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versi

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Materia e canto / Antonio Prete, Tutto è sempre ora

Della poesia si privilegia spesso l’ineffabile, l’invisibile, a discapito di tutto ciò che di materico c’è nei versi. E quando si parla del materiale, lo si fa per dire dello scarto tra il quotidiano – oggetti, gesti, sguardi – e quel tanto di astratto a cui di fatto la poesia d’un tratto accede. La siepe, per intendenderci, e l’infinito. La siepe è la barriera materiale grazie o a causa della quale, suggerisce Leopardi, poi si prende il volo. Lì, la poesia. Eppure c’è un dato materico che precede la siepe, ed è la parola che la dice, il gradino cioè sopra il quale il lettore sale per superarla con lo sguardo. È composto di cinque lettere, segni sopra un foglio, fonemi nella bocca, cioè concretezza pura. La concretezza di una combinazione di alfabeto scelta tra le tante, moduli verbali visibili a occhi nudo, poi composti in una frase o in un verso e tenuti insieme dalla malta del silenzio.    È, questa del linguaggio, la prima matericità della poesia. La lingua che batte sulla consonante, la cadenza di una metrica precisa, l’eco che fa la rima dentro il silenzio teso di due versi, o le assonanze, quei richiami dispersi dentro il bosco cieco di una strofa. È quello il...

Un verso, la poesia su doppiozero / Rilke

Rainer Maria Rilke. Incerta, dolce, priva d’impazienza (unsicher, sanft und ohne Ungeduld).    È il verso che chiude la poesia di Rilke dal titolo Orfeo, Euridice, Hermes. Novantacinque versi che, con un andamento insieme drammaturgico e meditativo, con rilievi fortemente figurativi, rivisitano e interpretano il mito di Orfeo che scende nell’Ade per tentare di riportare tra i viventi la donna amata, sorgente e vita del suo canto: il cantore, a un certo punto del sotterraneo cammino, infrange il divieto di voltarsi, condizione imposta dagli dei, così Euridice è ripresa nel regno dell’oscuro. Scritto nel 1904, molto prima, dunque, della grande stagione delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo, il testo poetico muove da un bassorilievo presente nel Museo Archeologico di Napoli che raffigura i tre personaggi del mito. Come nel verso qui scelto, così in tutto il testo poetico, Euridice appare avvolta in una sua lontananza, che è lontananza dal desiderio stesso.   Figura d’ombra: tuttavia abitata da un sentire che è come un’increspatura astratta di quel che è stato. Un dopo-la-vita che è percezione, ancora, della vita, ma da una soglia di sopravvenuta imperturbabile...

L'infinito senza farci caso / Un appunto e un Manifesto

I poeti hanno perso la poesia   Io credo che non esista un’idea di poesia che possa mettere d’accordo tutti. E non è importante neppure trovarla questa idea. Importante che ci siano testi che diano nutrimento intellettuale o emotivo a delle persone. E trovo anche assurdo che la poesia debba militare per la chiarezza o per l’oscurità, per la semplicità o per la difficoltà. Le poesie vengono dal corpo di chi le scrive e prima ancora dall’aria in cui girano tante cose, le nuvole e le parole degli uomini. Le poesie sono delle forme in cui le parole vengono imballate in un certo modo, come il fieno.  A me sembra che oggi in Italia molti poeti scrivono le loro poesie come ubbidendo a delle regole che non hanno più senso. Molte poesie hanno un’aria ostile, come se la cordialità fosse un segno di banalità. Molte poesie hanno un additivo intellettuale che i lettori non chiedono, come se il poeta avesse paura di non essere abbastanza sofisticato. Ma la poesia è un moto ondoso che viene dalla contentezza o dalla disperazione di un corpo, non è la gara a chi meglio conosce la metrica.   Il lettore non è interessato alla nostra sapienza ma a un testo che gli consente di vedere...

