raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

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vuoto

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Scritture d’emergenza / Nel vuoto

In scena una donna giovane o molto giovane.   1. Eccomi sono qui io sono qui  in carne ossa sangue nervi  sono qui giovane essere umano  qui dietro il muro dello schermo  e parlo a te  a te che mi guardi  di là da questo muro tu mi guardi  e mi chiedi che cos’è questo vuoto  fino a quando durerà questo vuoto  questo vuoto intorno  questo spazio vuoto  questo spazio vuoto fra me e te  fratello amico   mio amante mio assassino  noi siamo qui  io di qua dal muro dello schermo  tu di là dal muro dello schermo  e tutti gli altri intorno  tutti davanti al muro dello schermo  tutti in ginocchio  davanti a un muro tutti in questo vuoto  questo vuoto fuori  questo spazio vuoto  questo vuoto intorno  questo vuoto fra noi  siamo qui ficcati in questo vuoto  questo vuoto del tempo e da questo vuoto del tempo  io ti parlo e dico:    2.  quello che viene dopo  non è la fine o la continuazione  quello che si è interrotto  non si può continuare  questa non è una pausa  non è l’intervallo  primo e secondo tempo...

Romeo Castellucci, da Alexis de Tocqueville / Democracy in America

La parola e il vuoto: ecco i confini estremi dell’ultimo spettacolo di Romeo Castellucci. La parola che annuncia la Terra Promessa e si infrange contro un deserto che non dà frutti. Il misterioso nome di Dio che concede la grazia per sua insindacabile scelta e le preghiere che contro tale nome troppo presente e troppo assente si rompono, risuonando a vuoto.   È un vuoto frastornante, travestito di molte parole, comprensibili e incomprensibili, in parlate conosciute e in lingue lontane. Sono suoni magici, che hanno il senso delle cose, sono cose, sono azioni, oppure pervadono di puri percussivi significanti corpi in trance, in forma di glossolalie, linguaggi divini ignoti a chi li parla, simili a quelli che invasero gli apostoli durante la Pentecoste. Sono parole cantate come strazianti blues di carcerati o come spiritual che, ripetendo versi simili a formule, cercano di incontrare lo spirito di un Dio che riserva solo dolori e promette una liberazione sempre lontana. È il deserto pullulante di presenze dietro il nome di Dio, Democracy in America di Romeo Castellucci, visto al Metastasio di Prato e ora in scena all’Arena del Sole di Bologna, poi a Trento, quindi alle Wiener...

La città sospesa di VolterraTeatro

Sospendere. Svuotare. Destrutturare. Questi gli scopi dell’ultimo spettacolo di Armando Punzo con i suoi detenuti attori nel carcere di Volterra, un appuntamento che si rinnova ormai tutte le estati dal 1989 nell’ambito del festival VolterraTeatro, che quest’anno si intitola, in tema, La città sospesa. Sospendere tutto, il canone occidentale, la città produttiva, l’immaginazione abituale, la reclusione nel carcere del mondo per come lo conosciamo, il concetto stesso di realtà. Su questi temi Punzo lavora da anni con la sua Compagnia della Fortezza. Ha lanciato l’immagine dei “Teatri dell’impossibile”, del salto dalla riproduzione di una realtà fissata in ruoli, gerarchie, posizioni, storie, alla proiezione (utopica? necessaria?) verso un anti-mondo, per nuovi paesaggi tutti da inventare. Contro una “realtà” dominata dall’ideologia e dai rapporti di potere cristallizzati, dove chi è povero, emarginato, “criminale” è condannato a rimanere perpetuamente nella sua condizione e la brava gente può truffare i denari e le anime e conserverà sempre la...

Lacuna, di Nicola Gardini / Estetica della mancanza

Lacuna di Nicola Gardini è la storia di un innamoramento, della fascinazione per una parola-ossimoro che veste il vuoto e dà definizione di ciò che non si può o non si vuole definire. Lacuna è uno spazio vuoto, talvolta una fila di puntini, un'interruzione improvvisa, una sospensione brutale cui segue una pagina bianca. Lacuna è ellissi, taglio, silenzio e occultamento, insomma, non guasto, perdita o usura, non insufficienza comunicativa né mutilazione censoria, bensì omissione intenzionale dell'autore che fa spazio al lettore nella sua opera. Questo il fulcro del lavoro di indagine letteraria che Gardini intraprende negli spazi più misteriosi della letteratura, quei luoghi bui dove le parole non arrivano, dove l'autore non ci accompagna e siamo costretti a percorrere da soli un pezzo di strada. Là dove l'autore si ferma, il lettore entra in gioco; è un passo a due, un concorso di responsabilità o, ancora meglio, un rituale antichissimo che per riuscire necessita di due officianti. Se l'opera d'arte, per compiersi, esige la collaborazione del fruitore, quest'ultimo nelle lacune lasciate dall'autore ritrova il suo posto, riconosce il proprio ruolo. Lo spazio lasciato...

