Categorie

Elenco articoli con tag:

versi

(60 risultati)

Un ricordo / Mario Benedetti. “Scusatemi tutti”

Mario Benedetti non c’è più. Se l’è portato via il virus che ci assedia. Da anni, a causa dell’aggravarsi della sua malattia, era ricoverato in un istituto di Milano, poi – grazie all’affettuoso e generoso interessamento di Donata Feroldi, sua ex compagna, che non ha mai smesso di curarsi di lui – in un altro istituto, a Piadena (Cremona), dove è mancato il 27 marzo 2020. Era nato a Udine nel 1955, ma il suo paese era Nimis, non lontano dalla frontiera con la Slovenia. Nel 1976 si era iscritto alla Facoltà di Lettere a Padova, dove si era laureato con una tesi su Carlo Michelstaedter. Negli anni ’80 aveva dato vita, con Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori, a una rivista di poesia e poetica, Scarto minimo, piuttosto anomala nel panorama di quegli anni.    Ho conosciuto Mario negli anni ’90, quando si è trasferito a Milano. Tutti e due insegnavamo all’Istituto Professionale per il Turismo L.V. Bertarelli, in Corso di Porta Romana; lui al serale, io al diurno. La nostra frequentazione, in realtà, non era legata alla casuale colleganza scolastica: a legarci era la passione per la scrittura, e l’amicizia con Stefano Dal Bianco, anche lui trasferitosi da Padova a Milano....

L’oscurità luminosa / Miss Rosselli

L’11 febbraio del 1996 moriva Amelia Rosselli, un grande poeta del Novecento. Si gettò dalla finestra della sua mansarda di via del Corallo lo stesso giorno e mese di una poetessa che aveva molto amato e tradotto, Sylvia Plath. Da anni ormai non scriveva più: “Prima avevo la poesia. Ho scelto di non sposarmi per non distrarmi da lei. Ma ora che la scrittura mi ha abbandonata non ho più nulla”, aveva detto in un’intervista a Sandra Petrignani. D’altra parte i suoi disturbi, sia fisici che psichici, le impedivano di concentrarsi; sentiva le voci, era convinta di essere perseguitata dalla CIA, e contro il nemico rappresentato dalla CIA combatteva da anni, chiedendo aiuto a chiunque e diffidando sempre. Chiunque poteva essere un nemico, un complice di quei fascisti che avevano assassinato suo padre e suo zio, Carlo e Nello Rosselli, nel ’37 a Bagnoles de l’Orne. Da quel momento la storia di Amelia Rosselli è una storia di peregrinazioni e inutili tentativi di sfuggire al trauma che ha marchiato in modo definitivo la sua e la nostra storia.   Alla fine degli anni ‘40 si trasferisce a Roma; si dedica alla musica e poi alla poesia. A Roma trova molti amici, vive di collaborazioni,...

Giornata mondiale della poesia / Il silenzio. Intervista con Milo De Angelis

Fino a pochi giorni fa il mondo sembrava oppresso da una pesante cappa di suoni e rumori. Nella clausura forzata di queste settimane, rimpiangiamo quel brulicare caotico di vita che riempiva le nostre strade e il silenzio ci appare come un macigno difficile da gestire, mentre il tempo si dilata in tutta la sua durata. Ha dunque senso oggi riflettere su questa dimensione. E ancora di più farlo attraverso la poesia, una lingua che sembra avere un solo scopo: sfiorare, sia pure per un attimo e nella più grande economia di mezzi la parte essenziale e assoluta, e quindi silenziosa, della vita: “la nostra verità, la nostra ombra, il nostro segreto”, come ha scritto Milo De Angelis, poeta tra i più importanti e influenti degli ultimi decenni.    Il silenzio che in questi giorni abita le nostre strade può essere l’occasione per riflettere su un silenzio più interiore, per indagare la parte più profonda di noi? Da una parte ritengo di sì: la città vuota e metafisica si innesta perfettamente nel silenzio che regna da sempre dentro di noi e, guardandola dal balcone, mi sembra di celebrare delle tacite nozze con lei. Dall’altra però questo silenzio carcerario, non essendo...

