime sensibili, toccate più di altre dalla variegata violenza sempre più presente ed opprimente dei nostri giorni: da essa vogliono liberarsi dandosi e talvolta provocando morte: “scoperta nella mia camera d’albergo/ la famiglia con cordoglio/ ammette la morte in circostanze depresse/ come procurarsi barbiturici senza ricetta/ ultimo accesso”. Ma l’autoannientamento, tentato nel libro in varie ed originalissime forme, se certo può derivare alcune volte da un patologico abisso relazionale, tal altre invece è lì a voler sottendere qualcosa di ulteriore. E difatti i tanti corpi inerti, quasi penzolanti dal verso, ci riportano alla pagina dell’uomo filosofo di ogni tempo che davvero ragiona sulla vita e intuisce che essa è pura illusione, come già colse acutamente Leopardi nei Pensieri ma è anche, all’opposto, espressione della più pervicace e...

Di necessità virtù / Grace Paley: Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta

Quest’anno Grace Paley avrebbe compiuto cento anni, forse nella sua casa a Thetford Hill, nel Vermont, dove si trasferì definitivamente alla fine degli anni Ottanta con il suo secondo marito, un poeta come lei, o forse al Greenwich Village dove, chi può dirlo, sarebbe forse ritornata dopo avere vissuto per qualche anno sulla cima di una collina. In entrambi i casi, probabilmente, avrebbe organizzato una festa e ci sarebbero stati tanti amici. Invece è morta quindici anni fa, nel 2007, lasciando due figli, un po’ di nipoti e poche centinaia di pagine scritte, tra le più belle della letteratura universale: racconti, poesie e interventi saggistici pubblicati e ripubblicati in vari volumi e in molte lingue.  Nacque nel 1922 in una famiglia di ebrei socialisti che vivevano nel Bronx (erano scappati dalla Russia dello zar). Proprio nei luoghi emblematici della New York popolare, quella dei muri di mattoni e dei cavi aggrovigliati sui pali di legno, Grace Paley ha ambientato la maggior parte dei suoi racconti.   Sulle scale antincendio, nelle sale d’attesa degli ambulatori, in sinagoga, sui marciapiedi, per strada, sui pianerottoli, in cantina e soprattutto in cucina, “centro...

L’ultimo libro del poeta / Exfanzia: una intervista a Valerio Magrelli

Igor Pelgreffi – Dopo Ora serrata retinae (1980), Nature e venature (1987), Esercizi di tiptologia (1992), Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) e Il sangue amaro (2014) esce in questi giorni, nella collana “bianca” di Einaudi, il tuo libro dal titolo Exfanzia, che raccoglie versi scritti in oltre otto anni… Dimmi qualcosa su questa parola, così evocativa: exfanzia. Neoformazione verbale? Comunque sia, è la prima volta che scegli il mono-vocabolo per un titolo.   Valerio Magrelli – È sempre molto curiosa la storia dei titoli. Di solito c’è il cosiddetto “titolo di lavorazione”, che viene subito fuori e spesso poi modificato. In questo caso invece mi è ritornata su, è il caso di dire, una parola che avevo creato vent’anni fa. Nel mio primo libro di prose, Nel condominio di carne, nei primi capitoli c’è proprio un riferimento a questa parola, exfanzia, che creo per descrivere la mia infanzia. A mio avviso quello che è più importante è il prefisso che inverte ovviamente (etimologia immaginaria…) quello originario, per segnare non tanto un periodo passato, come si dice di un ex compagno, ex commissario… quanto un’espulsione. Per me...

Petèl, dialetto, poesia / Zanzotto, la lingua che non si sa

Sostare sulle riflessioni di Andrea Zanzotto che riguardano il fatto linguistico, ovvero la facoltà e l’effettiva pratica dell’umano parlare, è sempre bello, all’inizio e poi – parafrasando Rilke con un sorriso – un po’ tremendo. C’è sempre in questi frangenti il passaggio, la frase, l’aggettivo che imprime nel discorso qualche avvio di vertigine. Zanzotto, insomma, ci fa “girare la testa”, in un senso, che è quello che ci fa rivolgere lo sguardo a qualcosa che non avevamo visto; in altro senso però ci lascia a volte “confusi e felici”, come gorgheggiava la cantautrice Carmen Consoli, e non proprio certi, però, alla fine, di aver compreso tutta la strada percorsa. Per fortuna questo “non capire tutto” è anche un forziere spalancato di altre domande, con le quali continuiamo il nostro viaggio in Zanzottolandia e ritorno (non meno significativo è, infatti, il ritorno).  Nel breve trip che vorrei qui iniziare mi accompagnano alcune pagine che mi hanno aiutato, dopo tanti anni, a ridisegnare alcune aree della mia personale mappa zanzottiana, scritte da Andrea Moro e Giorgio Agamben, nei confronti dei quali dichiarerò i debiti.   Da Andrea Moro poche ma fondamentali nozioni...