Lettere dal confino / Contro le virgolette (ma anche contro gli a capo)

Detesto le virgolette. Le accetto, ma dovrei dire le tollero, soltanto come segno grafico di un dialogo. A volte, per non dire sempre, lo scrittore deve uniformarsi allo stile dell'editore. Sin dall'inizio segnalavo i dialoghi con un sobrio trattino ma nel tempo le virgolette hanno vinto anzi stravinto. Le virgolette sono il simbolo della volgarità contemporanea. Neanche gli accapo andrebbero lasciati all'editore. Kafka non andava a capo. Perché un libro è soltanto scrittura. Uno spartito non va mai a capo, si volta pagina. La vita dello scrittore è grama e piena di sconfitte. Si combattono singole inutili battaglie, piccole enclave dentro una battaglia già persa. No, le virgolette non andrebbero mai usate. Non andrebbero scritte né accennate con la punta delle dita, non andrebbero neanche pensate. Se un uomo pensa con le virgolette toglietegli il saluto. A quelli che le annaspano in aria davanti ai miei occhi stupefatti non rispondo affatto, annichilito dalla loro incoscienza. I poeti si prendono una grande responsabilità andando a capo così di frequente ma per l'appunto scrivono dei versi, chiamati così nella loro completezza concatenata che deve avere un suo perché. Se questo...

Manuale a uso quotidiano per giovani poeti / 365 modi di dire poesia

Dal 1960 al 1968, Wisława Szymborska sulla rivista di letteratura “Żicie Literackie” tenne una rubrica di posta in cui rispondeva agli aspiranti poeti, specie esordienti, giudicando le loro opere e somministrando loro riflessioni e consigli. Le sue meravigliose, sferzanti risposte sono state raccolte e pubblicate con il titolo Posta letteraria, ossia come diventare (o non diventare) scrittori. C'è da chiedersi chi, dopo aver letto qualcuna di queste risposte, possa aver avuto il coraggio di mandare i propri scritti in pasto a una critica tanto acuta e impietosa. D'altra parte, allora, nessuno sapeva di confrontarsi con un Nobel per la letteratura. Il tenore delle risposte di Wisława è questo: “Sarebbe bello e giusto se la sola forza dei sentimenti decidesse del valore artistico della poesia. Allora saremmo sicuri che Petrarca è una nullità in confronto a un giovanotto che si chiama, supponiamo, Bombini, perché Bombini è davvero impazzito d'amore, mentre Petrarca è riuscito a mantenersi in una condizione nervosa propizia all'invenzione di belle metafore.”       A questo dissimulato, benché autentico, manuale di poesia, è andato, per analogia, il mio pensiero, nello...

Una nuova collana di poesia / Capoversi. John Ashbery

La nuova collana di Bompiani “Capoversi” esce con tre importanti libri di poesia: L’ultimo spegne la luce del cileno Nicanor Parra; Non è tempo di esistere del russo Vladislav Chodasevič, e Autoritratto entro uno specchio convesso (Self-portait in a convex mirror) dello statunitense John Ashbery, in una nuova e bella traduzione di Damiano Abeni introdotta da uno scritto di Harold Bloom, arduo non solo per la densità concettuale, ma anche per essere parte di un discorso critico più ampio e denso di implicazioni, contenuta nel noto saggio Deconstruction and Criticism del 1979 La raccolta del 1972 di Ashbery (1927-2017, Pulitzer Price per la poesia nel 1976) comprende una settantina di poesie, ma prende il titolo dal lungo testo, un poemetto di oltre 500 versi, che la conclude e che è senza dubbio uno dei risultati più alti dell’autore. Nella poesia eponima Ashbery riflette sull’autoritratto che Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, realizzò nel 1524 e che, l’anno dopo, portò a Roma in dono al papa Clemente VII; per farsi conoscere e per stupire, racconta Vasari: riuscendovi perfettamente. Su una delle opere capostipiti del Manierismo, Vasari si esprime nitidamente così ed è...