Doni / Discorso ai ragazzini prima della partita

Coraggio, ragazzi! Coraggio!   L’ora è arrivata! L’ora di scendere in campo! L’ora di salire sul palco! Scendere, salire: che modi di dire  son questi?   E se il campo fosse in alto, sospeso su un grattacielo? E se il palco fosse in basso, a mo’ di antico teatro greco? Eppure sono verbi importanti, datemi retta. Salire, scendere: è tutta lì la partita.   L’ora è arrivata! L’ora voluta, cercata, desiderata! E adesso… avete paura? L’ora da tempo sognata quell’ora, quell’ora è scoccata.   Lo so che il cuore vi è sceso nei piedi. Lo so che vi trema la voce. Lo so che una febbre vi smangia da dentro. Che il fantasma della disfatta vi appare e vi acceca.    Non abbiate paura! Ve lo dice uno  che ha sempre paura.  Non abbiate paura! Avete vissuto per questo, che altro?   Coraggio ragazzi!  Siamo una piccola cosa che trema siamo un grumo di sangue  che vuole Tutto per sé, che brama e se non lo afferra  gli cresce la rabbia, e il rancore.     Eppure qualcosa in noi brilla! Non siamo quaggiù per volere! Volere volere e ancora volere e Tutto arraffare di Tutto esser padroni. Non siamo, quaggiù, per fare i reucci....

Doni / Il presente

Sono pochi quelli bravi Che sanno subito reagire al presente Avendo cose da dire su questa pandemia pochi BASICAMENTE UNO PIU DI TUTTI Zerocalcare Solo lui         Per lui rispetto e gioia Quasi felicità nel marasma di sensazioni sconosciute che mi galleggiano addosso e dentro in questo momento La chiara abbondanza di acutezza stratificata causa un piacere specifico, che è stato poco indagato   Gli altri, ahimè anche i più buoni, per me se evitavano di avere subito qualcosa da dire e non dicevano Era così tanto meglio   Io sul presente, niente In generale L’ho sempre detestato il presente Figuriamoci poi questo qui che ci tocca Ma anche qualsiasi altro qui lo stare qui In un qualunque qui un qualunque ora, adesso, attimo, momento, istante Stare Qui e non altrove In questo indirizzo Queste coordinate cartesiane che sono questo e nient’altro Solo questo… Che poca cosa Il presente per me acquisisce dignità solo appena diventa passato su Dammi un passato da reinventare Un futuro da immaginare Ma il presente si subisce e basta Sempre  bello o brutto che sia Il presente ti passivizza Ti rende preda E da lì, dal luogo della non fantasia beh Oddio che...

Doni imprevisti / L’Italia che verrà

Il virus del pianeta è l’uomo delle prime file, i banchieri, i potenti mercanti i più lesti tra i politicanti. Nelle retrovie dell’umanità ancora batte il cuore, la figlia va a trovare la madre e la madre teme che la figlia si ammali, il barbiere di pomeriggio non sa bene che fare, ora per lui è sempre lunedì, l’uomo che passeggia con il cane ha perso da poco il fratello per un tumore, il barista cerca fotografie della sua giovinezza, i fidanzati lontani si chiamano spesso, una signora di Bergamo è andata al cimitero a trovare suo marito, in un paese della Sardegna c’è uno  che non sa niente di quello che sta accadendo. Io da qualche giorno ho smesso di guardare la televisione. Ieri sera ho scritto in rete che forse a qualcuno poteva fare piacere parlare con me, visto che io ho una lunga pratica col panico, coi nervi accesi. Sono giornate lunghe, s’affacciano doni imprevisti,  restano vecchie muffe, ma per favore niente discorsi grandi sul mondo che verrà e sul mondo che c’era. Raccogliamo il bene possibile in ogni dettaglio: un buon litigio, la fioraia che ha offerto i fiori che non può vendere, le fisarmoniche alle finestre, il barista in pensione del mio paese...