L’opera completa / Bassani poeta

A colpire il lettore quando legge, anche a distanza di anni, i libri di Giorgio Bassani, è l’apparente trasparenza della narrazione e delle intenzioni; tutto è racchiuso lì, nell’angusta cornice delle mura di Ferrara, negli anni compresi tra le leggi razziali e la fine della seconda guerra mondiale, e tutto è apparentemente in chiaro, esplicito, eppure niente lo è. Tutto è espresso, eppure resta misterioso, ambiguo, come il mezzo sorriso sornione di Bassani nelle foto. Cosa sappiamo veramente dei Finzi Contini? E cosa sappiamo veramente del narratore senza nome che attraversa in bicicletta una città che improvvisamente non lo vuole più, in cerca di solidarietà nei reietti come il medico omosessuale Fadigati?   Non è un caso che una nebbia improvvisa venga spesso a coprire la città, come non è un caso che spesso una finestra, un vetro o uno schermo si frapponga tra il personaggio rinchiuso all’interno e un esterno che non è mai davvero raggiungibile, a significare una pienezza esistenziale mai davvero toccata. Bassani si ferma sempre al di qua delle cose che non conosce, in primo luogo per un fortissimo pudore nei confronti dei morti nei campi di sterminio, e poi perché il...

Un verso, la poesia su doppiozero / Osip Mandel`štam, Ho appreso la scienza degli addii

È il primo verso, qui riportato in una sua versione letterale, di Tristia, una delle più note poesie di Osip Mandel`štam, appartenente alla raccolta omonima, del 1922. Tristia è la seconda stazione dell’opera poetica di Mandel`štam, dopo Kamen’ (Pietra), volume pubblicato nel marzo del 1913. In questa poesia, Ovidio e l’esilio sono l’ordito di un arazzo che, in quattro strofe di otto versi ciascuna, seguendo il movimento metrico di una pentapodia giambica, dà figurazione al sentimento dell’addio: con le immagini della partenza, dell’amara vigilia, della soglia che è al di qua della tenebra, degli emblemi che dicono il passaggio al nuovo giorno. Un giorno che dischiude il cammino e la solitudine, il rammemorare e il riconoscere. Riconoscere è custodire il fuggitivo nella presenza di un’immagine, quel che è perduto nel sapere della lontananza. Riconoscere è accogliere quel che è assente, accoglierlo in un verso, nella dolcezza provvisoria e tuttavia intima di un verso, della sua musica.    Nel primo movimento della poesia, alle immagini che salgono dalla lettura dei Tristia di Ovidio, in particolare dell’elegia I, 3 (“Cum subit illius tristissima noctis imago”), si...

La figlia che non piange, un libro postumo / Il ritegno di Scarabicchi

In uno scritto dedicato all’arte della poesia titolato Tra ombre di percezioni fondanti, Zanzotto distingueva due diverse linee di forza che attraversano la poesia del Novecento. La prima risalirebbe ad Artaud e implicherebbe innanzitutto lo sconvolgimento dionisiaco della lingua e dei suoi codici irrigiditi, l’idea che la parola in se stessa sarebbe già un “tradimento dell’essere” (Artaud). Si tratta di una linea di forza della poesia fondata sull’enfatizzazione del gorgo pre-significante de lalingua, come direbbe Lacan, che troviamo in un primo piano potente nello Joyce di Finnegans Wake. La seconda linea farebbe invece capo a Mallarmé e definirebbe la tendenza apollinea, ermetica, misurata, fondata sulla compostezza formale, sulla purezza e sul vigore del significante, sull’uso ascetico ed essenzialista del linguaggio, della poesia. Mentre la prima linea di forza enfatizzerebbe la sperimentazione ardita, futurista, surrealista, sovversiva della lingua nella sua dimensione babelica, la seconda opererebbe per riduzione, sottrazione, ascesi. Va da sé che se dovessimo collocare l’opera di Francesco Scarabicchi, l’immenso poeta marchigiano scomparso dopo una lunga malattia l’aprile...