L'ira del Cosmo / Orford Ness, ritaglio di natura

The river sweats Oil and tar The barges drift With the turning tide Red sails Wide To leeward, swing on the heavy spar.  (T. S. Eliot, The Waste Land)   Il fiume trasuda  Olio e catrame  Le chiatte scivolano  Con la marea che si volge  Vele rosse  Ampie  Sottovento, ruotano su pesanti alberature.  (La terra tesolata, trad. di Roberto Sanesi)   Sono questi versi di T. S. Eliot che mi sovvengono quando penso a Orford Ness. Nel 1922, nel momento in cui viene pubblicato The Waste Land, Orford Ness era già un luogo cosparso, oltre che di “olio e catrame”, anche di una miriade di sostanze chimiche e di aggeggi militari. Un luogo appartato con campi di aviazione e baracche di ogni genere dove si sperimentavano il paracadute, la fotografia aerea e le tecniche moderne di camouflage. Un luogo dove, dal 1924 in poi, si eseguono test balistici per bombardare in modo più performante, anche a basse altitudini. E dove, dal 1935 al 1937, si inventa il radar. A partire dal 1938 qui si eseguono test di “letalità e vulnerabilità”, inclusi quelli volti allo sviluppo di bombe a frammentazione. Durante la seconda guerra mondiale le sperimentazioni...

Infinito e oltre / Leopardi a Lapedona: traduzione e anagrammi

È curioso dover parlare di traduzione a Lapedona su invito di Fabio Pedone. È ancora più curioso se poi si scopre che fra gli organizzatori ci sono anche Maria Pedonesi e Andrea Pedonesi. Ma imbarazzante, oltre che curioso, per un non marchigiano, parlare di Leopardi a Lapedona, dove c’è tra l’altro una piazza dedicata al poeta. Fra Pedone, Pedonesi e Lapedona il gioco è evidente, ma anche tra Leopardi e Lapedona ci sono molte affinità, a parte la piazza: Lapedona è quasi un anagramma del cognome del poeta.  Sei lettere su otto. Un caso? Certo.    Come forse è un caso che un anagramma di Leopardi sia L’opera di: L’opera di Leopardi. Una specie di immagine specchiata, in cui però i singoli componenti nell’immagine riflessa sono mescolati. Pensate a un traduttore che debba tradurre il semplice sintagma nominale “L’opera di Leopardi” sapendo che dentro c’è anche un anagramma e magari con l’intenzione di rispettare quel vincolo… Un bel problema.   Ecco altri anagrammi di Leopardi: Deplorai, Lapiderò, Le parodi, L’adoperi, Lo predai… Volendo si potrebbe cercare di metterli assieme in un brevissimo dialogo traduttologico a più voci:    Molti sosterranno,...

Torino spiritualità / I guardiani della notte

Nel 1995 arriva nei cinema Dead Man, sorta di acid western visionario, rarefatto sogno ad occhi aperti che Jim Jarmusch cattura chissà come e mette in pellicola. Fan di Jarmusch e adepto della chitarra di Neil Young, che della colonna sonora del film è autore, corro a vedere questa delirante e scheletrica rivisitazione del mito della frontiera. Quando esco dal cinema ho un terzo idolo da pedinare: William Blake.  I versi del poeta inglese, scopro nel buio della sala, attraversano Dead Man in lungo e in largo, si incidono nella trama e di colpo deflagrano con la vitalità eversiva e fuorilegge di una poesia scritta con il sangue. Non che fino a quel momento non conoscessi Blake, lo si studia a scuola e «Tyger! Tyger! Burning bright...» si manda a memoria piuttosto facilmente, ma non avevo mai percepito davvero l’intensità dei suoi versi. In particolare, nei giorni che seguono, non mi escono più dalle orecchie le strofe degli Auguries of Innocence che l’indiano Nessuno, ispiratissimo, recita per un attonito Johnny Depp: «Ogni notte e ogni mattina nascono alcuni alla rovina. Ogni mattina ed ogni notte nascono alcuni al soave diletto. Nascono...