Condominio Oltremare

Nella geografia fisica e intellettuale del nostro presente termini quali abbandono, spoliazione, svuotamento conservano un significato decisamente negativo, come se testimoniassero la perdita di un patrimonio, materiale o immateriale, che in passato animava un determinato luogo. Non c’è niente da fare: l’horror vacui continua a suscitare, nello sguardo dell’osservatore comune, paure, smarrimenti, turbolenze emotive. Ma, se – sulla scia delle indicazioni offerte da Viktor Šklovskij  – proviamo a disattivare i meccanismi abituali della percezione per sottoporli a un processo di «straniamento» che renda tutto insolito, immediatamente si spalancano davanti a noi paesaggi, esteriori e interiori, sconosciuti, sorprendenti: come riesce ad esserlo solo uno scenario familiare osservato da uno sguardo estraneo (non-familiare, direbbe Freud, dunque «perturbante»). Seguendo fino in fondo questo processo di straniamento, l’horror vacui verrebbe finalmente smantellato dall’ interminabile successione di vuoti nei quali si imbatte l’attività percettiva. Una volta accantonati i logori schemi imposti...

Intervista a Andy Warhol

Pubblichiamo qui un estratto dell’ultimo numero di Riga, dedicato a Andy Warhol, a cura di Elio Grazioli.                L’orrore per i resti. Nancy Blake intervista Andy Warhol     Può dirci qualcosa delle sue opere recenti? Ho fatto una dozzina di mostre in Europa, in Francia, in Inghilterra e in Italia.   In che cosa sono diversi i suoi quadri recenti dalle altre sue opere? Oh, faccio sempre la stessa cosa, sono la stessa robaccia.   Nel suo libro (La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa) parla molto del lavoro. È la cosa che preferisco più di tutte.   Il lavoro è un valore per lei? Sì. E poi mi impedisce di pensare ad altro. Oggi si dice che bisogna trovare il tempo per divertirsi. Io non sono d’accordo. Vorrei che si lavorasse di più. Sferruzzare di più, roba del genere.   Qualsiasi cosa fa lo stesso? Sì, è lo stesso.   Come si può definire il lavoro? Fare delle cose per gli altri. Poi loro fanno cose per noi e così via....

8x8. Si sente la voce

Se vale la massima galileiana del “discorrere come correre”, il romanzo è una gara di fondo con distanze lunghe e spazi dilatati, che esige uno sforzo prolungato e un continuo adattamento a ritmo e resistenza. Il racconto è invece uno scatto, un lavoro anaerobico che nella breve durata concentra velocità e potenza. È allora fondamentale la partenza, la spinta sui blocchi per ottenere la maggiore propulsione, la lettura d’un fiato; “in ogni caso il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo” diceva Calvino.   Così, nella prefazione all’antologia di racconti Si sente la voce (CartaCanta editore, Forlì, 2012, p. 240, € 14) la celebrazione del genere racconto, un po’ sminuito dalla tradizione, un po’ rispolverato come difficile esercizio di chiarezza e intensità, è trattata nei termini di una tensione alla “breve e sonante densità”, oltre che come campo di prova per autori esordienti o aspiranti tali.   L’antologia ne raccoglie quarantadue,...

La morte e Liala. Quando Jesi esplorò la destra

“Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa”. Con questa netta enunciazione di intenti Furio Jesi, nell’incipit dell’introduzione del suo saggio Cultura di destra, stabiliva da subito il compito e i confini che si era prefissato, quando decise di affrontare le pulsioni storiche e culturali che stavano alla base del neo fascismo e della nuova borghesia italiana reazionaria. E non era certo un compito facile, in quanto nel clima di acceso scontro ideologico della fine degli anni Settanta (nel 1979 esce la prima edizione del saggio per Garzanti) il termine “cultura di destra” era considerato come un ossimoro e tutti gli studi sul mito, sul sacro e sul leggendario giudicati materia per ottusi nostalgici in odore di fascismo. Maneggiare quella materia non era facile allora e non è facile nemmeno adesso, per noi che, come piccioni sopra un cornicione, assistiamo attoniti al baratro culturale residuo di quella che è da considerarsi come la fase crepuscolare della...