Un saggio di Gian Mario Villalta / La poesia non è uno sparo

Il titolo del saggio di Gian Mario Villalta, La poesia, ancora? (Mimesis, 2021), è spiazzante e ambiguo. Da un lato, potrebbe suonare come la reazione infastidita di un potenziale lettore (“Santo cielo, si parla di nuovo di poesia?”), dal lato opposto come un’interrogazione meravigliata sul permanere della poesia nel nostro mondo, nonostante tutto. Chi legge è portato subito – com’è ovvio – a propendere per la seconda interpretazione, e a considerare la prima un espediente retorico, una provocatoria anticipazione – esorcizzazione del disincanto di chi “la sa lunga” (o crede di saperla).    Il libro è articolato in quindici capitoli, e costituisce una sorta di apologia della poesia, di sua rinnovata, appassionata legittimazione. Villalta parte da considerazioni e argomentazioni storiche, estetiche e antropologiche, con riferimenti che vanno da Heidegger al Futurismo, da Dante alle neuroscienze. Nelle prime pagine emerge innanzitutto la distinzione tra il fare proprio della poesia e l’agire comunemente inteso: l’arte è danza che si distingue significativamente dal nostro quotidiano camminare, dal muoversi, dal gesticolare.   La poesia viene definendosi...

Gli Ultimi versi della grande poetessa / Marina Cvetaeva, Diario dell’ammutolire

Un atteggiamento di resa, di composta rassegnazione, l’amara consapevolezza dell’approssimarsi della fine percorrono gli Ultimi versi di Marina Cvetaeva (1892-1941), i pochi, ultimi versi compiuti che scrive tra il 1938 e il 1941, nei quattro anni precedenti il suo suicidio. La posterità ha di certo potuto facilmente etichettarli come ultimi, mentre non è facile stabilire da quale momento anche Cvetaeva li percepisse come tali. Forse quelli dell’ultimo anno di vita, dove ricorre l’immagine della morte: «È tempo di spegnere la lanterna / sul portone» scrive il 7 marzo 1941, nell’ultima breve poesia che chiude la raccolta. Cinque mesi dopo, la poetessa che Iosif Brodskij ha definito la più grande del XX secolo, si toglierà la vita. In verità Brodskij usa il genere maschile – poeta, e non poetessa – per rimarcare l’assoluta grandezza, l’universalità senza attenuanti, il suo gareggiare nella stessa categoria degli uomini, e non in una categoria a parte, solo femminile. Oggi che il dibattito sul genere delle professioni, sull’uso dello schwa e simili è diventato un terreno di accesa e discutibile rivendicazione, il riferimento a una poetessa al maschile non passa inosservato, ma...

Ottobre 1921 - ottobre 2021 / Zanzotto dalla terra alla poesia

Un libro che si deve maneggiare a lungo, iniziare, riprendere, iniziare di nuovo, portare in fondo con attenzione. Andrea Zanzotto. Il canto dalla terra, di Andrea Cortellessa (Laterza, 2021), ha una compattezza, una densità che attrae e avvince, e che impegna allo stremo il lettore, incalzando, innescando tema da tema, riprendendo motivi, svolgendo cellule di senso interne con un andamento compositivo avvolgente, allo stesso tempo centripeto e centrifugo.  Centripeto perché il nucleo al quale sempre si ritorna è la relazione tra l’opera di Zanzotto e l’esistenza che il poeta compone nell’opera (rinvierei al virgiliano “componere curas”, proferito da un Enea che sempre ha alle spalle un disastro e sempre fugge avanti sospinto da una necessità/desiderio). Centrifugo perché la realtà (materiale, sociale, storica, psichica) che l’opera di Zanzotto circoscrive, riscrive e interpola è in continuo rinvio e rilancio verso altro e altrove.   Il capitolo introduttivo espone già dalla prima pagina lo scarto rispetto alle consuetudini accademiche, non solo dicendo “io” (e su questo “io critico” ritorneremo), ma agganciando la biografia intellettuale dell’estensore alla vicenda del...