Salabé, Ostuni, Montieri / Tre poeti

Leggendo Il bel niente (La nave di Teseo, 2019), il felice esordio poetico di Piero Salabé, sono andato a riprendere un libro del filosofo Massimo Baldini sulla mistica medievale, alla pagina dove dice che «al mistico il linguaggio spesso si impunta, talora egli non fa altro che ripetere a singhiozzi un alfabeto, la parola è sempre una barriera che gli riesce difficile superare».  E in effetti il filo conduttore di questo libro è proprio il continuo riproporre e variare una situazione di scacco del linguaggio di fronte a un “nocciolo” o “essenza” delle cose; in primo luogo l’esperienza dell’amore, che del libro è uno dei temi principali.  Certo, per i mistici l’oggetto ineffabile è Dio, mentre per l’autore è l’esperienza amorosa o una supposta autenticità delle cose, ma forse cambia poco. Di fronte a questo “quid” a volte la parola – che pure si vorrebbe dire – si inceppa e si fa balbettìo: «che e non / che non // m’ami / mi preoccupa // che l’altro / è quel che / si sa // mentre l’altro / ora ancora // io e tu / un e una // fine fino // alla fine // chiusi / in quell’unico / bacio.» (p. 79)   Abbiamo scelto un caso estremo, ma esemplare di una situazione che...

Un verso, la poesia su doppiozero / Giorgio Caproni. Per lei voglio rime chiare

Il verso appartiene alla sezione Versi livornesi del libro poetico Il seme del piangere (1950-1958), che si apre con la dedica a mia madre, Anna Picchi.  E la madre abita tutti i versi, il loro movimento da canzone provenzale e stilnovista, la loro luce, il loro tempo insieme irreale e pulsante di forte, visiva presenza. Una madre fidanzata, Annina, che il figlio, da una lontananza di anni e di epoca, grazie all’incantamento delle rime e dell’“anima leggera”, che è messaggera d’amore, può seguire nelle sue apparizioni livornesi: da passante, nelle uscite mattutine, al ricamo, in bicicletta, tra le amiche, nella sua stanza, nel giorno del fidanzamento, alla stazione in attesa della partenza, nel giorno delle nozze, nel tempo infine della sua sparizione. Forse il più bel canzoniere d’amore del Novecento italiano, che porta i modi stilnovisti verso una levità musicale unita a una grazia tutta corporea: figurazione affettiva di una lontananza che appartiene profondamente pur nella sua assenza, che sorride da una prossimità fatta d’aria, che guarda di là dal velo della sparizione. Presenza che solleva nel suo passo d’ombra il profumo di un’epoca...

Non uno è simile all'altro / Il pino cinese

Dicembre a Pechino: prima dell’epidemia. I giardini imperiali non sono al loro meglio. Niente peonie né winsterie fiorite. Ma osservo i pini tabulari (Pinus tabulaeformis Carr.) vecchi di secoli piegati a simbologie recondite, e le rocce porose collocate a imitazione dei paesaggi naturali o issate su piedistalli come sculture da ammirare. Non mi appassionano. Certo, bisognerebbe tornare in primavera o in autunno per poterne avere un’idea compiuta. Ma, tra i padiglioni, mi sorprende il biancheggiare d’un tronco. Toh! – mi dico – come sono calcinati i platani in Cina. Sollevo il muso e, no, non è un platano. Ma un pino slanciato dai lunghi aghi sottili. Bellissimo. So già che sarà la mia cartolina di Pechino, l’immagine che mi porterò a casa, con quella degli spazzini che, devotamente, raccolgono le foglie cadute in ogni spazio pubblico.   Mi sono documentata: è un Pinus bungeana Zucc., l’abbreviazione sta per Zuccarini, Joseph Gerhard Zuccarini (1797-1848) che per primo lo descrisse. Il botanico tedesco, docente dell’università di Monaco di Baviera, collaborò con Philipp Franz von Siebold, il medico e noto studioso della flora giapponese. Conifera rustica, originaria delle...

