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vino

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28 marzo 1950 – 17 agosto 2018 / Claudio Lolli, amico chansonnier

A un certo punto, mentre passeggiavo per le terre di Montaigne, ho cominciato a ricevere messaggi sulla morte di Claudio Lolli. Il primo era di Marco Lodoli, tristissimo. Diceva così: ho cantato tante volte le sue canzoni, era un puro. Poi di Giorgio van Straten e di Lorenzo Mattotti: entrambi mi ringraziavano per avergli fatto conoscere una persona così speciale. E poi tanti altri. Doppiozero mi ha subito chiesto di scrivere su di lui e ho accettato volentieri, anche se in realtà non lo vedevo da quasi trent'anni. Non mi era mai successo niente del genere: essere ringraziato per aver condiviso un'amicizia di tanti anni fa.   La Francia ha molto a che fare con il mio rapporto con Lolli. Anche con la fine delle nostre frequentazioni. Molti anni fa morì un nostro comune amico, Luca Torrealta, e lo seppi quando stavo partendo per la Francia con una piccola troupe per un'inchiesta sull'AIDS, ai suoi spaventosi esordi. Per Claudio l'amicizia non era semplicemente molto importante: era tutto. Trovò incomprensibile e inaccettabile la mia assenza al funerale di Luca: lui avrebbe abbandonato qualunque concerto, anche all'Opéra di Parigi, e sarebbe tornato a Bologna per salutarlo un'...

Mario Soldati / Vino al vino

  Ho incontrato Mario Soldati nella sua villa di Tellaro durante un mio soggiorno nell’albergo che confinava con la sua villa, mentre stavo girando Nella città perduta di Sarzana, una fiction televisiva, o come si diceva allora, uno sceneggiato a puntate. Era l’estate del 1980 e andai a trovarlo piuttosto spesso quel mese. L’anno precedente avevo scritto con Luigi Veronelli Il viaggio sentimentale nell’Italia dei vini, che ovviamente aveva tenuto in gran conto il Viaggio lungo la Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, che Soldati aveva realizzato per la RAI nel 1956, primo esempio di giornalismo televisivo gastronomico e antropologico. Ero curioso di capire alcune sue scelte e sapere di più sul suo approccio al vino. Lo ammiravo come giornalista e come scrittore, lo consideravo importante, ma di una generazione ormai trascorsa. Soldati e Veronelli si conoscevano, erano amici tanto che Veronelli lo volle come presidente di giuria del Premio Nonino, ma pur condividendo la passione del vino, soprattutto del vino contadino, avevano due visioni opposte. Convinti entrambi che “il vino in sé non può e non potrà mai essere un prodotto industriale” (Soldati) e che “il miglior...

Studiare, conoscere, frequentare / Le mode, il gusto e la questione contadina

  Paradossale, ma nelle varie mode che di volta in volta si susseguono e si alternano nel mercato enoico e gastronomico, l’elemento fondamentale che dovrebbe orientarle manca totalmente: il gusto. È vero che il gusto attiene al singolo individuo, ma resta il fatto che il gusto potrebbe essere educato, ma questo avviene raramente, e ancor più grave è il fatto che non viene preso in considerazione se non marginalmente. Oggi le mode vanno per categorie di esclusione: no allo zucchero, no ai carboidrati, no al glutine, no alla carne, con l’esplosione dei vegetariani e dei vegani. Anche il vino ha i suoi fautori del “no”: quelli che lo vorrebbero analcolico, quelli che lo vorrebbero con data di scadenza obbligatoria in etichetta, quelli che lo vorrebbero “leggero” o che “non mi dia il cerchio alla testa”, addirittura ci sono quelli che lo vorrebbero pieno di difetti purché siano quelli cui sono abituati, per non parlare dei fautori del tetrapack, del tappo a vite, della capsula.   Mai nessuno che si batte per averlo buono. Magari lo vogliono genuino, senza definire cosa significhi. Così il Treccani: Genüino agg. [dal lat. genuinus, der. di genu «ginocchio»; riferito in...