Paesaggio con fratello rotto, una trilogia / Mariangela Gualtieri: aprirsi all’inatteso

“Che cosa diremo a quelli che nascono ora? / Che scusa troviamo / per questo disastro umano?”. Dopo una introduzione con l’entrata dei personaggi, in un silenzio carico di attesa accompagnato dall’organo, inizia con questi versi, con questa domanda, Paesaggio con fratello rotto, prima parte di una trilogia del 2004 del Teatro Valdoca. Ora di quel lavoro con la regia di Cesare Ronconi – una saga contemporanea con personaggi dolenti sovraccarichi di colore, un bianco funereo sui corpi seminudi, segnati con tratti neri e sbavature di rosso sangue, maschere animali, ali grandi di uccello, zimarre rituali – Einaudi pubblica i testi (pagine X-78, euro 10), scritti da Mariangela Gualtieri.      Sono sempre di sottili dimensioni le opere di questa poetessa che ci accompagnò nello sconforto del primo lockdown con il delicato ammonimento di Nove marzo duemilaventi: “Questo ti volevo dire / ci dovevamo fermare…”. I versi di Paesaggio con fratello rotto sembrano scavati nei corpi, nella disperazione che vorrebbe diventare la gioia che tutti sentiamo di vivere; sono parole incise con il bulino nello sguardo desolato a quello che riusciamo a distruggere di bello intorno a noi e...

10 ottobre 1921 - 10 ottobre 2021 / Zanzotto: una splendida ciacola siderale

Non è facile raccontare una grande personalità. Se ne può dire qualcosa a proposito delle sue manifestazioni esteriori (ci ho provato in Zanzotto decabrista), ma l’imponenza di un’esperienza intellettuale molto significativa non si presta molto alle piccole aneddotiche, ancorché non inconsistenti. D’altra parte c’è l’opera con il suo grande carico di studi dedicati. Su cui torneremo dopo. A me preme qui insistere sul fatto che quando la techne della poesia attraversa la terra della conoscenza, per così dire, significa che in quel momento lo strumento del poeta riesce a produrre una parte del reale mai esistita prima, vuole dire che con lui tutti facciamo un passo avanti e rosicchiamo qualcosa in più del mondo che prima, semplicemente, non eravamo riusciti a vedere. Dallo Swing al Bebop, ecco, Zanzotto come Thelonious Monk.   Ho sempre pensato che Andrea Zanzotto sia stato prima di tutto un grande uomo di pensiero che si è preoccupato delle sorti del mondo suo contemporaneo; ha saputo a suo modo mostrare le dinamiche profonde che legano l’essere umano a se stesso e agli altri uomini lavorando con il linguaggio sul linguaggio, ma proiettandosi oltre il linguaggio. La sua è una...

Scarabocchi / Bello, bello, bello mondo

1.   Io sono dei vostri, alberi. Sono dei vostri animali eleganti, sono dei vostri. Credetelo. Ci separa un niente, colore, capello,  piccolo piccolo nome: l'impianto del respiro è solo apparente diverso. Ci guarderemo fraternamente. Ci capiremo con l'albero e col seme, capiremo l'insetto e la grandine.    Essere mondo, voglio. Sentirmi a casa nel cosmo. E le maree saranno la strada del gonfio cuore. Sarà d'amore  se cresco. Se avanzo o calo. Sarà d'amore. E luce voglio. Così m'impetalo, che mi spensiero, che rido mentre corro come la rondine, mi moltiplico a stelo, gocciolo, mi biforco, mi alzo e tramonto, mi slargo, mi infaldo, divento cima e svetto, mi innevo e frano.   Tutto questo io voglio, dolcemente, perché fuori dell'umano il dolore è uno sparo minimo e la più gran parte è ridere,  mi pare, e il grande canto.   Lo senti il firmamento? Come è sereno. Anche noi siamo dentro. Abbiamo polverine dentro il sangue antiche come il cielo, hanno dentro l'impronta d'un andare  semplice e grande, come le grandi sfere.  Abbiamo Vega nel sangue la stella prodigiosa, e istruzioni precise per il viaggio per l'appontaggio e coraggio...