Tecniche di produzione del vuoto

Certo, era difficile aspettarsi che Marcello Veneziani potesse gioire per l’uscita di Cultura di destra. Con tre inediti e un’intervista, il libro di Furio Jesi che Nottetempo presenta ora in una nuova edizione accresciuta: “è un brutto indizio che si regredisca ai feroci e cupi anni settanta con un trattato di criminologia culturale”, ha scritto. Eccolo dunque agitarsi nei modi consueti (anche perché nessuno cita i suoi antichi studi evoliani) e nell’agitarsi prende alcune grosse cantonate (per esempio attribuendo al sottoscritto curatore le parole dell’autore). Una frase più di tutte lo addolora: l’odierna cultura di destra - dice Jesi – “è caratterizzata (in buona o cattiva fede) dal vuoto”. Verità dura da sopportare. Specie se dopo tanti sforzi per darsi un tono da terzo millennio, dopo tante illusioni di aristocratica grandezza (Spengler, Schmitt, Pound... sì, magari) e sogni vaghi di “comunità”, si notano più che altro, dietro una certa destra di questi giorni, carte tossiche e ingiallite, nonché brodaglie di muffa ideologica: dal “...

Le belle e le bestie: Zucchi e Ligresti

Al giorno d’oggi l’architettura è diventata oggetto dell’interesse di molte persone. Non che negli ultimi tempi sia considerevolmente aumentato il numero degli appassionati o degli esperti. Piuttosto è cresciuta la nostra attenzione nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. E con sempre maggiore frequenza il nostro habitat “naturale” è l’ambiente urbano, costituito essenzialmente di edifici.   Gli edifici che ci circondano nella maggior parte dei casi ci lasciano indifferenti; in qualche occasione riescono a entusiasmarci; in molte altre hanno la capacità di ferire la nostra sensibilità. Con una forza che solo l’architettura – in quanto “arte” sociale e spaziale – possiede, essa è in grado di comunicarci un senso di esaltazione e di pienezza, ma anche di disturbarci, se non addirittura di urtarci letteralmente, di rovinarci la vita. Se alla prima categoria di edifici appartengono rari ma preziosi splendori, la seconda è invece pullulante di insopportabili orrori.   Al di là di ciò ch’è immediatamente intuibile,...

Viseità

Per la clinica lo sguardo delle persone è espressione. Sempre che non si mettano subito sul lettino, come se il corpo tutto - e quel frammento espressivo della viseità - non fosse materia nella relazione. Finché si piange, o ride, la soglia indiziaria dell'interpretazione sembra scontata, anche se non lo è. Quando l’espressione è meno marcata, è incerta e ambigua, allora può emergere l’aggressività dello specialista: costui è evitante, lei manipolatrice, l’altro ambivalente, resistente. Il lessico si conosce, il solito, limitato e ripieno di principi dormitivi. Invero quando uno ti guarda con quegli occhiacci di legno - che nessuno porta meglio del Pinocchio di Carmelo Bene - e una bocca ridanciana piena di denti - che ci si figura stridano, anche se sembrano ridere - lo specialista si spaventa, è di fronte al buco nero nell’interpretazione.     In questi casi non si tratta semplicemente di ricordare, né di essere coerenti col testo, come nella parodia del personaggio americano che deve recitare davanti al tribunale, ma non ricorda la parte. La seconda...

Obblighi privati e pubblici privilegi

In architettura lo spazio vuoto rappresenta il vero oggetto della progettazione: il fine di qualunque progetto architettonico è essenzialmente riducibile al vuoto, alle sue dimensioni, alla forma che lo delimita, alla luce e al colore che rifletterà al suo interno e che irradierà nel suo intorno, poiché costituisce ciò che, di fatto, viene effettivamente utilizzato. Il senso più autentico dell’abitare, dunque, è riconducibile al particolare modo in cui gli oggetti e i soggetti, con la loro presenza ed esistenza, occuperanno i vuoti di una delimitata porzione di spazio, conferendole il carattere di dimora. Nel Tao-Te-Ching, il Tao, la Via, indica il vuoto come il Grande Principio, da cui tutto si muove e ha origine, ragion per cui, ribadisce  Lao-Tze, rappresenta ciò che è più vitale. Per rendere più efficace ed immediata l’importanza di questo concetto egli richiama il lavoro del mantice, che, mentre produce il vuoto dà l’essere alla corrente della vita dei “diecimila esseri”, espressione con cui si indica la totalità degli esseri viventi....