Epistenologia: incontrare il vino

Il vino non è una conoscenza da oggettivare, ma un incontro da realizzare. Non si tratta di acquisire dei dati, ma di creare immagini e traiettorie. Amo il vino perché mi regala il continuo stupore dell’innesco di relazioni possibili, una vastità di immagini che dispiego e nelle quali trovo e produco continue corrispondenze. Bevo per ricostruire o creare una fibra, per mettermi in luce le connessioni nascoste tra le cose sfibrate del mondo. Alcune volte, come nella casa col soffitto basso, quello Champagne rosato ci aveva donato le chiavi di una intimità conquistata a fatica. Altre, come nel ristorante degli aromi a Milano, l’Altura del Giglio ci rovesciò oltre la distinzione tra pubblico e privato. Quel vino ci regalò l'esposizione totale del nostro intimo, perché nessuno ci poteva vedere. Eravamo invisibili davanti a tutti, l'Altura ci proteggeva, perché l’incontro col vino può regalare la possibilità di percepire le cose secondo una modalità non oggettuale ma relazionale e atmosferica.   Ci si potrebbe obiettare che questo genere di atteggiamento nulla dice del vino...

Veronelli sovversivo istigatore

“Non sono un maestro, sono un notaro”. Era questa una sua affermazione ricorrente, anche se qualcuno gli faceva notare che i notari hanno necessità di ordine e di archiviazione, di metodo, e proprio dal metodo e dalla puntigliosa precisione deriva la loro autorevolezza. Rideva, continuando a disseminare la sua stracolma scrivania di bigliettini in cui annotava tutto in “anarchico disordine”. Eppure fu “il maestro di noi tutti”, splendida definizione di Ave Ninchi che con lui condivise il successo televisivo alla fine degli anni '60. Quel successo che lo portò alla notorietà, alla popolarità che oggi si vuole rinnovare, nel decennale della sua morte, con una mostra per farlo conoscere alle nuove generazioni, che di lui sanno a mala pena il nome. Una mostra per far capire in che cosa consistesse la sua grandezza e unicità.   Difficile capire perché fu diverso da tutti gli altri che si occuparono di vino. Azzardo. Perché non si occupò mai di solo vino. La sua prima rivista sull’argomento per cui è noto fu «Il gastronomo»; ne fu editore e direttore. Tale...

Il sale della terra

“Ho sempre rispettato troppo e il vino e il dolore per non evitare di mescolarli. Se ho avuto dell’indulgenza verso l’alcool, è sempre stato per il motivo opposto: sentendomi felice, per esserlo ancora di più; per abbandonarmi tutto alla felicità.”   Nella lingua netta e essenziale di Mario Soldati – in grado spesso di far intravedere la luce che era sempre stata nelle cose – si coglie una delle verità elementari del nostro rapporto con il vino, ovvero la sua affinità con la gioia, con sensazioni distanti anni luce dagli effetti ansiolitici, soporiferi e narcotici degli alcolici e dei bevitori.   "Il vino è la poesia della terra" è stato poi un motto dello stesso autore che riporta allo stretto legame con i luoghi e il lavoro dell'uomo, alla civiltà contadina profonda, ad un destino i cui echi, almeno alle origini, sono stati soprattutto mediterranei, caucasici, mediorientali. Il vino: elemento della triade mediterranea olio, pane, vino e della cultura materiale di intere civiltà, simbolo e medium religioso di Atene come di Gerusalemme, dal mondo pagano a...

Luigi Veronelli: festeggiare la vita

Capita di osservare come uomini nati nella seconda metà degli anni ‘20 - anno più anno meno - abbiano avuto frequentemente vite eccezionali, spese agli onori della cronaca come in esistenze apparentemente comuni, ma sempre dentro il recinto di affetti mai banali, all’interno di importanti contorni professionali. Personalità complesse negli interessi, nel dipanarsi delle attività e delle iniziative, nello studio e nella ricerca, nelle inquietudini, nei risultati raggiunti, nella fame di vita... Se così fosse, al di fuori di ogni casualità potrebbe esserci fors’anche un elemento in grado di accomunarli, di dare loro una sorta di humus condiviso. Almeno in Europa occidentale, si trattava di uomini giovani abbastanza per sfuggire alla maggior parte della guerra e quindi alla maggior parte dei suoi rischi, uomini troppo giovani per averne vissuto appieno gli orrori ed esserne segnati per sempre, abbastanza giovani ancora negli anni della ricostruzione e dei grandi cambiamenti per reinventarsi un’altra vita in un mondo che per molti aspetti si presentava drammaticamente “nuovo”.   Aldil...