Creature / Mariangela Gualtieri, Quando non morivo

La poesia di Mariangela Gualtieri, a partire dalle sue prime raccolte degli anni Novanta, è sempre bella, potente e coinvolgente, ma il suo recente libro, Quando non morivo, Einaudi 2019, riserva ai lettori qualche ulteriore sorpresa. I temi di questa raccolta sono, per gran parte, quelli che appartengono alla sperimentata tavolozza della Gualtieri.  In primo luogo l’apertura al mondo nei suoi molteplici aspetti, umani e naturali, spesso stupìta, talvolta perplessa, più spesso fiduciosa:   C’è nel mattino – sarà / per quella luce – una sottile ebbrezza / sarà per la bellezza / degli inizi – quella promessa / che sempre si nasconde / quando s’avvia un nuovo / qualche cosa. / Sarà il bello / di cominciare (p. 55)   Una situazione tipica è costituita da un io che ascolta, osserva, registra specifiche e singolari “occasioni” vitali (forse la proposizione principale sottesa alla subordinata del titolo sarebbe “sono viva”) non di rado contrassegnate da indicazioni spaziali, temporali e da deittici che riportanto ad un immediato momento presente: “subito”, “questo giorno”, “stanotte”, “oggi”, “eccolo”, “è aprile”, “adesso”, ecc..  Il punto di partenza è dunque un...

La vita va presa intera / Paolo Maccari, I ferri corti

Uno dei tanti sintomi del fatto che la letteratura conta sempre meno, nella cultura generale, sta in una scissione curiosa quanto sinistra. Tra gli intellettuali sotto i cinquant’anni, i più dotati di idee e di gusto la considerano di solito un parco archeologico, un tavolo su cui i giochi sono fatti, e si compiacciono di maneggiare solo corpi ben morti: non sono interessati ai precari esperimenti estetici che restano possibili in quelli che Luigi Baldacci chiamava «tempi di proroga». Viceversa, coloro che si trovano direttamente impegnati nella narrativa o nella poesia sembrano tipi piuttosto inclini al bovarismo. Da una parte i nerd, insomma, dall’altra i velleitari. È quindi un sollievo imbattersi in un letterato consapevolissimo della storia e dei mezzi che usa, ma al tempo stesso indisponibile a rinunciare al rischio che esige la letteratura viva e intera, in fieri, come lo esige la vita che la nutre e ne è nutrita: una letteratura, cioè, che sia luogo di conoscenza e di responsabilità totale, anziché fuga nell’estetismo. Così la concepisce Paolo Maccari, classe 1975, che in I ferri corti, un’autoantologia pubblicata da LietoColle, raccoglie oggi «circa un terzo delle poesie...

Il poeta greco / Nanos Valaoritis, esiliato al centro del mondo

“Mi sono svegliato a quarant’anni”, era solito dire Nanos Valaoritis, poeta greco che ha lasciato una traccia durevole nei modernisti inglesi, i surrealisti francesi e la Beat Generation statunitense, prima di diventare, a 90 anni, uno dei portavoce della protesta ateniese contro le pretese tedesche dei primi anni 2010. Colui che resterà sempre un “contemporaneo capitale” per varie generazioni ci ha lasciati il 13 settembre 2019, a 98 anni.  “Nanos ha accettato di vederla”, mi scrive Ersi Sotiropoulos, “può chiamarlo da parte mia”. A 91 anni, questo poeta che si dice sia stato il più grande della diaspora ellenica da Cavafis in poi si è appena lanciato in una dura battaglia politica, al limite talvolta oltraggiosa, in cui rivivono tutti i dolori dell’invasione italo-tedesca del ’41 e del debito di guerra mai pagato a una Grecia martirizzata. Per la prima volta, la sinistra radicale rappresentata da Syriza appare un’alternativa elettorale credibile, senza sapere troppo se, una volta al potere, avrà i mezzi per realizzare tutto il programma o perlomeno una parte. Per cercare di capire meglio cosa succede ad Atene in questo giugno 2012, ho deciso di andare a sentire cosa hanno...

Invisibile / Cristiano Poletti, Temporali

Temporali di Cristiano Poletti è un libro scisso, un libro che incarna poeticamente l’io diviso dell’autore, la frattura della sua visione. Da una parte c’è la storia, il viaggio, l’avventura, il respiro del nostro tempo, persino lo sport, che Cristiano Poletti ha praticato a lungo come atleta e come appassionato…da una parte dunque c’è un mondo aperto, vitale, curioso, continuamente in cammino, con una prospettiva di speranza o di utopia. Dall’altra invece c’è l’anima buia di Cristiano Poletti, l’anima smarrita, brancolante, assediata dal nulla, l’anima che si avvicina a Lucrezio, Leopardi, Celan – per citare tre autori presenti in questo libro – l’anima ossessionata dal tema del suicidio, della vita che si interrompe senza ragione e senza pietà, pura ingiustizia dell’essere.    E tutto questo è insolito, tanto più in un autore come Cristiano Poletti, legato al Cristianesimo e a una lettura religiosa della nostra esistenza, conoscitore ed esploratore di libri e luoghi biblici. Ma è uno strano cristianesimo, quello di Poletti, un cristianesimo che si nutre di ombra e turbamento, l’antitesi della fede che tende all’inno o alla celebrazione. È un cristianesimo semmai...