Il pugile che si dimenticò di combattere / I soldati di Giulio Trasanna

Immaginate un pugile, che, una sera, invece di salire sul ring, se ne sta tranquillo a casa, semplicemente perché s’è scordato di combattere. E perché poi s’è scordato di combattere? Perché qualcuno gli ha messo tra le mani una copia di Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche e lui, il pugile, si è gettato così a capofitto nella lettura da dimenticare tutto il resto, combattimento compreso. Il fatto non è inventato. Il pugile ha un nome e un cognome. Si chiamava Giulio Trasanna. Nato in Svizzera (nel 1905), cresciuto a Udine, vissuto a Milano, dove conobbe fior di scrittori e intellettuali (Sereni, Treccani, Visconti, De Grada e altri) e morto all’ospedale civile di Angera, riva sinistra del Lago Maggiore, nel 1962. Salvatore Quasimodo lo ricordò in un articolo il cui titolo, assai eloquentemente, suona Un poeta morto di stenti.   Un emarginato dunque, o, quanto meno, il classico esempio di outsider, di scrittore autodidatta lontano dalle tertulie, chiamiamole pure cricche, o non abbastanza integrato in esse per poter emergere quanto meritava. Nonostante ciò riuscì ad esercitare ugualmente un suo efficace magistero su alcuni giovani dell’epoca, tra i quali spicca...

Un verso / Juan Ramón Jiménez. Madre, dimentico qualcosa, ma non mi ricordo…

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso, che appartiene a una poesia dal titolo El Adolescente (L’Adolescente) non è forse tra i versi del poeta andaluso che meglio possono essere indicati come esemplari di una poetica, dei suoi modi, delle sue forme. Ma per questo verso, e per la poesia che lo comprende, m’è...

Un verso, la poesia su doppiozero / Friedrich Hölderlin. Chi pensa il più profondo, ama il più vivo

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso di Friedrich Hölderlin  (Wer das Tiefste gedacht, liebt das Lebendigste), che sopra riporto nella traduzione di Giorgio Vigolo, in un’altra traduzione, per dir così più esplicativa, quella proposta da Luigi Reitani nel “Meridiano” dedicato al grande poeta tedesco, suona...

Un verso, la poesia su doppiozero / Mario Luzi. Vola alta, parola, cresci in profondità

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso di Mario Luzi è sempre un frammento che riceve luce da altri versi contigui e irradia sugli altri versi la propria luce: una luce in cui trema una ininterrotta meditazione sul tempo, sul visibile, sulla sua ferita, sulla sua sperata armonia. La poesia, annunciata in una pagina...

Risposta a Umberto Fiori / Il bilinguismo della poesia

Le osservazioni che provengono da un poeta che ammiro, come Umberto Fiori, non possono che essere benvenute. Tanto più mi preme di chiarire un punto importante, che sembra essere sfuggito a Fiori. Il bilinguismo di cui parlo e a cui è dedicata la collana Ardilut non è soltanto quello fra dialetto e lingua, ma è una tensione interna a ogni autentico atto linguistico e segnatamente a ogni intenzione poetica. Nei testi che introducono i volumi della collana questo è detto più volte (“bilinguismo costitutivo di ogni autentica intenzione poetica” – Giusti, Quando le ombre sistaccano dai muri, p.11; “Il bilinguismo immanente in ogni autentica esperienza poetica” – Zanzotto, In nessuna lingua in nessun luogo, p.13; “il poeta è costitutivamente bilingue”, Pasolini, I turcs tal Friul, p.17). Il bilinguismo dialetto-lingua non è che il caso estremo – e, per la nostra tradizione poetica, esemplare – di questo bilinguismo immanente a ogni pratica poetica.   Quando Fiori conclude la sua recensione scrivendo che “il poeta che non ha alle spalle un dialetto – e non sono pochi, nelle generazioni...