Una conversazione / Chandra Candiani. Questo immenso non sapere

“Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre”. Ho aperto Questo immenso non sapere nelle sue prime pagine e davanti a me un inchino: fronte verso terra e fili d’erba da guardare, un mondo che sempre si rinnova, esercizio di incanto.  Risuonano, queste parole, con la certezza di Etty Hillesum che “esisterà sempre un pezzetto di cielo da poter guardare”. Importa poco se ci sia da guardare verso l’alto o da ricoprirsi di terra e polvere: pregare è indicare, è conoscere una vista periferica, sentire di esser parte di un mondo più grande, anche se ci sfuggono ordine e significato.    Questo immenso non sapere riprende la prosa frammentaria – ricordi, pensieri, riflessioni e scene – che già Chandra Candiani ci aveva fatto incontrare con Il silenzio è cosa viva. È popolato di animali e alberi, come se avesse chiamato a raccolta, per presentarceli, gli “abitanti della meraviglia” che abbiamo imparato, nei versi, ad ascoltare, riconoscere, seguire; a non guardarli troppo negli occhi e a non provare a capirli. Animali che salvano e che ammazzano. E poi l’erba, i fiori del melo, il ciliegio selvatico, le leggi di inquietudine. C...

Cosa chiediamo a un poeta? / Kae Tempest: sopravvivere all’amore

Cosa chiediamo a un poeta? Maestria letteraria, certo. Ma se non si spende nella sua verità, se non si spoglia di ogni dissimulazione, se si nasconde come un romanziere dietro una storia ben strutturata, ci delude. La “lirica” sarebbe il “canto”, un gorgheggiare di sentimenti condivisibili, una lettura, un ascolto in cui il poeta è capace di relazionare, di affabulare ciò che il lettore non sa dirsi. Alla poesia si chiede molto, e richiede molto, in un’era in cui la lettura stessa diventa una opzione sempre più difficile, lontana dalla frammentazione dell’attenzione digitale. Uscendo dalla parola muta, negli anni Sessanta la Beat Generation ha gettato il corpo del poeta nei reading dei club di San Francisco, nel sudore di ormoni astanti, spesso contrastanti, tracciando l’unica strada contemporanea per la poesia: il ritorno alle origini greche, ancestrali della parola cantata o detta dal vivo ad alta voce. Un reading non può essere una tormentosa esportazione sonora di un testo concepito nella bolla asettica della letteratura scritta. Deve ridarsi al teatro, e alla musica, alla prossemica, alla qualità performante di una voce speciale, allenata a tutto il pentagramma dei volumi e...

Storia, esilio, terrore / Charles Simic, un poeta fortunato

Non so come uomo, ma come poeta, Charles Simic è fortunato. Sono pochi i riconoscimenti che non ha ancora avuto. Nato a Belgrado nel 1938, emigrato a Parigi nei primi anni ’60 insieme alla famiglia, e da lì negli Stati Uniti, a Chicago, ha scelto l’inglese come lingua della sua poesia, ma ha anche tradotto assiduamente i poeti dell’allora Jugoslavia. Ha pubblicato la prima raccolta nel 1967, destando quasi subito l’attenzione della critica, che da allora non gli è mai mancata. Anche in Italia ha trovato un’accoglienza superiore a quella di molti suoi contemporanei, con testi e antologie ottimamente tradotti e usciti per Adelphi, Donzelli ed Elliot. A questi ora si aggiunge il recente Come Closer and Listen (2019), pubblicato in italiano come Avvicinati e ascolta (Tlon, 184 pagine), traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan. Simic è un poeta e saggista prolifico. Lo aiuta la scelta di lavorare su scene di vita quotidiana, versi brevi, a volte segnati da un punto ad ogni fine di verso. Non accade di frequente che le sue poesie siano più lunghe di una pagina. La sua voce consiste nell’alzarla pochissimo, la voce.   Le sue pagine sono tutte un brusio, dove ogni cosa si mescola...

Applausi nel cassetto / Ana Blandiana: scrittrici e spie

La Securitate voleva fare di Herta Müller una spia. La delatrice perfetta, di cui nessuno avrebbe mai sospettato. Ma la futura Premio Nobel per la letteratura, ogni volta che la convocavano al posto di polizia, si aggrappava alla poesia per trovare il coraggio di dire no. Recitava i versi degli autori amati, a bassa voce, come fossero giaculatorie. E non cedeva nemmeno quando la chiamavano cagna, puttana. O la irridevano minacciandola: “Racconteremo a tutti delle orge che fai con i tuoi amici”.      Herta Müller, però, non aveva fatto i conti con quelli che Michel Foucault, nel suo libro Sorvegliare e punire, chiama “i mezzi del buon addestramento”. Ovvero, gli strumenti che il Potere usa per piegare al proprio volere chi si ostina a pensare liberamente. Infatti, quando molto tempo dopo riuscì ad abbandonare la Romania e a espatriare in Germania, si trovò di nuovo al centro di sospetti infamanti. I tedeschi vociferavano che la scrittrice fosse una spia della Securitate mascherata da dissidente. Non si fidavano di quella donna venuta da Bucarest, figlia di un nazista morto a 50 anni bruciato dal troppo alcol.      Adesso, non era più il regime...

