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Armenia

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Teoria del tutto / Natura, il nuovo film di Artavazd Pelešjan

“Una nascita senza genitori. Immaginate un mostro che divora chi gli ha dato la vita. O ancora un processo in cui, gli uni, morendo, non sanno a chi danno la vita, gli altri, nascendo, ignorano a chi l’hanno tolta”.    A scriverlo è il cineasta armeno Artavadz Pelešjan (Leninakan, oggi Gyumri, 1938), oggetto di culto di generazioni di cinefili in tutto il mondo, inventore di quello che ha definito “montaggio a distanza”, contrapponendo al montaggio lineare e simbolico di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e al cine-occhio di Dziga Vertov, suoi genitori/maestri, la fluida, torrenziale circolarità di un tempo-spazio cinematografico che, come la realtà, sfugge a ogni evidenza cronologica e contesta il principio della sequenzialità.   Fino ad oggi, oltre ai primi lavori realizzati negli anni di studio presso il VGIK (Vserossijskij Gosudarstvenn’ìj Institut Kinematografii) di Mosca, Pelešjan aveva congedato poco meno di tre ore di cinema (Il principio, 1967; Noi, 1969; Gli abitanti, 1970; Le stagioni, 1972; Il nostro secolo, 1982-1990; Vita, 1993; Fine, 1994) e un libro, Moë Kino, pubblicato in Armenia nel 1988. Con che sorpresa dunque, il 29 maggio scorso, a conclusione di...

Armine, Sister: canto per una strage

In principio era il verbo, anzi no, non il verbo, e neanche l’azione, in principio era la musica. Quando gli spettatori entrano nello spazio di Armine, Sister, la penombra è tale che a mala pena scorgono le colonne che sono l’essenza scenografica della performance-spettacolo che il Teatr Zar di Wroclaw ha portato sulla scena della Leopolda di Firenze per la XXIIma edizione del festival Fabbrica Europa; più che vedere intuiscono che in mezzo a esse qualcuno, un manipolo di ombre, si agita, striscia, si muove. Mentre la musica è già lì, alza una cattedrale di respiro, invade e pervade ogni cosa con il vento di una voce che si trattiene, si allunga, si condensa: è l’ipnotico bordone di un canto monodico sul quale affiorano altre voci, dapprima appena udibili, poi sempre più nitide e presenti, come arabeschi su un tappeto. È un tappeto orientale, certo, ma di un oriente che ha qualcosa di vicino e insieme di desueto, il gregoriano, il lamento liturgico ortodosso, le voci bulgare: la struttura delle otto voci che la musica tonale si è lasciata alle spalle. Solo la lingua, irriducibilmente altra, né...

I nemici di Roma in battaglia

Abbiamo già considerato Tacito che scrive dei raid compiuti dai Germani; se manteniamo lo stesso autore ma ci trasferiamo in altri teatri di guerra, considerando altri nemici di Roma, le parole e i giudizi non cambiano. Dalle reiterate rivolte in Africa negli anni 20-22 d.C., represse in confronti aperti dal proconsole Apronio dopo le iniziali sorprese, deriva il cambio di tattica degli insorti:    “Tacfarinas, poiché i Numidi, sgomenti ed abbattuti, non volevano più saperne di assedi, cominciò a dar battaglia or qua or là, ritirandosi quando era incalzato, e subito balzando indietro per assalire. Finché il barbaro usò questa tattica, potè impunemente prendersi gioco dei Romani, impotenti e stanchi; quando poi ripiegò verso la spiaggia, impedito dalla preda, dovette fermarsi in stabili alloggiamenti. Allora, per comando del padre, Apronio Cesiano con cavalieri e coorti ausiliarie, alle quali aveva unito i soldati più veloci delle legioni, condusse contro i Numidi una fortunata battaglia e li ricacciò nel deserto”.[i]   Significativo il passaggio che interpreta questo...