L'unica intelligenza è la generosità / Canto dei semplici

Cominciamo dalla morte il nostro canto, in un minuto puoi pensare a cento morti, in una mente puoi tenerne tanti, puoi farli vivi almeno fino a quando  resti vivo e questa forse è la poesia e se gli diamo un altro nome poco importa, conta che il morto torna vivo, conta che se vado a trovare un morente gli stringo la mano, non penso alla pasta delle sillabe, nessuna agonia somiglia a un sonetto, oggi la forma  è la carne, il vestito vero è la nudità, l’istinto, e non si dà per caso, pure questo bisogna costruirlo. Lo sguardo è più importante  della poesia, mi fanno pena i letterati che non vedono niente, che giocano a imitare altri ciechi in un tempo in cui non vedere forse era una resistenza, ma ora lo sguardo è tutto, abbiamo solo lo sguardo e il mondo e le gambe per camminarci dentro: il poeta da salottino è una macchia d’unto, una reliquia di un tempo in cui essere difficili serviva a sembrare intelligenti. Oggi l’unica intelligenza è la generosità, e il bene viene dagli abbracci non dalle querele. Non è buonismo, è rivoluzione avere la lingua sulla stessa linea del cuore, e si sente chiaro il canto su certe bocche tra certe gambe, non si sente nel cinguettio...

Giorno 13 / Le Antenate viventi

Spesso vado solitaria per boschi e la potenza arcaica che respiro, la suggestione sempre più forte  che mi viene dalle piante, mi innamora e mi convince di questa origine comune, di questo essere  tenuta in vita da loro, dalla loro grazia respirante e fruttificante e rifiorente e accogliente. I grandi antichi alberi, le vegetali intelligenze: ecco le antenate viventi.  Da quelle proveniamo, da quelle siamo tenuti nella vita. Albere, le vorrei chiamare, prendendo da Pavese, con devozione e senza timore.   L’animale estatico    C’era un animale a ripararsi dalla pioggia sotto un grande abete – … questo solo animale circolava estatico oggi nel bosco. A differenza di tutti gli innumerevoli altri nascosti   lui – ma una femmina era – lei allora oggi stava fra altri molto  spaventati da lei – aggirandosi quieta   portava una preghiera  a tutte le piante: “Sovrane intelligenti innamorate   custodi eccellenti donatrici di fiato tutto il mio fiato da quando è cominciato si è sprigionato   da voi alte frondose giganti creature alberate”. E oggi dunque l’animale estatico era proprio venuto   nel bosco a portare il suo grazie un...

Sulla poesia di Francesco Scarabicchi / La vita di Giacomo

Il titolo La vita di Giacomo prende spunto da alcuni testi che Francesco Scarabicchi ha dedicato al figlio Giacomo, ma incroceremo nell’articolo anche splendide poesie scritte per l’altra figlia, Chiara. Figli nati a distanza di quindici anni l’uno dall’altro, perciò il diventare genitore si è manifestato in due tempi molto diversi, tempi in cui il poeta anconetano e sua moglie erano più giovani e poi più grandi, avevano accumulato esperienze differenti, avevano capacità di provare emozioni, forse diverse, perché condizionate da un minor, o maggior, carico di anni e di conoscenze.  Prendiamo in esame Stagioni una bella poesia contenuta in L’ora felice (Donzelli), poesia che tiene in sé il filo delle stagioni, naturalmente, ma che racchiude molto della poetica di Scarabicchi, scopriamo la natura, presente con tutta la sua forza e la sua musica; il suono che fa il tempo quando incede e retrocede. La voce del vento che raccoglie le foglie. L’inverno, freddo di notte senza richiami. La primavera che porta il giorno, allungandolo con dolcezza, con la sua sapienza, fino alla sera. Ci sono i profumi, gli odori. L’estate con la sua festa di colori, una festa – scrive Scarabicchi –...