In giro per il Friuli

Arrivati a Udine, Ferro ci prende in consegna per andare a berci un taglio o tajut alle Biciclette. Qui bevono tutti: giovani, vecchi, coppie o compagnie di sole donne. La bruschezza friulana si stempera dopo qualche bicchiere e, a differenza di un tempo, si beve bene, anzi molto bene  (Cabernet,  Merlot, Sauvignon, Refosco, Tazzelenghe, Piccolit e si potrebbe continuare).  Udine è bellissima, ma è una notizia che circola soprattutto tra austriaci e tedeschi. Dominata dal Castello di cui Gadda diceva, ai tempi della Grande Guerra, “è la imagine-sintesi di tutta la patria, quasi un amuleto dello spirito”, è piena di opere d’arte (gli acrobatici Tiepolo che non piacevano a Longhi con un sopracciò di moralismo), di palazzi nobiliari, di vie eleganti, sfondo di un vivere civile che ha  storicamente avuto due opposti poli di attrazione: Vienna e Venezia. L’impressione si conferma girando per la valle del Tagliamento: Spilimbergo, San Daniele, Gemona, Venzone.  Ancora vivo è il ricordo del terremoto del 1976. Nei piccoli musei che gli sono dedicati si capisce che la ricostruzione fu non solo un...

Cembra / Paesi e città

Da ragazzo, guardando dal poggiolo verso il fondo della pianura, incontravo con lo sguardo solo la casa di un elettricista, che di sera restava l’unica luce accesa verso sud ovest. Di lì in poi, duecento metri più avanti, il pendio riprende a scendere fra i vigneti che arrivano fino all’Avisio, torrente nascosto, lontano, che scorre sul fondo segnando questa terza valle dopo aver solcato a monte quelle più fortunate di Fassa e di Fiemme. Sul finire degli anni Settanta la pianura, ora ricoperta di case, era coltivata per lo più a granturco, mentre il paese si concentrava dall’altra parte, verso la montagna. Dunque, i monti, le case a mezzacosta, la piana che gli abitanti chiamano ancora “Campagna rasa” e infine il luogo di una fatica pressoché priva di evoluzione: il ripido versante che scende con pendenze inesorabili verso il fondo, tutto ricoperto di vigneti al punto da non aver conservato quasi nulla del paesaggio naturale, un versante conquistato nei secoli al lavoro con la costruzione di più di cinquecento chilometri lineari di muri a secco su un’estensione, quella dell’intera valle, che ne...

Chatillon / Paesi e città

Ci fu un tempo - e non era al Tempo dei Tempi ma appena due generazioni fa - che il mio amato paese (4.948 anime attuali) era, in tutta la sua lunghezza, una staffetta di osterie. Né caffè né birrerie, ma osterie. Cioè: osti, ostesse, vino ed amanti del vino. Di vino erano impregnati banconi e tavoli e sedie, e i muri ormai traspiravano vino. E facce da vino avevano i loro frequentatori, e ritmi da vino, e discorsi da vino.   Se si vuole capire e non cadere in anacronismi, bisogna pensare che in quei luoghi non si beveva ma si ministrava un rito: il rito del vino, appunto, antico come il mondo occidentale e sacrale come quel mondo sapeva essere. E chi nell’arco di una giornata le avesse percorse tutte, quelle osterie, dall’estremo occidente all’estremo levante del paese, e le avesse contate, avrebbe saputo che erano in numero di quattordici (come le stazioni di una rossa via crucis), sarebbe giunto all’ultima (“È sepolto. Dopo tre giorni risorge”) in uno stato di mistica alcolica, e quindi sarebbe stato riportato a casa da una moglie rassegnata o furibonda.   Come in ogni rito vero, agivano...

Vinitaly

Pasolini aveva torto? Il dubbio viene dopo una giornata al Vinitaly, la grande fiera del vino di Verona, rappresentazione plastica dell’Italia dei campanili, diviso come è in padiglioni regionali. La cosa che più colpisce dopo una giornata in Fiera è il campionario di facce, una diversa dell’altra: asciutta la toscana, sanguigna e astuta quella piemontese, concentrata come il pugno della mano la faccia dei sardi, etrusca quella umbra e così via. Qui tracce dell’omologazione culturale non sono riscontrabili.   Andare al Vinitaly è, tutto sommato, divertente e istruttivo. È un modo di leggere l’Italia attraverso il vino e anche di preoccuparsi un po’ degli apprenti sorcier che stanno trasformando i vitigni toscani (non il Chianti) e siciliani in esperimenti dove la zolla di terra non è più il punto di partenza. E il barrique? Ideologicamente sono contrario, ma certi risultati fanno riflettere e, almeno a tavola, è meglio essere un po’ più empirici. Ogni produttore ti fa assaggiare modiche quantità di vino e le accompagna con grissini, cracker, salamini,...