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Piemonte

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È difficile il tempo giusto del saluto / Gianmaria Testa oltre il muro di una stanza

Dopo una lunga interruzione dell’attività concertistica, dovuta a un tumore incurabile, Gianmaria Testa era tornato l’anno scorso nel cortile della Scuola Holden, e seduto su una sedia, senza la sua chitarra, aveva detto che le conseguenze della malattia erano due: non riusciva più a suonare la chitarra, si sarebbe mangiato qualche parola. Poi lesse una poesia in cui nominava tutte le cose che di fronte al congedo dalla vita secondo lui avevano valore: ce n’erano tante, ma soprattutto c’era il senso di fare parte di un tutto, e la mesta serenità di riassegnarsi al tutto.Era nato a Cavallermaggiore, nella piana tra Torino e Cuneo, nel 1958. Viveva nelle Langhe. Lavorò a lungo nelle Ferrovie dello Stato, e prima di fare il “non mestiere” per eccellenza, ovvero il musicista («che lavoro fai?» - il musicista «Sì, ho capito, ma come lavoro, dico?» è un tormentone su cui anche lui scherzava) era capostazione a Cuneo. Come Paolo Conte, avvocato di Asti, era cantautore a modo suo; cioè, in Italia era un cantautore come ce n’erano in Francia nel dopoguerra sino agli Sessanta: intellettuale, poco allegro, capace di creare mood eleganti; infatti, come Paolo Conte, era adorato dal pubblico...

La scomparsa di un cantautore grande quanto schivo / Addio a Gian Maria Testa

Quando ho saputo della morte di Gian Maria Testa, dal cd della radio dell’auto stavo ascoltando “Lasciami andare”, dove il cantautore piemontese – lo spiegava nei suoi concerti – confessava l’imbarazzo di presenziare alle cerimonie funebri di amici che ci hanno lasciato più soli. “ Non sono venuto per salutare che io non lo conosco il tono giusto del saluto … e nemmeno le parole per la circostanza … lasciami andare”.Non conoscevo personalmente Gian Maria, ma da qualche anno erano sue le canzoni che mi accompagnavano nei tragitti in auto, forse un po’ stanco di tanti altri cantautori più blasonati e affermati, italiani e francesi, o di lingua inglese. Non so se mai è apparso in televisione, ma possedeva la stima di quanti apprezzano chi non ama i riflettori e preferisce un ascolto più schivo e pensoso. La malinconica tenerezza di alcune sue perle – non so se definirle canzoni d’amore –, come “Dentro la tasca di un qualunque mattino” o “Come al cielo gli aeroplani”, era la stessa che risuonava nella sua “poesia civile”, quella del disco “Da questa parte del mare” del 2006, dedicato ai migranti di ogni tempo. Una delle canzoni aveva per titolo “Ritals”, termine con cui nel sud della...

Giovanni De Luna. La Resistenza perfetta

Come spiegare in breve ciò che accade nella storia italiana nei venti densissimi mesi tra il 1943 e il 1945? Come restituire la stratificazione di senso che assume quella vicenda complessa, che ha il suo prima nel fascismo e nella guerra e il suo dopo nella storia della Repubblica antifascista, di cui la Resistenza diviene anche mito fondativo e continua a essere il reagente della politica per settant'anni?   David Bidussa ha sintetizzato con efficacia il disagio attuale di chi si cimenta in questo discorso scrivendo che «il 25 aprile si conferma come una partita dove non c’è la storia, bensì l’uso politico del passato». Uscire dall'impasse che segna oggi la comunicazione dei valori della Resistenza, troppo spesso trasformata in monumento, oggetto antiquario o in storia scandalistica, è possibile se si torna a «raccontare i fatti», continua Bidussa, e «scavare negli atti, descrivere che cosa si fece, rintracciare i motivi e far emergere i sentimenti di chi agì», in altri termini «ricostruire storie».   Questo non significa accettare una moltiplicazione dei punti di...

La cultura non è un'isola

La crisi economica in corso sta mettendo in luce i limiti delle politiche culturali perseguite sino ad oggi, un modello economico e ideologico che ha dirottato la maggior parte delle risorse, comunque storicamente esigue, verso la pura conservazione, al di fuori di circuiti virtuosi di messa in rete e di produzione culturale. L’eredità di tale impostazione è stata la prevedibile difficoltà per il settore di fronteggiare quella riduzione di finanziamenti esterni che oggi è più che mai preoccupante. La presentazione della Relazione annuale 2011-2012 dell’Osservatorio Culturale del Piemonte lo scorso 5 luglio è stata un’occasione per riflettere su questo tema e individuare possibili scenari per il futuro, fondandosi su quei dati che restituiscono dell’economia. È infatti impossibile affrontare la questione considerando la cultura come momento autonomo e separato da ogni altra dinamica sociale, un’isola appunto, ed è per questo che sono stati invitati a contribuire al dibattito anche Annalisa Cicerchia di ISTAT e Maurizio Maggi di Ires Piemonte.   Il quadro economico   Il 50% dei...