Materia e canto / Antonio Prete, Tutto è sempre ora

Della poesia si privilegia spesso l’ineffabile, l’invisibile, a discapito di tutto ciò che di materico c’è nei versi. E quando si parla del materiale, lo si fa per dire dello scarto tra il quotidiano – oggetti, gesti, sguardi – e quel tanto di astratto a cui di fatto la poesia d’un tratto accede. La siepe, per intendenderci, e l’infinito. La siepe è la barriera materiale grazie o a causa della quale, suggerisce Leopardi, poi si prende il volo. Lì, la poesia. Eppure c’è un dato materico che precede la siepe, ed è la parola che la dice, il gradino cioè sopra il quale il lettore sale per superarla con lo sguardo. È composto di cinque lettere, segni sopra un foglio, fonemi nella bocca, cioè concretezza pura. La concretezza di una combinazione di alfabeto scelta tra le tante, moduli verbali visibili a occhi nudo, poi composti in una frase o in un verso e tenuti insieme dalla malta del silenzio.    È, questa del linguaggio, la prima matericità della poesia. La lingua che batte sulla consonante, la cadenza di una metrica precisa, l’eco che fa la rima dentro il silenzio teso di due versi, o le assonanze, quei richiami dispersi dentro il bosco cieco di una strofa. È quello il...

Un verso, la poesia su doppiozero / Rainer Maria Rilke. Incerta, dolce, priva d’impazienza

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   È il verso che chiude la poesia di Rilke dal titolo Orfeo, Euridice, Hermes. Novantacinque versi che, con un andamento insieme drammaturgico e meditativo, con rilievi fortemente figurativi, rivisitano e interpretano il mito di Orfeo che scende nell’Ade per tentare di riportare tra i...

L'infinito senza farci caso / Un appunto e un Manifesto

I poeti hanno perso la poesia   Io credo che non esista un’idea di poesia che possa mettere d’accordo tutti. E non è importante neppure trovarla questa idea. Importante che ci siano testi che diano nutrimento intellettuale o emotivo a delle persone. E trovo anche assurdo che la poesia debba militare per la chiarezza o per l’oscurità, per la semplicità o per la difficoltà. Le poesie vengono dal corpo di chi le scrive e prima ancora dall’aria in cui girano tante cose, le nuvole e le parole degli uomini. Le poesie sono delle forme in cui le parole vengono imballate in un certo modo, come il fieno.  A me sembra che oggi in Italia molti poeti scrivono le loro poesie come ubbidendo a delle regole che non hanno più senso. Molte poesie hanno un’aria ostile, come se la cordialità fosse un segno di banalità. Molte poesie hanno un additivo intellettuale che i lettori non chiedono, come se il poeta avesse paura di non essere abbastanza sofisticato. Ma la poesia è un moto ondoso che viene dalla contentezza o dalla disperazione di un corpo, non è la gara a chi meglio conosce la metrica.   Il lettore non è interessato alla nostra sapienza ma a un testo che gli consente di vedere...

Lettere dal confino / Contro le virgolette (ma anche contro gli a capo)

Detesto le virgolette. Le accetto, ma dovrei dire le tollero, soltanto come segno grafico di un dialogo. A volte, per non dire sempre, lo scrittore deve uniformarsi allo stile dell'editore. Sin dall'inizio segnalavo i dialoghi con un sobrio trattino ma nel tempo le virgolette hanno vinto anzi stravinto. Le virgolette sono il simbolo della volgarità contemporanea. Neanche gli accapo andrebbero lasciati all'editore. Kafka non andava a capo. Perché un libro è soltanto scrittura. Uno spartito non va mai a capo, si volta pagina. La vita dello scrittore è grama e piena di sconfitte. Si combattono singole inutili battaglie, piccole enclave dentro una battaglia già persa. No, le virgolette non andrebbero mai usate. Non andrebbero scritte né accennate con la punta delle dita, non andrebbero neanche pensate. Se un uomo pensa con le virgolette toglietegli il saluto. A quelli che le annaspano in aria davanti ai miei occhi stupefatti non rispondo affatto, annichilito dalla loro incoscienza. I poeti si prendono una grande responsabilità andando a capo così di frequente ma per l'appunto scrivono dei versi, chiamati così nella loro completezza concatenata che deve avere un suo perché. Se questo...