Prima traduzione integrale / Anne Sexton, Il libro della follia

«Bella e dannata, sexy e infantile, sposata e sciupamaschi, indifesa ed esibizionista, plurisuicida con un incrollabile senso dell’umorismo, fragile ma carismatica, autodidatta e docente universitaria, atea e religiosa benestante, signora drogata di torazin e alcolizzata»: così in Love Poems (Le Lettere, 1996), Rosaria Lo Russo descrive Anne Sexton. La stessa Lo Russo cura oggi la prima traduzione integrale di The Book of Folly (Il libro della follia, La Nave di Teseo, 2021), pubblicato per la prima volta nel 1972. Il libro è diviso in tre parti: 1. “Trenta poesie”; 2. Tre racconti, “Ballare la giga”, “Il Balletto del Buffone”, “Cala le ciocche”; e una sezione poetica finale, “Carte di Gesù”.   La prima poesia, “L’uccello ambizioso”, recita così: «Eccola, arriva / – l’insonnia delle 3.15 – / all’orologio s’inceppa il motore // come se a una rana sulla meridiana / le prendesse un colpo apoplettico / proprio al quarto d’ora. // Trafficare con le parole mi tiene sveglia. / Bevo una cioccolata / calda mamma marrone» (LDF, p. 15). Se le parole sono maschere, Anne Sexton le usa in modo scandaloso, blasfemo, antilirico, frantumando il paesaggio conciliante di una scrittura...

Un verso, la poesia su doppiozero / Gaspara Stampa. Signor, io so che ‘n me non son più viva

Un verso di Gaspara Stampa: dalle sue Rime, che furono in gran parte rime d’amore. I poeti del Cinquecento italiano, rimodulando e reinventando le rime di Petrarca, maestro d’amore, consegnarono ai lettori una meditazione sull’amore che toccò un arco estesissimo di temi e sperimentò un ventaglio amplissimo di registri espressivi: al punto che se volessimo oggi dire del desiderio, delle sue forme, delle sue radici, della sua lingua, basterebbe raccogliere da quei lontani versi figure e motivi, e avremmo un compiuto trattato appunto sul desiderio, sorprendentemente in dialogo con le odierne idee  sul nesso tra desiderio e mancanza, e sulla fisicità e corporeità del desiderio.   Nella stessa epoca numerosi Trattati d’amore e Dialoghi sull’amore (quelli del Tasso, tra i primi) fecero da controcanto ragionativo e analitico alla poesia d’amore. Michelangelo Buonarroti e Gaspara Stampa furono tra i poeti che con più vigore immaginativo affidarono al verso un pensiero dell’amore annodato intorno all’idea di mancanza, di privazione, di vuoto, e con una tensione tutta fisica che allo stesso tempo dialogava, nella finitudine, con la vertigine dell’oltre, dell’impossibile, dell’...

7 aprile 1928 – 20 maggio 2021 / Giancarlo Majorino. Il molteplice nel singolo

Eleganza e ironia: sono queste le due prime figure – del vivere, del pensare – che mi vengono in mente quando penso a Giancarlo Majorino, scomparso il 20 maggio. La poesia non è stata per lui solo un’esperienza di linguaggio e di ricerca, d’invenzione e di rappresentazione critica di un’epoca, ma un atto di vita, una forma essenziale e necessaria della vita. La lingua della poesia, della quale conosceva bene forme e tradizioni, era per il poeta della Capitale del Nord (1959) e di tanti altri bei libri, una terra da sommuovere, ricomporre, reinventare: ma sperimentare non voleva dire sottrarsi alle urgenze delle grandi domande per abbandonarsi al puro esercizio formale e linguistico, al seguito di passeggeri neo-avanguardismi; sperimentare significava invece portare la parola in quello scarto dalla convenzione e dall’uso che fa sgorgare un nuovo sguardo sulla realtà, anzi della realtà riesce a mostrare quello che il pensiero dominante e l’opinione comune nascondono.   Un’idea di realtà che assorbiva in sé il possibile, persino l’utopico, e punti di vista plurali, mobili, punti di vista in grado di sovvertire quello che Majorino chiamava lo “stile mercantile” (ricordo su questo...