Dove comincia e dove finisce la Padania

Dove comincia e dove finisce la Padania? Dalle sorgenti del Po al Mare Adriatico, hanno risposto i creatori di questo mito che non ha mai fatto i conti né con la geografia né con la storia. Cuneo è in Padania? Udine pure? E Ravenna e Ancona sono parte della Padania? O forse la Padania è il territorio che si estende intorno a Cassano Magnago, paese di nascita di Umberto Bossi, centro d’irradiazione di una fantasia geografica che ha ammaliato per quasi vent’anni una parte della popolazione del Nord del paese, come una sorta di fuga dal reale che ora si rivela, come ha sottolineato Giorgio Napolitano, nella sua veste di Presidente della Repubblica italiana, quello che appunto è: illusione. Il re è nudo, dice il bambino della favola di Andersen, che ci fa capire come lo slogan della Lega sia prodotto, non tanto e non solo, dalla boutade del capo leghista, ma anche e soprattutto dallo risposta della folla che l’ascolta, e vi crede.   Claudio Franzoni, studioso dei gesti, ha fatto notare di recente come sia appunto lo sguardo della folla che rende grande il gesto che compie l’uomo politico, e che basta un punto...

Berlafüss

In italiano si potrebbe dire “berlafuso”, o almeno così l’ho trovato menzionato da qualche parte, ma chi non è cresciuto con qualche dialetto lombardo o piemontese nelle orecchie non saprebbe che cosa vuol dire. La grafia ondeggia tra “berlafüss” e “barlafus”. L’origine? Va a sapere. Il termine è attestato fin dal Seicento, lo si trova in Carlo Maria Maggi come in molti altri autori. E vuol dire “cianfrusaglia”, “masserizia”, “ciarpame”, o anche “bigiotteria”, ma io non me lo ricordo con quel significato. Piuttosto, se per mia madre qualcuno era un “berlafüs de vün” (da pronunciare con la esse finale dolce, solo una, alla lodigiana), voleva dire che era un tipo di poco affidamento ma anche un pasticcione, non molto raccomandabile, da starci attenti a frequentarlo, ma insieme innocuo proprio per via della sua inclinazione a far cadere le cose, a non portare a termine un bel nulla, ad accontentarsi di vivacchiare alla meno peggio. Ma poteva anche essere ben altro. Per una di quelle antifrasi così frequenti nella lingua parlata,...

Centocinquanta anni di scuola e laicità. Conversazione con Cesare Pianciola.

  “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. […] Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. [...] Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. […] Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli...

Giuseppe Baretti / Account of the manners and customs of Italy

Nel febbraio del 1768 Giuseppe Baretti dava alle stampe a Londra i due volumi dell’Account of the manners and customs of Italy. “Vo’ rispondere ad uno d’un certo Samuello Sharp, cioè ad un Viaggio che costui ha stampato, in cui strapazza l’Italia soverchiamente, trattando tutti gli uomini nostri di becchi, di fanatici e d’ignoranti, e tutte le nostre donne di puttanacce e di superstizione”, annota l'autore a proposito del suo 'ragguaglio'. L’opera sarà proposta in una sua versione in lingua italiana solamente nel 1818, grazie alla traduzione di Girolamo Pozzoli. Trasposizione assai libera, che discende direttamente da una tempestiva quanto malaccorta traduzione francese del 1773, interpolata con interventi evidentemente condizionati da un pregiudizio sfavorevole sull'Italia, che nell'Europa dei lumi e dei Grand tours si era nel frattempo fatto senso comune. Nel passo originale selezionato, ad esempio, nulla giustifica l'inserimento di quel “naturalmente docili al giogo che loro impone il governo” che Pozzoli ricava dalla traduzione francese. Emblematico è che fino a quella...

Santa polenta!

Chissà se sarebbe piaciuto al notaio Franco Cavallone il “Santa Polenta”? Io credo di no, non tanto per come si mangia, ma, per un gran borghese come lui, l’idea di bere vino in un bicchiere di plastica, di apparecchiarsi la tavola con posate da pic-nic ai bordi dell’autostrada, l’avrebbe certo infastidito. Da persona di grande educazione, nonché traduttore della classica espressione “Good Grief” di Charlie Brown in, appunto, “Santa Polenta”, non avrebbe fatto mostra di infastidirsi, ma certo i velluti rossi del “Cambio” con il tavolo di Cavour sono un’altra cosa. Venendo da Milano, varcato il Ticino, Torino colpisce perché tutta impavesata di tricolori: terrazzi, balconi, strade e palazzi. Gli amici torinesi ci fanno notare come il pallido Cota (novarese) abbia fatto una magra figura e non abbia colto un sentimento condiviso dalla quasi totalità dei torinesi nel dissociarsi maldestramente dalle celebrazioni risorgimentali. Tornando al “Santa Polenta”, cominciare una rubrica di ristoranti con una gastronomia stride un po’, tanto più nel Piemonte che...