Manuale a uso quotidiano per giovani poeti / 365 modi di dire poesia

Dal 1960 al 1968, Wisława Szymborska sulla rivista di letteratura “Żicie Literackie” tenne una rubrica di posta in cui rispondeva agli aspiranti poeti, specie esordienti, giudicando le loro opere e somministrando loro riflessioni e consigli. Le sue meravigliose, sferzanti risposte sono state raccolte e pubblicate con il titolo Posta letteraria, ossia come diventare (o non diventare) scrittori. C'è da chiedersi chi, dopo aver letto qualcuna di queste risposte, possa aver avuto il coraggio di mandare i propri scritti in pasto a una critica tanto acuta e impietosa. D'altra parte, allora, nessuno sapeva di confrontarsi con un Nobel per la letteratura. Il tenore delle risposte di Wisława è questo: “Sarebbe bello e giusto se la sola forza dei sentimenti decidesse del valore artistico della poesia. Allora saremmo sicuri che Petrarca è una nullità in confronto a un giovanotto che si chiama, supponiamo, Bombini, perché Bombini è davvero impazzito d'amore, mentre Petrarca è riuscito a mantenersi in una condizione nervosa propizia all'invenzione di belle metafore.”       A questo dissimulato, benché autentico, manuale di poesia, è andato, per analogia, il mio pensiero, nello...

Una nuova collana di poesia / Capoversi. John Ashbery

La nuova collana di Bompiani “Capoversi” esce con tre importanti libri di poesia: L’ultimo spegne la luce del cileno Nicanor Parra; Non è tempo di esistere del russo Vladislav Chodasevič, e Autoritratto entro uno specchio convesso (Self-portait in a convex mirror) dello statunitense John Ashbery, in una nuova e bella traduzione di Damiano Abeni introdotta da uno scritto di Harold Bloom, arduo non solo per la densità concettuale, ma anche per essere parte di un discorso critico più ampio e denso di implicazioni, contenuta nel noto saggio Deconstruction and Criticism del 1979 La raccolta del 1972 di Ashbery (1927-2017, Pulitzer Price per la poesia nel 1976) comprende una settantina di poesie, ma prende il titolo dal lungo testo, un poemetto di oltre 500 versi, che la conclude e che è senza dubbio uno dei risultati più alti dell’autore. Nella poesia eponima Ashbery riflette sull’autoritratto che Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, realizzò nel 1524 e che, l’anno dopo, portò a Roma in dono al papa Clemente VII; per farsi conoscere e per stupire, racconta Vasari: riuscendovi perfettamente. Su una delle opere capostipiti del Manierismo, Vasari si esprime nitidamente così ed è...

L'ira del Cosmo / Orford Ness, ritaglio di natura

The river sweats Oil and tar The barges drift With the turning tide Red sails Wide To leeward, swing on the heavy spar.  (T. S. Eliot, The Waste Land)   Il fiume trasuda  Olio e catrame  Le chiatte scivolano  Con la marea che si volge  Vele rosse  Ampie  Sottovento, ruotano su pesanti alberature.  (La terra tesolata, trad. di Roberto Sanesi)   Sono questi versi di T. S. Eliot che mi sovvengono quando penso a Orford Ness. Nel 1922, nel momento in cui viene pubblicato The Waste Land, Orford Ness era già un luogo cosparso, oltre che di “olio e catrame”, anche di una miriade di sostanze chimiche e di aggeggi militari. Un luogo appartato con campi di aviazione e baracche di ogni genere dove si sperimentavano il paracadute, la fotografia aerea e le tecniche moderne di camouflage. Un luogo dove, dal 1924 in poi, si eseguono test balistici per bombardare in modo più performante, anche a basse altitudini. E dove, dal 1935 al 1937, si inventa il radar. A partire dal 1938 qui si eseguono test di “letalità e vulnerabilità”, inclusi quelli volti allo sviluppo di bombe a frammentazione. Durante la seconda guerra mondiale le sperimentazioni...