Enrico Terrinoni. Tradurre la letteratura / Oltre abita il silenzio

Una breve poesia di Roger McGough per bambini, ma non solo, intitolata Wordfish recita:   Wordfish     are swordfish in a state of undress   Criss-crossing    the ocean in search of an S.   L’immagine è quella di un pescespada (Swordfish) che ha perduto la S diventando così un pesceparola (Wordfish) che se ne va in giro per il mare a cercare la S smarrita. Un pesce parola in cerca di identità. Se invece della S si imbattesse in una L potrebbe diventare di colpo un Worldfish (pescemondo). Le parole in effetti aprono a mondi inattesi, come ci insegnano i prestigiatori di parole, i poeti e i bambini.  Lasciando nuotare il wordfish alla ricerca della S-perduta, ci potremmo chiedere se anche in italiano word possa generare un world… Così, su due piedi, sembra improbabile. Ma che le parole abbiano una prole, e quindi contengano in sé un proprio futuro, siano fertili e generino, è una fortunata coincidenza che potrebbe venire in soccorso a un ipotetico traduttore che si trovasse a dover restituire in italiano il gioco di parole word-world. Ovviamente non è l’unica soluzione: forse ci sono altri modi per parlare di mondi, o pianti per i pianeti...

Manuel Vilas / In tutto c’è stata bellezza

Ho letto In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas (Guanda, traduzione di Bruno Arpaia) mentre avevo sulla scrivania Tutte le poesie di Giorgio Caproni. Un giorno, sfogliando la raccolta di Caproni, sono incappato in una poesia dal titolo L’ignaro, che fa:  “S’illuse, recuperato / l’oggetto accuratamente perso / d’aver fatto un acquisto. / Fu gioia d’un momento / E rimase / turbato. / Quasi / come chi si sia a un tratto visto /spogliato di una rendita. / (Lui, / ignaro che ogni ritrovamento / – sempre – è una perdita)”.  Ed è stata una coincidenza fatale. Perché per entrare nel romanzo di Vilas è richiesta una chiave a doppia mappa, una chiave che abbia stampate sulle due ali proprio le parole ritrovamento e perdita. Ma cos’è quel tutto in cui c’è stata bellezza?  È qualcosa di impalpabile che si trova al confine del tempo, della famiglia, del sogno, dei ricordi; è il passato, ossia lo spazio affollato in cui si è fatto e si è vissuto ciò che ci ha reso infine gli esseri umani che siamo. Manuel Vilas inizia a raccontare in un momento in cui vede l’illogicità di tutte le cose, per “dare sfogo a tanti messaggi oscuri che provenivano dai corpi umani, dalle strade,...

Dialetto, ma non solo / La lingua doppia della poesia

La poesia in dialetto ha una lunga e gloriosa tradizione nella nostra letteratura, da Carlo Porta a Giuseppe Gioachino Belli, da Salvatore Di Giacomo a Giacomo Noventa. Negli anni ’70 e ’80 del Novecento si è assistito a una sua nuova fioritura con autori come Franco Loi, Raffaello Baldini, Franco Scataglini e altri. Anche allora però (o proprio allora) l’uso del dialetto faceva storcere il naso a qualcuno: il sospetto era che questa scelta costituisse una fuga all’indietro, una scorciatoia, un lasciapassare per dire ciò che in lingua non si poteva più dire. Nella sua Introduzione a Stròlegh di Franco Loi (1975), Franco Fortini avvertiva senza troppi complimenti: “Ho un pregiudizio sulla poesia dialettale. Mi nasce diffidenza per la illusoria immediatezza offerta dall’abbandono al suo scivolo struggente, emozionante; come per dire ‘basta’ ad altro, ad altra fatica”.  Per un certo periodo, grazie al crescente interesse della critica, la poesia in dialetto arrivò a costituire in Italia quasi una moda, anche come reazione ai salamelecchi di molta produzione in lingua. Passato il momento di gloria ha continuato il suo corso, ma un po’ più in ombra.    Oggi, con i primi...