Poesia della decrescita

La lingua appoggiata sulla terra come la suola delle scarpe. appoggiare la lingua  le mani  costruire con gli occhi col sorriso riempire il mondo di fiato e di calore non di cemento e di strade, mettere fuorilegge le betoniere bandire il calcestruzzo armare solo la pazienza la dolcezza amare il vuoto svoltare con violenza verso la povertà svoltare assieme tornare non al mondo contadino ma a ciò che c’era prima che nascesse il mondo cancellare dentro la testa i deliri degli ultimi millenni e stare qui a lodare quello che non c’è  quello che non abbiamo.

Paolo di Paolo. Dove eravate tutti

Cos’è successo negli ultimi vent’anni? L’Italia dov’era mentre Berlusconi faceva sognare gli ingenui e inorridire gli increduli? Gli italiani che quest’anno si celebrano con il tricolore sbiadito ai balconi, dov’erano? Dove eravamo tutti? E dove siamo oggi che lasciamo che cancellino il 25 aprile e il 1° maggio dal calendario festivo? Qui, o poco più in là, oltre i confini nazionali. Ma pur sempre stravaccati su un divano a guardare la tv, o appena più composti a un tavolo di amici a discutere del Cavalier Pirata, o ad un caffè la mattina a scorrere le pagine nazionali tra cornetto e cappuccino. Eravamo tutti qua. Gli anni passavano e il Cavaliere restava “il capo e la coda di ogni discorso, l’infinita colla che teneva insieme le nostre parole” e le nostre vite. Dove eravate tutti è il titolo del romanzo d’esordio di Paolo di Paolo (Feltrinelli, pp. 219, €15), ed è questa l’Italia che ci regala, un paese mancante, attonito o, ancor peggio, assopito.   Il protagonista, che si chiama non a caso Italo, è uno studente universitario, uno di...

Osimo / Paesi e città

Osimo. C’è tutto su Wikipedia. Abitanti (più di 33.000), territorio, clima, storia, cattedrale, mura romaniche, grotte, personaggi illustri. Per risolvere un giorno di pioggia, i turisti marini della Riviera Adriatica spesso decidono di visitare la città dove sono nato. È abbastanza frequente trovarli a Piazzanuova, lungo la passeggiata a fianco dei giardini pubblici, ad ammirare mari, monti e cittadine dirimpettaie fra cui Recanati e Loreto. Visione di tipico paesaggio marchigiano secondo viaggiatori illustri. “Distillato” delle bellezze naturali d’Italia (Piovene), con evidenti rimandi al disincanto leopardiano e alla devozione mariana. Sintesi anche del carattere marchigiano o almeno del marchigiano di collina?   Gli altri turisti arrivano soprattutto per visitare le spoglie del patrono, San Giuseppe da Copertino, protettore degli studenti, e santo dei voli, come illustra un tabellone all’ingresso principale della città, dove è raffigurato il frate di profilo, sospeso in levitazione a lato del “sommario” delle qualità civiche: Storia Cultura Spiritualità. Antichi e...

Michela Marzano risponde ad Anna Stefi

Anna Stefi ha ragione. Se ho scritto questo libro, non è stato certo per fare i conti con la mia vita. Quelli, li ho fatti già da tempo. Anche se poi, come spesso in questo genere di cose, i conti con la vita non tornano mai completamente… Forse è proprio questo che volevo raccontare quando ho cominciato a scrivere Volevo essere una farfalla. Perché la vita è fatta sempre e solo di parole balbettate e di discorsi lasciati a metà. Perché quando si cerca di far rientrare tutto all’interno di un sistema perfettamente coerente e logicamente impeccabile, ci si incastra e si vacilla. Allora sì, il “perché” di questo libro è la necessità di riconoscere, accettare e, perché no?, rivendicare la fragilità e la vulnerabilità dell’esistenza umana. Quel dolore di vivere che conosciamo tutti, anche se non tutti, per fortuna, passano per il calvario dell’anoressia. Anche perché, in fondo, l’anoressia è solo un sintomo. Un sintomo drammatico da cui tante persone non riescono ad uscire. Ma pur sempre un sintomo tra gli altri, più o meno...

