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Volkswagen

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Intervista con Eva Leitolf / Postcards from Europe

  Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Un'intervista di Silvia Mazzucchelli a Eva Leitolf per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.     Ho incontrato la fotografa Eva Leitolf al convegno “Etica dell’immagine” che si è svolto il mese scorso a Torino, presso il Goethe Institut. Il suo lavoro, “Postcards from Europe” (Kehrer, 2013), esplora da molti punti di vista il fenomeno complesso e in continuo mutamento della migrazione di migliaia di persone verso le frontiere europee, attraverso l’accostamento di immagini e testi scritti dalla stessa fotografa. Nata nel 1966 a Würzburg, Eva Leitolf vive e lavora a Monaco e nella foresta bavarese. I suoi lavori sono stati esposti in molte istituzioni internazionali, fra cui il Rijksmuseum ad Amsterdam, il Netherlands...

La leggenda del giapponese ignoto

Secondo il Digital Music Report IFPI, ogni giorno YouTube ha più di quattro miliardi di visualizzazioni, così come ogni giorno ognuno di noi assiste, volontariamente o meno, a decine di video. Come spiega Kevin Allocca, trend manager di YouTube, durante una delle famigerate TED talk, la viralità dei video è soggetta a circostanze fortuite, nel senso che basta carpire l'interesse di un digital influencer che funge da nodo strategico per la diffusione di una vera e propria epidemia. Un qualsiasi video può essere piantato nella rete e subire una fase di germinazione di brevissimo o lunghissimo termine, fino a quando emergerà in superficie garantendosi il passaggio dall'eterotrofia, all'autotrofia, o, in altri termini, allorché avrà giunto una tale celebrità da assurgere a genere che si basta da solo, soggetto a una traduzione intersemiotica creativa, rielaborato e replicato secondo svariati contesti.   Personalmente, sono stata colpita dal fenomeno di “Sono giapponese” sia per simpatia endemica e territoriale che per il fatto che è diventato l'headline, lo slogan, di una campagna...

Dal ‘Made in Germany’ al ‘Fake in Germany’?

Che cosa sta succedendo in queste ultime settimane in Germania? Dopo la crisi greca, la Germania sembrava essersi calata definitivamente nel ruolo di inflessibile e vendicativo tutore di regole e norme; poi, con l’inaspettata decisione di Merkel di aprire le frontiere ai rifugiati in arrivo attraverso l’Est Europa, aveva guadagnato un volto più amichevole, riconquistando anche all’estero l’immagine di un paese con una forte società civile, pronto ad assumersi il peso di gravi responsabilità politiche e morali. Lo scandalo della Volkswagen ne mette adesso di nuovo in crisi l’immagine, colpendo la Germania proprio là dove si vorrebbe far percepire più forte, e cioè nell’adesione incondizionata ai principi di correttezza e trasparenza. Proprio per questo le reazioni dell’opinione pubblica tedesca allo scandalo, dagli operai dell’industria automobilistica ai cittadini comuni, dai commentatori dei quotidiani ai giornalisti televisivi, sono di delusione, incredulità, indignazione e rabbia. Come ha puntualizzato un commentatore dello Spiegel  “lo scandalo della Volkswagen è...

Chi ha incastrato Volkswagen?

Alzi la mano chi non ha goduto almeno un po’ a sentire delle vicissitudini di Volkswagen in questi giorni. E così mentre soci, mariti/mogli, amici, conoscenti, partner commerciali ecc. guardano le rispettive controparti prussiane con occhio diverso e sorrisetto giocondo (alla Leonardo) in attesa che provino ancora a darsi delle arie, loro si interrogano su come sia potuto succedere. Ovvio che nessuno crede che tutta la responsabilità sia del “povero” Winterkorn, il manager della compagnia costretto ad andar via con 60 milioni di euro tra pensioncina e buonuscita. E allora di chi è la colpa? A leggere i giornali, l’altro colpevole sarebbe il “software”, linee di codice contenute dentro la proverbiale scatola nera che comandano ogni parte del motore. Quando il computer capisce che l’automobile è sottoposta a test (in laboratorio le ruote anteriori si muovono mentre quelle posteriori no, lo sterzo resta fermo, i freni non vengono usati) comincia a fare le sue cosette in modo da far diminuire le emissioni. D’altronde, neanche un capro espiatorio professionista come il Malaussène di Pennac (impiegato in...

Cosa ha risposto Bernbach

Una pubblicità non esiste. Esistono i diversi modi di pensarla e produrla. Così come non esiste un giornalismo, un design, un cinema, un fumetto, una tv. Anche nell'oceano del linguaggio pubblicitario, come negli altri linguaggi della modernità, ci sono autori, stili, scuole nazionali e capolavori così come naturalmente orrori, servilismi e cialtronerie di ogni sorta. Finché quest’opera di discernimento non sarà condivisa, un dialogo tra chi parla di pubblicità in toto e chi invece ne pensa e produce una in particolare potrà generare scintille.   Un esempio classico è il testo del 1962 che presentiamo qui in prima traduzione italiana: uno scontro tra lo storico e filosofo Arnold Toynbee, schierato su posizioni d'integrale condanna del fenomeno pubblicitario, e quel William "Bill" Bernbach (1911-1982) al quale questo blog è dedicato, forse il più grande autore dell'advertising moderno, di certo il primo a separarlo dal capitalismo e farne un'esplicita risorsa democratica.   Per Toynbee, del quale Ratzinger amava citare le analisi sulla crisi dell'occidente...