Utopia e Distopia nell’ultimo libro di Umberto Fiori / Le lettere di Leopardi da Londra

Nel Maggio 2010 ebbi la fortuna di ascoltare Edoardo Sanguineti a Savona (sarebbe stata l’ultima volta perché il poeta era destinato a morire di lì a pochi giorni): divagando, come amava fare, Sanguineti raccontò di un’esperienza di qualche anno prima quando, nel palazzo della sua università, alla ricerca del “giusto” ufficio cui rivolgersi, gli venne indicato lo sportello “Risorse Umane”. “Allora capii – raccontava il poeta – che il mondo non era più fatto per me ed io non ero più fatto per lui”.  L’aneddoto mi è tornato alla mente leggendo il ritratto che il protagonista dell’ultimo libro di Umberto Fiori fa di se stesso: “‘Io…penso di far parte…diciamo/che sogno di far parte di quegli uomini/che quando uno li chiama, rispondono./Che fanno quello che bisogna fare /(…) Che ti guardano/in faccia, ti salutano/con la bocca e con gli occhi,/da pari a pari. Persone che ricevono/il mondo, e lo regalano’”: l’autoritratto è quello stesso implicito nell’affermazione di Sanguineti; il mondo per cui noi siamo “risorse” alla pari di un giacimento petrolifero o minerario, è estraneo al poeta milanese come lo era al poeta di Genova.   Chi conosce la lingua poetica di Umberto Fiori sa...

Il caso Franzosini / Splendori e miserie di un poeta pugile

I libri di Edgardo Franzosini sono piccini. Il più smilzo, Rimbaud e la vedova (Skira, 2018), è lungo appena 96 pagine; il più spesso, Sul Monte Verità (Il Saggiatore, 2014), ne conta 224. Per il resto, ci si attesta su una media di 140. Il perché l’ha spiegato lui stesso: «Sono convinto che ogni scrittore abbia una sua misura. Anche Simenon, quando andava oltre le 140-150 pagine, scriveva libri meno convincenti. La grande misura per me non va bene».  Quest’ultimo Grande trampoliere smarrito, uscito per Adelphi lo scorso ottobre, ne conta 195. Un po’ più della “misura aurea”, quindi: ma va anche detto che tre quarti del libro sono costituiti da prose, poesie e lettere di Arthur Cravan, tradotte benissimo da Maurizia Balmelli (le prose e le lettere) e Nicola Muschitello (le poesie). Non è la prima antologia dedicata a Cravan nel nostro Paese: una silloge di testi (oggi introvabile), curata da Gianluca Reddavide e Perla Zanini, era già apparsa nel 2005 per i tipi romani di Le Nubi, con il titolo Poeta e pugile. Curatore d’eccezione, Franzosini, pur lasciando il giusto spazio alla stazza ragguardevole del poeta (105 chilogrammi per quasi due metri d’altezza) e al suo non meno...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Si! può! fare! (un nitrito per la poesia)

Se uno di loro è assente due, tre, cinque giorni e chiedo che ne è di lui nessuno ne sa niente. Ma come? Siete compagni e non volete neanche sapere se sta bene? Se è scappato di casa? Se è in ospedale. No. Nessuno si frequenta di pomeriggio o nel week-end, e solo qualche maschio ha il suo piccolo branco con cui fa la ronda al massimo per alcuni isolati del quartiere. «Professore, cosa ha fatto durante le vacanze di Natale?». Ve lo dico soltanto se poi dopo anche voi mi dite cosa avete fatto. Mariella è andata a Milano: bene, cosa hai visto? «Niente». Come niente? «Eh sono scesa alla stazione e ho cominciato a camminare». Hai visto negozi, musei? Sei andata a vedere le vetrine di via Montenapoleone? «No, giravo.» Aurelia è andata in montagna due o tre giorni: non c’era un fiocco di neve, tranne quelli sparati dai cannoni sulle piste da sci. «Ho fatto qualche camminata». La maggior parte di loro è stata a casa, andava a letto tardi, e crollava con lo smartphone sul naso nella cameretta. E la mattina dormiva ad libitum: «Io mi alzavo sempre a mezzogiorno!». Nessuno è tornato al paesello, né al Nord, né al Centro, né al Sud, né tanto meno in Romania, Moldavia o Egitto o Tunisia o...