The Space Between. Gordon Matta-Clark e le Twin Towers

Una foto in bianco e nero, di piccolo formato (25,4 x 20,3 cm), stampata in venti copie, intitolata Anarchitecture: The Space Between o anche Untitled (Anarchitecture). La foto è anonima, ma non vi è alcun bisogno di didascalie: si tratta delle Twin Towers prima dell’11 settembre 2001. La foto risale al 1974 – appena un anno dopo l’inaugurazione del World Trade Center – quando viene esposta a 112 Green Street, uno spazio alternativo di SoHo, in occasione della mostra inaugurale del gruppo Anarchitecture. In opposizione alla politica autorale delle grandi opere architettoniche che ridisegnavano all’epoca l’orizzonte di Manhattan, come il World Trade Center di Minoru Yamasaki, Anarchitecture promuoveva l’anonimato della fotografia. Sappiamo pertanto che dietro all’obiettivo vi era l’animatore delle loro pratiche artistiche sperimentali e non strutturate, ovvero Gordon Matta-Clark.   Guardare oggi questa foto vuol dire leggerla attraverso l’11 settembre – impossibile resistere al richiamo dell’azione differita o dell’après-coup. Questo cortocircuito tra passato e presente rende...

Obenetto - Dubenije / Paesi e città

Obenetto/Dubenije è una corsa a capofitto. Sulla pietra oblunga e levigata alla curva mi piaceva mettere il passo, sfidando ogni volta lo scivolamento. Ancora sento il bruciore delle ortiche che Armando ci scudisciava sulle gambe correndoci dietro quando disturbavamo il suo lavoro, che poi lui era un gran fannullone e pur di perdere tempo terrorizzava così noi bambini. Quella pietra oblunga, aristocratica per quanto liscia rispetto alle scabre pietre vicine, e lucente di chissà quanti passi ma che io sola pensavo di aver levigato, fu ricoperta da una colata di cemento una quindicina di anni fa. Gli operai, seguendo una moda che è figlia degli infissi in alluminio anodizzato, lasciarono qua e là lungo la colata emergere alcune pietre. Ma io lo so che sono finte, non sono le pietre del sentiero. Quelle riposano tutte, intatte, sotto il cemento e aspettano il suo sbriciolarsi. Anche la pietra oblunga alla curva. Fino agli anni ottanta, Obenetto è stato il perno geografico intorno al quale ruotava la vita della mia famiglia e quindi la mia. Casa Simanova, la casa dei miei nonni materni, il perno etico intorno al quale ho costruito la...

Desolazione

I paesi lasciati dai loro abitanti non restano vuoti, vengono invasi dalla desolazione. La senti appena arrivi, la senti se fai la scelta di andare in un giorno qualsiasi, non quando c’è la festa del patrono, non ad agosto, quando il paese si abbiglia come un villaggio turistico. La desolazione è una cosa nuova per i paesi. Prima c’era la miseria. Arrivavi e vedevi case fatiscenti, strade di polvere o di fango a seconda della stagione, vedevi i bambini che giocavano tra la merda degli asini e dei maiali, i vecchi con le coppole e le mantelle, le donne con gli scialli, un mondo assai simile a quello mirabilmente descritto da Carlo Levi. E questa visione è durata per millenni, praticamente fino alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso.   Poi la modernizzazione, la rottamazione della civiltà contadina ha fatto posto a una modernità posticcia. In questo passaggio è andata via la miseria materiale ed è arrivata la miseria spirituale. Il paese non è più povero, ma è abitato da gente rancorosa, maldicente, abituata a fallire la propria vita e a far fallire la vita degli altri. È arrivata la stagione dei disertori, di quelli che non sapendo andarsene lontano hanno deciso di...

Pagine zittite

Forse è giusto cominciarla così, una rubrica su internet: con un tipo che cancella i siti. Si chiama Niko Princen, classe 1979, e gioca su quel campo un po' rischioso fra la tecnologia e le arti visive, fra script, grafie indecifrabili e chincaglierie tecniche di ogni tipo. Fra le tante magie (segnalo, su tutte, Lorem Scriptum), ha inventato un sito che ha l'unico compito di "ammutolire" altri siti: Abstract-O-Matic. Digiti una url, invii, e lui ti restituisce una (splendida) griglia colorata, senza testo né immagini. Vuota e muta, come un Albers d'inizio secolo. E' pieno il Novecento di artisti che hanno lavorato sulla cancellazione, restituito tele bianche (Malevic), pensato l'assenza (Parmiggiani), tagliato e bruciato tele (Fontana e Burri) o cancellato interi libri (Isgrò). Ma qui, in questo lavoro che lavoro non è, o non sembra esserlo, c'è qualcosa di più. C'è il piglio tecnico di una restituzione in codice, linguaggio per linguaggio (cancellare con la stessa materia con cui è scritto), dentro e oltre l'alchimia scientifica e mestierante. Codice che svuota codice...