Antonio Riccardi / Tormenti della cattività ovvero l’enigma di esistenza e di poesia

Autore di parca produzione (le dita di una mano sono più che sufficienti a numerarne i libri pubblicati), Antonio Riccardi (Parma, 1962) è poeta di una ricchezza di motivi e di una forza di scrittura evidenti anche a una prima lettura e a una superficiale frequentazione.  Da poche settimane in libreria, il nuovo libro in versi di Riccardi, edito da Garzanti, si propone al lettore col suo titolo enigmatico: Tormenti della cattività. Titolo che forse un poco si dipana se proviamo a rovesciarne per gioco la semantica: felicità della libertà; a lettura conclusa, infatti, pare proprio stare in questa aspra contesa tra tortura e benessere e tra prigionia e libertà la chiave a doppia mandata che permette di “entrare” nel testo e di vederlo, mirabilmente, “funzionare”. È il testo stesso che, qua e là, suggerisce questa coppia di opposti come costitutiva e vitale spina dorsale del libro: “Felicità e tortura se solo sospiri / abbracciandomi ancora bagnata / nella nuvola del cloro” dove si comprende che a mettere in moto la felice-dolorosa dialettica è – vecchio fantasma dei poeti – Amor di Donna qui declinato più che nella coesistenza canonica di amore-odio in quella, appunto, di gioia...

21 dicembre 1934 / Conversazione con Giulia Niccolai

“Trasformare questa mia difficile vita in fiaba” è il titolo dato alla mia tesi, tratto da un passo di Esoterico biliardo in cui si chiede, a proposito delle visioni avute in meditazione: «forse il dono di leggere e trasformare questa mia difficile vita in fiaba?».  Sì, ne parlo anche in Foto & Frisbee, a p. 78, cito Kazantzakis  – il suo libro più noto è Zorba il greco – ma in El Greco e lo sguardo cretese, scrive: «Esiste qualcosa di più vero della verità? Sì, la favola; è la favola che dà un senso immortale all’effimera verità». Le trame delle favole raccontano sempre una serie di passaggi e di avvenimenti per i quali raggiungere la verità diviene una conquista. Si arriva alla verità dopo una lunga serie di vicissitudini che hanno o sembrano avere lo scopo di allontanarcene. Giorgio Celli, poeta, scrittore, entomologo dell’Università di Bologna, ha scritto: «Ogni vita nel suo inseguirsi e nel suo raggiungersi aspira al compimento di una favola». Questa dinamica ha a che fare col destino. Nel libro cinese degli esagrammi, I Ching, nel quale ogni esagramma è associato a un numero e ogni numero è associato a una situazione, consultandolo (e se ci si crede), il numero...

Giovanni Chiaramonte / Parole e immagini per Salvare l’ora

Per anni, da Giovanni Chiaramonte mi sono arrivate molte splendide immagini, nelle quali mi sono di volta in volta immerso e direi sprofondato, per cercare le parole che in loro fermentavano, e produrre quelle che chiamo descritture. Di recente, invece di una nuova serie di fotografie, ho cominciato a ricevere da lui un’affascinante sfilata di brevissime, fulminee poesie. La cosa mi ha sorpreso, ma non più di tanto: sapevo bene, per esperienza diretta, che la visione di Giovanni è segretamente, direi pudicamente animata di parole.    Con la loro misura metrica, le poesie di Salvare l’ora rinviano alla forma giapponese dell’haiku (già ripresa in Italia tra Ottocento e Novecento da diversi poeti; un nome per tutti: Andrea Zanzotto). Negli haiku giapponesi, però, a dominare sono in genere gli elementi del mondo, presentati con distacco turbato, con palpitante ritegno. A dispetto di quello che la sua caratteristica tripartizione potrebbe far pensare, lo haiku giapponese rifugge dal ragionamento. Montagne, fiumi, fiori, animali, stagioni vi si presentano come enigmi “naturali”, che sfidano la parola. In questi brevissimi componimenti di Chiaramonte, invece, a prevalere (...